Vertice di Malta: per ora nulla di fatto

di Stefano Galieni – Malta è da tanto tempo luogo di vertici europei in cui si doveva trovare la chiave di volta per affrontare le tematiche legate all’immigrazione, con particolare riferimento, visto che a decidere erano i governi europei, alla definizione di strumenti di contrasto alla cosiddetta “immigrazione irregolare”. A dire il vero quello del novembre 2015, in contemporanea con i sanguinosi attentati di Parigi, vide la partecipazione di numerosi Stati africani, ma si risolse in un balletto di promesse insufficienti, di garanzie di aiuti in cambio di un intervento per esternalizzare le frontiere europee, di piani militari affatto adeguati ai problemi. Quasi quattro anni dopo si sono ritrovati solo alcuni ministri dell’interno europei (Malta, Germania, Francia e Italia) sotto la supervisione del paese presidente attuale dell’UE, la Finlandia, a definire progetti di sostegno incredibilmente rilanciati dal punto di vista mediatico a fronte di numeri di persone totalmente inconsistenti. Il lavoro sporco è stato già compiuto negli anni passati: il governo italiano, allora presieduto dal neo Commissario europeo Gentiloni, aveva già provveduto nel febbraio 2017 mediante il Memorandum con la Libia di Serraj, a definire un vero e proprio blocco navale. Motovedette militari fornite ad una sedicente Guardia costiera addetta ad operare in una altrettanto sedicente zona SAR (Search And Rescue) libica, formata da ex trafficanti in divisa o da miliziani che continuano ad operare nei centri di detenzione formali e informali e a decidere prezzo e modalità di ogni tentativo di fuga, addestrati da personale italiano. Un anno prima, attraverso gli accordi fra UE e Turchia si era posto un argine all’arrivo di profughi siriani, iracheni, afghani, provenienti da altrettante aree di conflitto. Sei mld di euro e Erdogan garantiva le frontiere chiuse anche se oggi riprende a chiedere ulteriori sostegni. Un preambolo questo necessario a comprendere le motivazioni che hanno dato vita al mini vertice della scorsa settimana, per tentare valutarne a freddo i risultati e per cercare di capire cosa ci aspetta. L’incontro ha quanto meno ristabilito che, da parte italiana, si è interrotta la fase per cui le navi umanitarie delle Ong rappresentavano il problema fondamentale, l’avversario da distruggere e denigrare in qualsiasi modo. Dalla bozza di accordo emersa, che dovrà essere ridiscussa a Lussemburgo l’8 ottobre prossimo alla presenza dei ministri di 27 paesi, emerge la volontà di garantire solidarietà ai paesi dell’Europa Meridionale per una redistribuzione delle persone che giungono provenienti dal Mediterraneo Centrale. I richiedenti asilo potranno essere redistribuiti entro 4 settimane, in uno dei paesi disponibili in proporzione al Pil del paese ospitante, al numero di abitanti, a quello di rifugiati già accolti, eccetera. Tutti? Non proprio. Francia e Germania volevano accettare solo quelli provenienti da paesi chiaramente in guerra e per cui la domanda di asilo sarebbe con molte probabilità andata a buon fine, Italia e Malta chiedevano, nel rispetto delle convenzioni che considerano le domande di protezione individuali, che la redistribuzione riguardasse tutti. Si è giunti, ma solo per quanto riguarda questo accordo che ha valore semestrale e rinnovabile, ad un compromesso. Tutti i richiedenti asilo che vengono salvati dalle imbarcazioni delle Ong potranno essere ripartiti. Coloro che, la maggior parte, arrivano o per proprio conto (si pensi agli sbarchi “fantasma” dalla Tunisia a Lampedusa) o che vengono portati a bordo da imbarcazioni di altro tipo battenti bandiera di uno Stato UE, debbono andare nel territorio dello Stato a cui attiene la nave e, per le navi “fantasma” vale come luogo definitivo di accoglienza quello in cui si sbarca. Sia ben chiaro, va valutato positivamente il fatto che gli altri paesi che sosterranno tale accordo si assumeranno anche le spese per l’accoglienza e per il periodo di attesa di risposta delle commissioni di richiesta di asilo nonché per eventuali rimpatri, ma cambia forse questo il Regolamento Dublino? Purtroppo no. La revisione del Regolamento, proposta nella precedente legislatura, forse un giorno verrà presa in esame dal Consiglio ed è da vedere se si presterà ascolto al fatto che non può essere il paese di approdo quello in cui si deve restare incatenati quando si arriva in Europa, non solo per i vincoli di solidarietà europei ma in quanto il richiedente asilo non è un pacco da spostare ma un soggetto con aspettative, legami in Europa, opportunità da sfruttare, desideri da vedere realizzati. Non basta il fatto che canali di ingresso regolari, per trovarsi un lavoro e un futuro decente sono banditi nel vecchio continente, occorre anche che ci siano vincoli e frontiere interne che non possono essere varcate. Ed è grottesco quando a fronte di un continente di quasi 550 milioni di persone si affronta un fenomeno che ne riguarda poche migliaia l’anno. Ma non basta. Nei 15 punti dell’accordo, l’attacco volgare alle Ong fatto dai sovranisti gialloverdi, viene unicamente riverniciato e ripulito. L’obbligo di salvare in mare sarà garantito e ci mancherebbe altro visto millenni di leggi e consuetudini in proposito, ma le Ong dovranno sottostare a comportamenti che riprendono inasprendolo il Codice di condotta di Minniti. In pratica se si dovesse soccorrere un mezzo in avaria nei pressi delle acque libiche e se, durante le operazioni di soccorso, giungessero mezzi della cosiddetta Guardia costiera libica per riprendere i naufraghi, questi, che vivono la Libia e i suoi campi come l’inferno, dovrebbero essere riconsegnati ai carnefici, che magari un mese dopo, a seguito di un ulteriore riscatto e di ulteriori vessazioni, potrebbero farli rimettere in mare in un gioco tragico e senza fine. La Libia verrebbe trattata insomma come un place of safety, un porto sicuro, con artifizi certo ma smentendo, da destra, lo stesso Salvini in una rincorsa al blocco navale. Questo mentre a Tripoli e in tutto il paese la guerra civile di cui poco si parla da noi attraversa una fase di recrudescenza. Ad ottobre si deciderà, forse definitivamente, se rendere operativo questo piano in chiave continentale. L’Italia, come ha affermato con eccessiva enfasi la neoministra Lamorgese, “non sarà più sola”. Nutriamo dei dubbi, sicuramente saranno più soli gli uomini le donne e i bambini che continueranno a cercare di attraversare il deserto marino del Canale di Sicilia. Il 3 ottobre, si celebra in Italia la giornata della “memoria e dell’accoglienza”, in ricordo delle 368 vittime del naufragio del 2013 davanti a Lampedusa. In sei anni questo paese e questo continente sono cambiati in peggio e la fossa comune del Mediterraneo continua a riempirsi, non per colpa di un mare cattivo ma di chi, ai vertici, ha come unico scopo quello di ribadire la legge del più forte.

image_pdfimage_print
A Roma la Conferenza Internazionale sul Confederalismo Democratico
La moneta mondiale digitalizzata privata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserire un indirizzo email valido.

Menu