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Verso una grave crisi della sicurezza alimentare mondiale

di Alessandro
Scassellati

La guerra di Putin, il blocco delle esportazioni di materie prime alimentari da parte di Ucraina, Russia e Bielorussia, e l’imposizione di sanzioni economiche a Russia e Bielorussia da parte di una trentina di Paesi del blocco occidentale hanno causato il caos nei mercati delle materie prime in poche settimane, con il potenziale di innescare una crisi globale della sicurezza alimentare, guidata da due fattori: i costi alle stelle del cibo per i consumatori e dei fertilizzanti per i produttori agricoli. Una grande minaccia che richiede una serie di risposte da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali. La situazione ha introdotto una notevole incertezza in un mercato globale già teso. Di immediata preoccupazione è la vulnerabilità dei Paesi a basso reddito che sono importatori netti di materie prime alimentari e che dipendono fortemente dalle esportazioni di Russia, Bielorussia ed Ucraina, come i Paesi della regione Medio Oriente e Nord Africa. Un’evoluzione che non farà che esacerbare le carenze mondiali e penalizzare principalmente le popolazioni che sono già insicure dal punto di vista alimentare. Questa crisi richiede una risposta globale immediata per fornire sollievo a breve termine, nonché cambiamenti politici per diversificare i mercati alimentari mondiali a lungo termine per costruire resilienza ed evitare crisi future.

Le dimensioni della crisi alimentare in corso

La crisi in corso in Ucraina ha sconvolto i mercati delle materie prime e minaccia la sicurezza alimentare globale. Le crisi globali delle materie prime tendono a causare gravi danni economici e sconvolgimenti politici. Gli shock petroliferi degli anni ’70 hanno lasciato le economie occidentali con un’inflazione galoppante (stagflazione) e in profonde recessioni. All’epoca, le entrate petrolifere hanno anche contribuito a sostenere l’Unione Sovietica e hanno alimentato l’esportazione dell’estremismo saudita. L’impennata dei prezzi dei cereali e degli oli vegetali nel 2008/9 e nel 2010/11, come conseguenza della speculazione sui mercati finanziari e delle restrizioni alle esportazioni da parte della Russia (Putin vietò tutte le esportazioni di grano dopo la siccità nelle principali regioni di produzione), è stata l’innesco della crisi alimentare e delle proteste di piazza – soprattutto in Tunisia ed Egitto – che hanno portato alla Primavera Araba, al rovesciamento di dittatori in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen e a guerre civili in Siria, Libia e Yemen.

Oggi l’invasione russa dell’Ucraina sta scatenando il più grande shock per le materie prime dal 19731 e, in particolare, una delle peggiori interruzioni nelle forniture di grano e altre materie prime alimentari dalla prima guerra mondiale2. Sebbene gli scambi di merci siano già nel caos, la gente comune deve ancora sentire tutti gli effetti dell’aumento delle bollette e della benzina, dello stomaco vuoto e dell’instabilità politica, con la FAO che segnala che i prezzi del cibo potrebbero ancora aumentare in un range tra l’8% e il 22% nei prossimi mesi, anche perché, mentre i commercianti cercano di sostituire colture come il grano con altre come riso o orzo, i prezzi delle materie prime alimentari globali stanno aumentando su tutta la linea. Può non sorprendere che il G7 (struttura di potere che, con scarsi risultati, si autoproclama leader dell’economia globale) non abbia espresso molta preoccupazione per questi pericoli reali e pressanti e abbia solo raccomandato di tenere aperti gli scambi commerciali di materie prime alimentari tra Paesi.

Il mondo sta affrontando una potenziale crisi alimentare, con prezzi in aumento e milioni di persone in pericolo di fame grave, poiché la guerra in Ucraina minaccia le forniture di colture di base3, ha avvertito la FAO. Maximo Torero, capo economista della FAO, ha affermato che i prezzi dei generi alimentari erano già alti prima che la Russia invadesse l’Ucraina, a causa degli effetti della pandemia di CoVid-19. L’ulteriore tensione della guerra potrebbe far precipitare il sistema alimentare globale in un disastro, ha avvertito. “Avevamo già problemi con i prezzi del cibo. Quello che i Paesi stanno facendo ora lo sta esacerbando e la guerra ci sta mettendo in una situazione in cui potremmo facilmente cadere in una crisi alimentare“.

L’invasione sta interrompendo la produzione e il commercio di cereali e oli vegetali russi e ucraini, che detengono una quota significativa del mercato globale. Russia e Ucraina, infatti, sono rispettivamente il maggiore e il quinto esportatore di grano, insieme rappresentano il 29% delle vendite annuali internazionali. Insieme forniscono anche oltre un terzo dell’orzo, oltre al 17% del mais e oltre il 50% dell’olio e dei semi di girasole del mondo. E dopo diversi raccolti scarsi in Sud America (a seguito degli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici), acquisti frenetici durante la pandemia da CoVid-19 e problemi delle catene di approvvigionamento (supply chains), le scorte globali di cereali sono inferiori del 31% alla media quinquennale e questa situazione ha già fatto aumentare i prezzi dei generi alimentari ai livelli più alti dal 2011-20134.

L’Unione Europea UE riceve oltre la metà delle sue importazioni di mais, circa un quinto delle sue importazioni di grano tenero e quasi un quarto delle sue importazioni di olio vegetale dall’Ucraina. In ogni caso, almeno per il grano, l’UE sarebbe al riparo grazie all’abbondanza della produzione interna, oltre 290 milioni di tonnellate nella campagna 2021-2022, un quantitativo sufficiente a coprire il fabbisogno interno e ad alimentare un importante flusso di vendite fuori dall’Unione. Ma, la guerra in Ucraina potrebbe significare un forte ridimensionamento delle grandi ambizioni dell’UE di fare in modo che l’agricoltura riduca il suo impatto sul clima e sull’ambiente. Meno mais dall’Ucraina significa meno mangime per gli animali europei quest’anno e prezzi più elevati per i mangimi per gli agricoltori europei, che stanno già lottando per sbarcare il lunario. I timori di un’incombente carenza di mangimi hanno alimentato gli inviti a ritardare o addirittura a ripensare completamente i piani di sostenibilità dell’UE per il settore agricolo. La Commissione Europea sta valutando una proposta della maggioranza dei ministri dell’agricoltura dell’UE (avanzata da Italia e Slovacchia) per “riorientare” la PAC, eliminando temporaneamente l’obbligo di lasciare fuori produzione una parte di terreno agricolo per contribuire a rafforzare la protezione della natura e utilizzarlo invece per coltivare mangimi. Ma, questo ha attirato gli attacchi da parte dei Verdi, che sostengono che questa sia un’opportunità ideale per ridurre la quantità di risorse consegnate alle industrie della carne e dei latticini. I piani dichiarati della Commissione di pensare a sostenere il settore suinicolo (non così verde) – una delle principali industrie schiacciate dall’aumento del prezzo dei cereali – ha anche provocato una reazione negativa, anche da parte dei Paesi nordici economicamente più liberali e sedi di grandi allevamenti intensivi di maiali.

Anche i prezzi dell’oli vegetali sono a livelli record, riflettendo un raccolto di soia sudamericana sotto le aspettative, la riduzione delle forniture di olio di palma a causa dei problemi di raccolta in Malesia e il forte aumento dell’uso di olio di palma e di semi di soia per la produzione di biodiesel.

Anche i prezzi dei principali input ad alta intensità energetica come carburante, fertilizzanti e pesticidi sono a livelli quasi record5, con un impatto negativo per i produttori che entrano in una nuova stagione di semina. Russia e Bielorussia hanno bloccato il loro export di fertilizzanti e il mercato globale dei fertilizzanti è stato investito da prezzi record. Ulteriori carenze avranno implicazioni globali, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, dove l’impatto sui prezzi potrebbe ridurre significativamente l’uso di fertilizzanti e comportare scarsi raccolti locali in un momento di scorte globali ridotte e prezzi globali record. Allo stesso tempo, sappiamo che parte della soluzione alle crisi ambientali che stiamo affrontando è l’uso inefficiente di fertilizzanti chimici, che si traduce in inquinamento ambientale, suolo impoverito e aumento delle emissioni di gas serra. Prezzi elevati e scarsità potrebbero fornire un maggiore incentivo a migliorare l’efficienza nell’uso dei fertilizzanti e, soprattutto, a lavorare su delle alternative non chimiche.

Speculazione, aumenti dei prezzi e crisi alimentare nei Paesi poveri

Tutto questo sta facendo aumentare l’inflazione dei prezzi alimentari già elevata, anche a seguito della speculazione finanziaria sulle materie prime agricole (attraverso i futures) che opera nelle Borse di Chicago e Parigi, influenzando fortemente l’andamento dei prezzi del mercato globale6, come denuncia in un documento l’Associazione Rurale Italiana, con gravi conseguenze per i Paesi a basso reddito importatori netti di prodotti alimentari, molti dei quali hanno visto un aumento dei tassi di malnutrizione negli ultimi anni a causa delle interruzioni dei rifornimenti dovuti alla pandemia da CoVid-19.

La FAO ha affermato che le sue simulazioni suggeriscono che “il numero globale di persone denutrite potrebbe aumentare da 8 a 13 milioni” nel 2022-2023, in particolare in Asia, Africa subsahariana, Medio Oriente e Nord Africa, dove da decenni i Paesi di queste regioni calmierano i prezzi al consumo con politiche di sussidi che pesano direttamente sul bilancio dello Stato. Molti dei Paesi poveri rimangono debilitati dalla pandemia. La ripresa che le economie avanzate hanno sperimentato nell’ultimo anno le ha ampiamente aggirate. Il debito totale in queste economie è ora al massimo degli ultimi 50 anni. L’inflazione è ai massimi da 11 anni e il 40% delle banche centrali ha iniziato ad aumentare i tassi di interesse in risposta.

Il rischio è che l’impossibilità di far fronte a importazioni sempre più care possa mandare in crisi il sistema dei sussidi e portare ad un aumento dei prezzi al consumo, a penurie di generi alimentari di base o ad un ulteriore aumento del debito pubblico. In sostanza, che si possa arrivare a proteste di massa contro il carovita e la fame con repressioni nel sangue, come avvenuto con i “moti del pane” in Egitto nel 1977, le proteste in Marocco e Tunisia degli anni ’80, fino alla crisi alimentare mondiale del 2007-2008, durante la quale gli alti prezzi del grano sono stati fra le concause, almeno in alcuni Paesi, delle proteste poi sfociate nelle Primavere Arabe del 2011. I governi della regione stanno annunciando dei piani per prevenire ondate di malcontento popolare, ribadendo il mantenimento dei sussidi alimentari e rilanciando politiche di diversificazione delle importazioni e di stimolo alla produzione nazionale.

Bisogna poi considerare gli impatti diretti della guerra sulla popolazione ucraina. Le operazioni militari, infatti, potrebbero portare allo sfollamento da 5 a 10 milioni di persone in Ucraina, portando a una grave crisi alimentare.

Come sottolineano i rapporti sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione e sul Rapporto globale sulla crisi alimentare, i conflitti armati rimangono un fattore chiave dell’insicurezza alimentare nel mondo. La minaccia di embargo da parte dell’Occidente ha acceso un falò, e le fiamme sono più alte anche rispetto a quelle della Grande Guerra. I prezzi del grano, che erano già del 49% al di sopra della media 2017-21 a metà febbraio, sono aumentati di un altro 30% da quando l’invasione dell’Ucraina è iniziata il 24 febbraio. L’incertezza è alle stelle: gli indicatori della volatilità dei prezzi compilati dalla FAO e dal think-tank International Food Policy Research Institute (IFPRI), lampeggiano in rosso brillante.

L’interruzione del flusso di cibo tra il Mar Nero e il Nord Africa e il Medio Oriente

Negli ultimi 30 anni, la regione del Mar Nero è emersa come un importante fornitore globale di cereali e semi oleosi, compresi gli oli vegetali. All’inizio degli anni ’90, in seguito allo scioglimento dell’ex Unione Sovietica, la regione era un importatore netto di grano. Prima dell’inizio della guerra le esportazioni di Russia e Ucraina (Paese che ospita un terzo del suolo più fertile del mondo che da secoli lo ha reso il “granaio d’Europa”) rappresentavano circa il 12% delle calorie totali scambiate nel mondo e i due Paesi erano tra i primi cinque esportatori mondiali di molti importanti cereali e semi oleosi, tra cui grano, orzo, girasoli, colza e mais. L’Ucraina era anche un’importante fonte di olio di semi di girasole, fornendo circa il 50% del mercato globale.

Almeno 50 paesi dipendevano dalla Russia e dall’Ucraina per il 30% o più della loro fornitura di grano e altri prodotti alimentari. Il Nord Africa e il Medio Oriente – Paesi come Egitto7, Turchia8, Iran – importavano oltre il 50% del loro fabbisogno di cereali e gran parte di grano e orzo dall’Ucraina e dalla Russia. Libano9, Tunisia10, Yemen11, Siria, Libia12, Ghana, Nigeria, Azerbaijan, Pakistan, Indonesia e Malaysia ne importavano tra il 20% e il 40%. Altri Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di cereali sono Algeria13, Marocco, Madagascar, Bangladesh, Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo. L’Ucraina era un importante fornitore di mais per l’Unione Europea e la Cina (utilizzato per produrre carne, latte e uova nei grandi allevamenti industriali), così come per diversi mercati nordafricani tra cui Egitto, Libia e monarchie del Golfo. La combinazione di prezzi elevati e scarsità di cibo e fertilizzanti colpirà duramente molti di questi Paesi, spingendo potenzialmente milioni di persone in più alla fame e alla povertà.

L’Ucraina ha deciso di vietare l’esportazione di grano, avena, miglio, grano saraceno e alcuni altri prodotti alimentari per prevenire una crisi alimentare interna e stabilizzare il mercato interno (il divieto non si applica alle forniture di mais e olio di girasole). Una strada seguita anche da Russia e Bielorussia, anche in rappresaglia alle sanzioni e ai prezzi in aumento14.

E’ possibile che a breve possa seguire un effetto domino con altri Paesi produttori che impongono i propri divieti e restrizioni all’esportazione. Questa è una reazione comune agli alti prezzi del grano e di altre materie prime agricole. E’ successo durante la crisi dei prezzi alimentari del 2007/8 ed era stata presa in considerazione dalla Russia e da altri Paesi all’inizio della pandemia da CoVid-19. Ciò spingerebbe i prezzi dei generi alimentari ancora più in alto e creerebbe ancora più scarsità.

La crisi sta avendo un impatto immediato sulle esportazioni di grano da Ucraina e Russia. La maggior parte dei raccolti di grano e orzo vengono raccolti in estate ed esportati in autunno. Entro febbraio, la maggior parte delle esportazioni di grano, orzo e semi di girasole sono in gran parte completate. Le esportazioni di mais ucraino in genere rimangono abbondanti per tutta la primavera fino all’inizio dell’estate. La maggior parte del grano esce da Odessa e da altri porti occidentali sul Mar Nero e ora tutte le spedizioni sono interrotte date le azioni militari della Russia. Le operazioni militari hanno conseguenze a breve e lungo termine sulla capacità di spostare la produzione agricola ucraina all’interno e al di fuori dei suoi confini, soprattutto considerando che le strutture portuali e le ferrovie vengono danneggiate da operazioni terrestri e aeree contro varie infrastrutture e la loro gestione. Le semine e i raccolti del 2022 sono ormai decisamente a rischio a seguito della guerra in corso. Al momento, è assai difficile pensare che gli agricoltori e i braccianti agricoli ucraini saranno in grado di raccogliere il grano pronto a giugno15.

La strada difficile da percorrere

In questa situazione di crisi, innanzitutto le politiche che richiedono un aumento della produzione di biocarburanti e biogas dovrebbero essere abbandonate. Il reindirizzamento dell’attuale consumo di colture alimentari (mais, frumento, semi oleosi) verso usi non alimentari in tutto il mondo, dall’UE all’Indonesia, sta contribuendo a generare tensioni significative nei mercati degli alimenti e dei fertilizzanti. Nonostante la crisi alimentare globale che si sviluppa ormai da sette anni, diversi Paesi europei hanno deciso di indirizzare alcuni dei loro migliori seminativi dal cibo alla produzione di carburanti e biogas, commercializzato, in modo fuorviante, come un’alternativa ecologica al gas fossile (sono necessari circa 450 ettari di terreno per alimentare un impianto a biogas della capacità di un megawatt e se si includono gli impatti dell’erosione del suolo, per la quale il mais in particolare è noto, è probabile che i costi climatici siano peggiori di quelli del gas fossile). Un approccio olistico per quanto riguarda la sicurezza alimentare ed energetica è fondamentale per garantire che gli obiettivi alimentari e nutrizionali rimangano la priorità.

Ancora più importante, shock e crisi sono diventati la nuova norma, e questo richiede un ripensamento fondamentale nel modo in cui il cibo viene prodotto, scambiato e consumato. L’aumento della frequenza e della gravità degli shock, sia a seguito di eventi meteorologici estremi, pandemie, speculazioni o conflitti, significa che il mondo ha bisogno di diversificare dove e come i bisogni di cibo, fertilizzanti ed energia vengono soddisfatti.

La concentrazione della produzione e del commercio del cibo in troppi pochi Paesi, e da parte di troppo poche aziende multinazionali (i cosiddetti “imperi del cibo”), è una vera minaccia per la sicurezza alimentare globale. I mercati agricoli e alimentari dovrebbero essere diversificati a tutti i livelli – globale, regionale, nazionale e locale -, rafforzando e migliorando il loro funzionamento, rendendoli meno concentrati, disciplinando l’eccessivo potere di mercato degli oligopoli del cibo e adottando nuove regolamentazioni per prevenire la speculazione, al fine di aumentare la resilienza del sistema alimentare e fornire più scelte su dove le popolazioni colpite dalle crisi climatiche ed alimentari possono soddisfare i loro bisogni quando arriverà il prossimo shock.

Il raggiungimento di tali cambiamenti richiederà un’azione sia a breve che a lungo termine. A breve termine, i Paesi dovrebbero affrontare i prezzi elevati evitando i divieti all’esportazione di prodotti alimentari di base (a meno che non affrontino la propria crisi di sicurezza alimentare)16, deviando il cibo attualmente destinato alla produzione di biocarburanti e biogas all’approvvigionamento alimentare e fornendo reti di sicurezza sociale a consumatori e produttori.

Sarebbe necessario anche l’aggiornamento del regolamento della WTO sull’agricoltura (magari da avviare nel corso della prossima conferenza ministeriale dell’WTO a Ginevra nel giugno 2022), ma anche il miglioramento della trasparenza dei mercati agricoli e il ripristino della fiducia tra i Paesi attraverso il Sistema d’informazione del mercato agricolo (AMIS). Questi passaggi potrebbero aiutare a rassicurare i Paesi preoccupati per la sicurezza alimentare in modo che non si facciano prendere dal panico e impongano restrizioni commerciali che danneggiano altri Paesi.

La guerra della Russia in Ucraina potrebbe portare a una delle peggiori crisi alimentari degli ultimi decenni. Anche se il conflitto dovesse essere risolto rapidamente, gli impatti si faranno sentire per qualche tempo. L’impennata del prezzo dei fertilizzanti, ad esempio, avrà un impatto ritardato, riducendo i raccolti per anni a venire, poiché gli agricoltori inizieranno a utilizzarne meno ora.

Se fossimo seriamente intenzionati a ridurre la pressione sull’approvvigionamento alimentare globale, passeremmo anche a una dieta a base vegetale. Se tutti lo facessero, la superficie agricola necessaria per sfamare il mondo diminuirebbe del 75%. Anche se il nostro consumo diretto di grano aumenterebbe, la superficie totale arabile diminuirebbe del 19%, perché gli animali non avrebbero più bisogno di essere nutriti con i raccolti.

Ogni sforzo dovrebbe essere intrapreso per evitare e ridurre al minimo la sofferenza umana che sta accadendo ora. Ma, il messaggio più ampio è chiaro: per salvaguardarsi dalle crisi future, il mondo deve fare i necessari investimenti a lungo termine nei sistemi agricoli e alimentari per garantire che siano in grado di fornire cibo nutriente a tutte le persone in modo sostenibile.

di Alessandro Scassellati

  1. Quasi mezzo secolo fa, il cartello petrolifero OPEC aumentò il prezzo del greggio durante la guerra dello Yom Kippur. Le sanzioni imposte alle esportazioni di energia della Russia stanno avendo un impatto simile, anche se finora meno drammatico. Il costo del greggio è salito a quasi 140 dollari al barile ad un certo punto nelle scorse settimane, ma dovrebbe aumentare molto ulteriormente – a 180 dollari al barile – per battere il record del 2008, una volta che si tiene conto dell’inflazione. In ogni caso l’inflazione è arrivata al 7,9% negli USA e al 5,8% nella UE a febbraio.[]
  2. Nell’ottobre del 1914 l’Impero Ottomano, appena entrato nella prima guerra mondiale, bloccò lo stretto dei Dardanelli, l’unica via per il grano russo per viaggiare in Gran Bretagna, Italia e Francia. Il mondo era entrato in conflitto con le scorte di grano del 12% al di sopra della media quinquennale, ma la perdita di oltre il 20% dell’offerta commerciale globale del raccolto ha incendiato i mercati alimentari. Essendo saliti di un quinto dal giugno 1914, i prezzi del grano a Chicago, il punto di riferimento per il mercato internazionale, sono aumentati di un altro 45% nel trimestre successivo.[]
  3. L’Ucraina è il terzo Paese esportatore di cereali a livello mondiale, alle spalle di Stati Uniti e Argentina. Fra gennaio e novembre 2021 Kiev ha venduto oltre i propri confini quasi 45 milioni di tonnellate di cereali (-5,6% sullo stesso periodo del 2020): 19,8 tonnellate di mais (-18% rispetto allo stesso periodo del 2020, con la Cina primo Paese destinatario, col 32% delle quote di mercato, seguita dall’Unione Europea al 31%, e poi Egitto, Iran, Turchia, Regno Unito); 18,9 milioni tonnellate di frumento (+7,48% tendenziale, con Egitto, Indonesia, Turchia, Pakistan, Bangladesh e Marocco primi acquirenti); 5,4 milioni di tonnellate di orzo (+7,86% tendenziale, con la Cina che rappresenta il 53% delle quote di mercato, seguita da Turchia, Arabia Saudita, Libia, Giordania e Tunisia). La Russia nei primi 11 mesi del 2021 ha collocato oltre i propri confini oltre 32,4 milioni di tonnellate di cereali (-19,54% rispetto allo stesso periodo del 2020), dei quali 24,5 milioni sono rappresentati dal grano(-24,8% tendenziale, con Turchia ed Egitto primi destinatari). La Russia esporta anche orzo (3,6 milioni di tonnellate, -19,89% rispetto ai primi 11 mesi del 2020, venduti nell’ordine ad Arabia Saudita, Turchia, Libia e Tunisia) e mais (2,7 milioni di tonnellate, +35% tendenziale, con la Turchia che rappresenta il 38% delle quote di mercato, davanti a Unione Europea, Corea del Sud, Georgia e Vietnam). I numeri inquadrano in maniera chiara la portata dell’export dei due Paesi oggi contrapposti sul filo della tensione e dall’analisi delle destinazioni dell’export dei cereali emerge in modo nitido che molte dei Paesi che acquistano dall’Ucraina o dalla Russia si ritrovano in una condizione di instabilità politica, di insicurezza alimentare e, dunque, sono molto esposti anche al rischio di sommosse interne, agitazioni, rischio di carestie.[]
  4. Nel 2021, i prezzi globali del grano e dell’orzo sono aumentati del 31% e i prezzi dell’olio di colza e di girasole sono aumentati di oltre il 60%. In Italia, i supermercati in Toscana e Sardegna stanno limitando le vendite di olio di semi di girasole a due contenitori per cliente. Per l’olio di girasole l’Italia ricorre per il 60% alle importazioni dall’Ucraina e le scorte sono destinate a esaurirsi entro un mese. Alla Borsa merci di Bologna, punto di riferimento italiano per la contrattazione dei prodotti agricoli, dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi il prezzo del grano tenero (con cui si fanno il pane e i biscotti) ha registrato un aumento del 31,4%, mentre il mais del 41%. L’Italia importa il 64% del grano tenero, il 44% del grano duro (con cui si fa la pasta), il 47% del mais (utilizzato soprattutto per la produzione di mangimi animali).[]
  5. L’invasione russa dell’Ucraina ha provocato contromisure da parte dell’UE, degli Stati Uniti e di altri Paesi che stanno avendo un grande impatto sulle esportazioni russe di gas naturale e fertilizzanti. Le esportazioni russe di gas naturale rappresentano circa il 20% del commercio mondiale e la Russia fornisce circa il 40% delle attuali importazioni dell’UE. Le sanzioni potrebbero fermare il commercio e far salire i prezzi del gas naturale a livelli ancora più alti. Mentre gli importatori europei potrebbero passare ad altri fornitori come gli Stati Uniti, i problemi logistici – gli Stati Uniti esportano gas naturale liquefatto – aggiungono costi e non fornirebbero un sollievo significativo, almeno a breve termine. Il gas naturale è anche una materia prima importante per la produzione di fertilizzanti azotati come l’ammoniaca e l’urea. L’impatto sui prezzi dei fertilizzanti è ulteriormente esacerbato dal fatto che la Russia è un importante fornitore di fertilizzanti azotati e potassio. La Russia rappresenta il 15% del commercio mondiale di fertilizzanti azotati e il 17% delle esportazioni globali di fertilizzanti di potassio. La Bielorussia, alleata della Russia nell’attuale invasione e già presa di mira da sanzioni internazionali, rappresenta un ulteriore 16% della quota di mercato globale delle esportazioni di potassio. La dipendenza di alcuni Paesi, inclusa l’Ucraina, dall’offerta di questi due Paesi è piuttosto estrema (60% o più). Il prezzo dei fertilizzanti – il 30% delle importazioni dell’UE proviene dalla Russia – è già aumentato del 142% rispetto a questo periodo dell’anno scorso.[]
  6. Il 7 marzo scorso il prezzo del grano ha raggiunto la quotazione record di 430 euro a tonnellata alla Borsa di Parigi. Gli operatori finanziari che avevano scommesso sui mercati speculativi degli assets azionari ed obbligazionari durante i primi due anni di pandemia, stanno cercando di trovare altri ambiti dove indirizzare i loro capitali liquidi e i futures alimentari stanno emergendo come una destinazione privilegiata, insieme con il resto del mercato delle commodities. Nei primi cinque giorni di marzo, il prezzo dei futures sul grano al Chicago Board of Trade è aumentato del 40%.[]
  7. L’Egitto – un Paese di oltre 110 milioni di abitanti – è il primo importatore di grano al mondo e finora il 50% è venuto dalla Russia e il 30% dall’Ucraina. Il Paese consuma circa tre volta la quantità di pane media pro-capite mondiale. Negli ultimi mesi il governo ha annunciato più volte l’intenzione di aumentare il prezzo del pane calmierato (di cui è stato già ridotto il peso per diminuire la quantità di grano utilizzata) e si è appellato ai 72 milioni di cittadini che ne beneficiano affinché ne limitino il consumo (gli egiziani poveri ricevono 5 pagnotte al giorno). L’Egitto investe circa 2,9 miliardi di dollari l’anno (la metà del totale dei sussidi alimentari, l’1,8% della spesa pubblica) per il mantenimento del costo del pane sovvenzionato a 5 piastre egiziane (rimasto lo stesso dal 1988). A questo punto l’aumento dei prezzi del grano potrebbe comportare una spesa aggiuntiva di quasi 760 milioni di dollari. In ogni caso, dal 5 marzo è raddoppiato il prezzo del pane non sovvenzionato. Il governo ha dichiarato di avere scorte di grano fino al mese di giugno e di poter provvedere con la produzione locale fino al mese di novembre. Nel frattempo, il Paese punta a diversificare le fonti di approvvigionamento, ricorrendo ai produttori di UE, USA, Argentina, Canada e Paraguay.[]
  8. Nel 2020, il 78% delle importazioni di grano turco proveniva da Russia e Ucraina. Pertanto, la Turchia sarà colpita dall’interruzione delle importazioni di grano dall’Ucraina e dalla Russia. I recenti dati ufficiali sull’inflazione – prima dell’invasione russa – mostrano che i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 64,4% su base annua a febbraio, rispetto all’inflazione complessiva dei prezzi al consumo del 54,4% nello stesso periodo.[]
  9. Il Libano è ormai da circa un anno un Paese in default e circa la metà di tutto il frumento consumato in Libano nel 2020 proveniva dall’Ucraina, secondo i dati della FAO. Basandosi sul pane e altri prodotti a base di cereali per il 35% dell’apporto calorico della popolazione, il Libano dipende in modo critico dal grano ucraino.[]
  10. In Tunisia l’aumento dei prezzi del grano si innesta su una transizione politica e una congiuntura economica estremamente delicata. A fine 2021 alcune navi cariche di cereali (provenienti in gran parte dall’Ucraina) hanno dilazionato per settimane lo sbarco del carico a causa del ritardo delle autorità nel pagamento e del rifiuto dei fornitori di fare credito a un Paese considerato sull’orlo del default. Negli ultimi mesi episodi di penurie di farina e semola sono state riportate in varie zone nel Paese, così come l’imposizione di limiti nelle quantità acquistabili. Le autorità locali hanno sempre smentito la possibilità di ridurre l’ammontare dei sussidi statali, ma non è escluso che nel quadro delle riforme necessarie al risanamento economico e del prestito con il FMI che si sta negoziando in questi mesi, possano essere avanzate richieste in tal senso. Secondo il Ministero dell’Agricoltura il Paese disporrebbe di scorte sufficienti di grano duro e orzo fino a maggio e di grano tenero fino a giugno. Anche nel caso tunisino si punta alla diversificazione delle forniture, incrementando le importazioni da Argentina, Uruguay ed Europa dell’Est. Uno degli ultimi carichi provenienti dall’Ucraina, di farina di orzo, è stato sbarcato a Zarzis lo scorso 7 marzo. Secondo alcune fonti, le autorità del Paese avrebbero pubblicato una circolare per impedire agli impiegati pubblici di rilasciare informazioni e diffondere notizie sulla crisi in corso.[]
  11. La guerra della Russia contro l’Ucraina sta avvenendo in un momento in cui il World Food Programme dell’ONU è già costretto a ridurre le razioni per 8 milioni di persone nello Yemen (dove oltre 17 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare) per l’aumento dei prezzi internazionali del cibo e per le crescenti difficoltà che incontra nell’ottenere risorse finanziarie dai donatori. Il WFP ha acquistato dall’Ucraina più della metà delle sue forniture da distribuire agli affamati di tutto il mondo nel 2021. Non a caso il WFP ha definito il 2022 “un anno di fame catastrofica“.[]
  12. La Libia è il Paese del Nord Africa dove il tasso di insicurezza alimentare raggiunge il livello più alto, coinvolgendo circa il 37,4% della popolazione. La Libia importa circa il 90% del suo fabbisogno in cereali, il 43% del quale proviene dall’Ucraina[]
  13. Domenica scorsa il Consiglio dei ministri algerino ha deciso di vietare l’esportazione di alcuni prodotti alimentari di consumo la cui materia prima è importata: zucchero, pasta, olio, semola e tutti i derivati del grano sono ora vietati all’esportazione. Il ministro della Giustizia sta elaborando anche un disegno di legge per penalizzare l’esportazione di questi prodotti che sarà presto considerato “un atto di sabotaggio dell’economia nazionale“.[]
  14. Le esportazioni russe di grano sono diminuite del 45% dall’inizio dell’attuale stagione di commercializzazione di luglio-giugno 2021 a causa di un raccolto più piccolo, delle tasse all’esportazione di grano e della quota di esportazione fissata a 11 milioni di tonnellate di grano, di cui 8 milioni di tonnellate di grano, per febbraio 15-30 giugno. Il Paese ha ancora da 6 milioni a 6,5 milioni di tonnellate di grano da esportare fino al 30 giugno[]
  15. Le regioni di Luhansk e Donetsk rappresentano circa il 5% della produzione di orzo dell’Ucraina, l’8% della produzione di grano, il 9% della produzione di semi di girasole e una quota trascurabile della produzione di mais. Tuttavia, vaste aree di produzione si trovano in altre parti dell’Ucraina che confinano direttamente con la Russia e la Bielorussia, e dove le truppe russe stanno avanzando: tra il 25%-30% della produzione di mais e semi di girasole, il 10%-15% della produzione di orzo e il 20% di Il 25% della produzione di grano si trova in tali regioni. L’orzo primaverile comincia a marzo, mentre la semina del mais inizia in genere ad aprile. Il grano invernale in genere non viene piantato fino a settembre.[]
  16. L’Ungheria ha già deciso di bloccare l’export di cereali. Il Canada al momento ha basse riserve di grano ed è assai probabile che gli Stati Uniti, l’Argentina, la Serbia e altre nazioni produttrici di grano limitino le esportazioni mentre i governi cercano di garantire l’approvvigionamento interno e stabilizzare i prezzi al consumo.[]
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