Ventotene non basta

di Francesca
Lacaita

di Francesca Lacaita* – È certamente incoraggiante e di buon augurio il fatto che la rivista «Left» abbia dedicato la copertina del primo numero dell’anno – l’anno delle elezioni europee – all’Europa, e che il filo conduttore di gran parte dei contributi sia il richiamo al Manifesto di Ventotene. In questi tempi in cui sembrano sgretolarsi i principi stessi di civiltà e umanità, è tanto più essenziale rivisitare le idee e i progetti di chi ha pensato l’unità europea quale progetto di pace e di emancipazione (detto questo, perché limitarsi al solo Manifesto di Ventotene? Ci sono diversi altri scritti di quel periodo che vanno in quello stesso senso, alcuni anche ad opera di donne; se ne fossimo consapevoli ci sentiremmo forse meno soli).

Tuttavia il richiamo al Manifesto di Ventotene non deve farci dimenticare che, a differenza degli antifascisti di 75-80 anni fa, noi non possiamo immaginarci un “anno zero” in cui ricostruire l’Europa democratica, inclusiva, meticcia e solidale che vorremmo. Un’Europa “reale” c’è già – un’Europa peraltro che non è semplicemente “un’unione di mercati”, ma anche, e non da oggi, un’unione politica con le sue istituzioni, i suoi attori, una sua costituzione informale e un suo discorso pubblico di riferimento, che prende decisioni squisitamente politiche che, a loro volta, hanno ripercussioni sulla vita quotidiana, sociale e politica dei cittadini europei. Che si tratti di un’Europa intergovernativa, di un’Europa delle élite o di un’Europa che non ci piace, non la rende meno “Europa” o meno “reale”, o meno “politica”. Dell’“Europa reale” si è generalmente consapevoli a proposito di immigrazione e asilo, come attestano proprio gli articoli sull’argomento pubblicati su «Left». Ma chissà perché, non appena si passa ad altri temi, in particolare al futuro assetto costituzionale europeo o il momento costituente (a cui invero è fondamentale giungere, e più prima che poi), sembrerebbe che basti avere le idee chiare, realizzare un’unità di intenti, confondere ed emarginare i sovranisti, e la via è quantomeno segnata. Poi, certamente, «la via da percorrere non è facile, né sicura», ma «deve essere percorsa, e lo sarà!».

Il punto è che la costruzione dell’Europa politica non parte da zero. L’Unione Europea di oggi che non piace innanzitutto agli europeisti è l’esito di almeno trent’anni di evoluzione istituzionale in cui nuove iniziative e nuovi trattati sono stati annunciati come pietre miliari della costruzione politica dell’Europa e salutati innanzitutto dagli europeisti (ricordo come fu proprio in occasione del Trattato di Maastricht che lessi i primi saggi che parlavano di “democrazia transnazionale”). Si imputa spesso il sottosviluppo politico e democratico della UE alla mancata approvazione del Trattato costituzionale, all’allargamento a Est, ai populismi, ecc., prescindendo completamente dai termini in cui questa evoluzione ha avuto luogo. E invece sarebbe il caso di cominciare a ripercorrerli criticamente nel merito, se si vuole prendere collettivamente coscienza di come si è arrivati alla UE così com’è, che cosa essa rappresenta, e quali passi occorre intraprendere per giungere a un autentico momento costituente. Naturalmente questo processo comporta conflitti che senz’altro incrinano la comoda dicotomia tra “europeisti” e “nazionalisti”. La questione dell’immigrazione lo illustra chiaramente: in gioco non è tanto se si vuole “più nazione” o “più Europa”, quanto se si vogliono affermare i diritti umani nei confronti degli “altri” o dei poveri del mondo anche nel proprio territorio (in fondo abbiamo fatto guerre “umanitarie” per difendere i diritti umani fuori dal nostro territorio), oppure se si crede che l’Europa sia di chi ci nasce, o di chi è più fortunato. E quindi se è opportuno che ci sia anche in “Europa” qualcosa come l’articolo 10 della nostra Costituzione o se quest’ultimo possa essere di fatto esautorato anche in Italia. Per adesso chiediamoci: quali sono state finora le politiche europee in materia di immigrazione e di asilo, come si è arrivati a questo punto?

Altrettanto chiaro è a proposito delle politiche di austerità: devono queste per forza iscriversi nella costituzione materiale della UE, come con l’adozione del Fiscal Compact nei trattati europei (tentativo fallito il 27 novembre scorso, ma che può ben ripresentarsi presto, soprattutto se permane la coltre di silenzio che ha soffocato l’intera vicenda)? Chi lo decide, e in base a che cosa? Quando, in particolare, si è preso a concepire l’integrazione europea in termini di “integrazione di bilanci in pareggio” invece di convergenza verso l’alto dei vari sistemi-paese, come agli inizi? Sono domande ineludibili se si vuole puntare a un progetto di costituzione che non sia l’abbellimento dei trattati esistenti, come quello di quindici anni orsono.

Meno chiara nella consapevolezza collettiva è la questione dei diritti di cittadinanza europea. Ho già scritto su queste pagine come negli ultimi tempi essi vengano progressivamente esautorati, specie nella dimensione economica di accesso al welfare nei paesi di residenza, e come siano anche dimenticati i tentativi di renderli inclusivi anche nei confronti dei cittadini di paesi terzi. L’accordo, siglato alla vigilia del referendum sulla Brexit, fra l’ex primo ministro David Cameron e l’Unione Europea per indurre i britannici a rimanere nella UE (poi annullato per l’esito del referendum) avrebbe dato il colpo di grazia a qualsiasi idea di cittadinanza europea, confermando che i diritti possono essere concessi e revocati alla bisogna dalle élite europee nel silenzio praticamente totale degli europeisti. Ancora una volta, non si può giungere a nessun momento costituente senza una presa di coscienza collettiva di quanto è stato fatto (opere e omissioni) nell’“Europa reale” per decidere consapevolmente che cosa si va a costituzionalizzare.

E si potrebbe continuare.

Ma neanche questo però è sufficiente. Occorre indicare ai cittadini obiettivi concreti che diano sostanza al progetto europeo. Questo era ben chiaro agli autori del Manifesto di Ventotene, che avevano dedicato un’intera sezione ai «compiti del dopoguerra». Meno chiaro è stato agli europeisti delle epoche successive, i quali si sono generalmente limitati a rispondere a quel che arrivava da Bruxelles (qualcuno diceva di sì, qualcun altro di no) o ad avanzare proposte nei canali concessi dall’“Europa reale” – penso in particolare ai documenti pervenuti alla Convenzione Europea del 2002-2003 e alle strutturalmente fallimentari Iniziative dei Cittadini Europei – facendole inevitabilmente finire nel dimenticatoio. Da questo punto di vista il programma elettorale della Primavera Europea promossa da Diem25 per le elezioni europee costituisce certamente una novità, in quanto si tratta di un programma elettorale transnazionale che si declina nei vari contesti locali, e mette quindi i temi europei al centro della sfera politica, nella prospettiva di un processo costituzionale europeo aperto e non predefinito. È forse la prima volta che nodi programmatici centrali al futuro dell’Europa vengono posti all’attenzione degli elettori, dal Green New Deal per la riconversione industriale e gli investimenti verdi allo Statuto Europeo dei Lavoratori per combattere il dumping sociale; dalla Job Guarantee, che rende lo Stato “occupatore di ultima istanza” per combattere la disoccupazione al dividendo di cittadinanza universale, che fa condividere alla collettività i proventi del capitale; dalla chiusura dei paradisi fiscali a uno standard sanitario europeo come preludio a un sistema sanitario europeo, e altro ancora. Naturalmente c’è spazio per altre proposte, per altre voci. Ma è fondamentale che accanto a idee, sentimenti e narrazioni sull’Europa, che tanto valore hanno avuto per la cultura politica progressista e di sinistra, ci siano obiettivi tangibili che non solo diano concretezza e sbocchi al nostro senso per l’Europa, ma anche si misurino anche con il peso e la materialità dell’“Europa reale”. Per non rischiare, alla fine, di parlare solo ai convertiti.

*L’autrice è attivista di Diem25; le opinioni espresse in questo articolo non riflettono tuttavia necessariamente quelle di Diem25.

Menu