Verso la prossima crisi finanziaria

di Andrea Baranes –

Lo scoppio di una nuova crisi finanziaria non sembra essere tanto questione di “se”, ma di “quando”. Le principali istituzioni internazionali concordano nell’osservare un sempre più netto scollamento tra gli attivi finanziari e i fondamentali dell’economia reale. La definizione stessa di una bolla.

All’indomani della crisi del 2008 il mondo politico all’unisono aveva promesso l’introduzione di regole per chiudere una volta per tutte il casinò finanziario. Oggi possiamo dire che non solo tali promesse sono state disattese, ma per molti versi le decisioni di questi anni ci hanno portato in una situazione se possibile peggiore. Molti Paesi – l’Italia è purtroppo un esempio fin troppo evidente – portano ancora le cicatrici delle conseguenze di quella crisi e della prolungata recessione che ne è seguita in termini di disoccupazione, diseguaglianze crescenti, peggioramento dei conti pubblici. Quali governi potrebbero oggi mettere in campo nuovi piani di salvataggio se si ripresentasse una situazione analoga?

Ancora peggio, se possibile, si è usciti dall’ultima crisi senza introdurre riforme sostanziali dei mercati finanziari, ma inondandoli di soldi. Migliaia di miliardi di dollari e di euro immessi dalle banche centrali nel tentativo di fare ripartire l’economia (tramite manovre quali i quantitative easing) e rimasti in massima parte incastrate in circuiti puramente finanziari, se non speculativi. Da qui un crescente scollamento tra attivi finanziari e fondamentali economici, ovvero una nuova bolla.

Oggi circolano nel mondo qualcosa come 17.000 miliardi di dollari di titoli a tasso negativo. Come dire che ci sono talmente tanti soldi che i risparmiatori non sanno dove metterli e sono disposti ad accettare rendimenti negativi pur di parcheggiarli da qualche parte.

Persino investitori tradizionalmente prudenti come i fondi pensione devono spostarsi su investimenti sempre più rischiosi alla ricerca di un qualche minimo rendimento. Nello stesso istante, ogni giorno ci viene ripetuto che “non ci sono i soldi”. Non ci sono per investimenti, creazione di posti di lavoro, welfare o per la riconversione ecologica dell’economia. Un paradosso tanto gigantesco quanto spaventoso che illustra tanto il fallimento delle politiche degli ultimi anni quanto la completa incapacità del sistema finanziario di operare nell’interesse generale. 

Pensiamo alla pratica del buy-back, che consiste nell’acquisto di azioni proprie da parte di un’impresa. L’obiettivo è solitamente quello di diminuire il numero di azioni in circolazione, in modo da farne salire il valore. Una pratica costosa per le imprese e che non produce alcuna ricaduta “reale” sulla sua capacità di investire o produrre. Diverse grandi imprese negli ultimi anni sono arrivate a comprare loro stesse azioni per importi superiori agli utili realizzati. Come dire che ci si indebita e ci si indebolisce con l’unico obiettivo di drogare il corso azionario per placare l’insaziabile appetito degli investitori. Uno tra i molti esempi di una finanza che è arrivata a danneggiare, se non a fagocitare, l’economia della quale dovrebbe essere al servizio. 

Come detto, a fronte di queste montagna di soldi, nulla è stato fatto per chiudere il casinò finanziario. Le istituzioni europee non sono riuscite nemmeno ad approvare le regole da esse stesse proposte. Per fare un esempio, all’indomani della crisi l’UE commissiona a un gruppo di esperti guidati dal governatore della banca centrale finlandese Liikanen un rapporto su cosa fare per evitare il ripetersi di un disastro analogo. Il rapporto mette al primo posto la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Dopo anni di discussioni e infiniti dibattiti, la Commissione nel 2018 annuncia di abbandonare questa proposta di riforma. 

Lo stesso potrebbe dirsi per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, evoluzione di quella famosa Tobin Tax pensata per contrastare le attività speculative e generare un gettito per i governi che la dovessero introdurre. Malgrado un’ottima proposta di Direttiva della Commissione e il voto favorevole del Parlamento, la discussione rimane bloccata tra veti incrociati e approfondimenti tecnici, senza mai vedere la luce. 

Gli esempi potrebbero essere anche altri. Un elemento particolarmente preoccupante, è che a fronte della  pochezza di iniziative per chiudere il casinò finanziario, si sono moltiplicati obblighi e controlli per il sistema bancario tradizionale. Norme sempre più stringenti e gravose per le banche che erogano credito e vogliono sostenere l’economia reale, mano libera per i capitali speculativi. Un paradossale incentivo all’ulteriore spostamento dei capitali dal primo tipo di attività verso il secondo e verso una continua crescita del sistema bancario ombra.

Non solo. Le regole che vengono introdotte sono “a taglia unica” e cucite su misura per i gruppi bancari di maggiore dimensione. Nel nome di una competitività diventata un obiettivo in sé stesso, servirebbero banche sempre più grandi sia per sostenere le nostre multinazionali nella gara globale, sia perché le stesse banche devono competere con le loro omologhe nel resto del mondo.

L’impatto di una tale impostazione è particolarmente dannoso in Italia, dove un tessuto produttivo composto in massima parte di piccole e medie imprese necessiterebbe più di banche legate al territorio che non della presenza di pochi gruppi di grandi dimensioni. Le recenti riforme delle banche di credito cooperativo e delle popolari sono però andate esattamente in questa direzione, evidenziando purtroppo come i nostri governi abbiano passivamente seguito l’impostazione europea. 

In vent’anni in Italia siamo passati da 1.000 banche a 500. Considerando che con la citata riforma le circa 300 Bcc sono raggruppate in tre conglomerati, oggi rimangono 200 luoghi di decisione e indirizzo strategico. L’80% in meno in un ventennio. Nello stesso periodo circa 500 Comuni italiani hanno perso qualsiasi sportello bancario. Un isolamento in parte compensato dallo sviluppo del digitale, ma comunque per lo meno preoccupante e che acuisce le difficoltà di molte piccole imprese e le famiglie già colpite da anni di credit crunch (ovvero la contrazione nell’erogazione del credito) in seguito alla crisi e alla recessione.

Fenomeni che si sommano alla pressante richiesta, nuovamente partita dall’UE e passivamente recepita dall’Italia, di ripulire i bilanci delle banche procedendo a tappe forzate alla vendita di sofferenze e crediti “cattivi”. Una pressione che spinge le banche a svendere tali poste e che soprattutto colpisce nuovamente il sistema produttivo del nostro Paese. Un imprenditore in momentanea crisi di liquidità non può più provare a rinegoziare con la propria banca il prestito se quest’ultima deve liberarsene a ogni costo, rivendendolo a soggetti specializzati che eserciteranno poi ogni possibile pressione sullo stesso imprenditore.

In ultimo, tutto questo discorso riguarda lo sviluppo per così dire “tradizionale” della finanza. I giganti dell’hi-tech hanno lanciato una gara globale di offerta di servizi di pagamento, discussioni su monete alternative, apertura di vere e proprie banche on-line. Un mondo in evoluzione a velocità impensabili. L’articolo in cui per la prima volta di parlava di blockchain è stato scritto una decina di anni fa. Oggi tutti parlano di criptovalute a partire dalla bolla dei Bitcoin. Chi può immaginare quale sarà lo sviluppo della finanza digitale e a cosa andremo incontro nei prossimi anni?

Cercare di cambiare rotta appare quindi molto difficile. Ciò nonostante, sappiamo lungo quali direttrici dovremmo muoverci per riportare la finanza a essere un mezzo al servizio dell’economia e della società e non un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Prima di tutto “dall’alto” occorre introdurre alcune misure per una riforma del sistema finanziario. Le difficoltà non sono di carattere tecnico, quanto nella volontà politica. Dalla separazione tra banche commerciali e di investimento a un serio contrasto alla speculazione e ai paradisi fiscali, dai derivati alle operazioni di brevissimo termine, sapremmo cosa fare e come procedere. Fino a oggi tale volontà politica è purtroppo del tutto mancata, schiacciata dallo strapotere delle lobby del settore.

Per questo oggi più che mai occorre informarsi, con un’attività di educazione critica alla finanza. L’obiettivo dev’essere quello di agire “dal basso”, con una riflessione sull’uso dei nostri soldi, perché questi, una volta depositati in banca o affidati a un gestore finanziario non vadano ad alimentare speculazione e crisi ma siano al contrario al servizio di un diverso sistema economico. Quanti di noi presterebbero i propri soldi a chi volesse giocarseli alle corse dei cavalli, promettendo di restituirceli solo in caso di vincita? Eppure quanti di noi chiedono alla propria banca o gestore l’uso che ne viene fatto, una volta che glieli affidiamo? I nostri risparmi, una volta incanalati nei circuiti finanziari, alimentano l’economia del territorio o finiscono in qualche paradiso fiscale? Contribuiscono alla creazione di posti di lavoro o a una maggiore precarietà e delocalizzazioni? Alla tutela ambientale o all’inquinamento? I maggiori attori sui mercati finanziari sono banche, fondi pensione e fondi di investimento, assicurazioni. Tutti soggetti che si alimentano con i risparmi di milioni di cittadini. 

Smettiamola di essere complici inconsapevoli del sistema di cui siamo vittime. In oltre un ventennio di attività, la finanza etica ha dimostrato come un utilizzo radicalmente diverso sia possibile, rifiutando la speculazione cosi come le attività inquinanti o che violano i diritti umani, per indirizzare i soldi dei clienti e dei risparmiatori verso un diverso sistema economico, sociale e ambientale. La finanza può e deve cambiare rotta, passando dall’essere uno se non il principale problema a parte della soluzione. Se e come avverrà una tale trasformazione, è responsabilità di tutti noi.

Più che di memoria si tratta di propaganda
“Ci vogliamo vive”

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