editoriali

Vent’anni dopo Genova hanno vinto i “no global”?

di Franco
Ferrari

Gli eventi di Genova del 2001 erano inseriti in un contesto di relativa ripresa di movimenti di contestazione dell’assetto capitalistico mondiale (“anti-sistemici”) così come si era andato imponendo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Un primo segnale di reazione dal basso si era registrato con l’irruzione, del tutto sorprendente, del movimento zapatista in Chiapas, emerso dalla selva per contestare il trattato di libero scambio tra Messico e Stati Uniti.

Il movimento ebbe un salto di qualità con l’assedio alla riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la cui riunione doveva tenersi a Seattle ma che di fatto saltò per effetto della mobilitazione di una forte opposizione che allineava organizzazioni e gruppi informali che fino ad allora erano stati piuttosto separati e a volte persino ostili tra loro, come i sindacati e gli ambientalisti radicali.

Contemporaneamente si avviava la stagione dei Forum sociali mondiali e regionali che si presentavano come alternativa al Forum economico di Davos (Svizzera) nel quale l’establishment politico ed economico celebrava i vantaggi della diffusione dell’economia capitalistica e della competizione di mercato in tutti gli angoli della terra.

Le manifestazioni di Genova che contestavano il G8, un altro degli strumenti di governance di cui si erano dotate le classi dominanti, contrapponevano alla narrazione egemone sui vantaggi di una crescita inarrestabile della globalizzazione una serie di visioni critiche che vedevano la confluenza di movimenti diversi (sindacali, ambientalisti, femministi, altermondialisti) in una complessiva richiesta di “giustizia globale”. La violenta repressione segnò il movimento ma non ne interruppe la crescita che trovò un ulteriore momento di affermazione nella diffusione planetaria di manifestazioni contro la guerra in Iraq, che segnò anche una evidente sconfitta.

All’interno del movimento, al di là di una comune critica alla globalizzazione capitalistica, si esprimevano orientamenti diversi sul processo in atto. Come ricorda il sociologo Paolo Gerbaudo in un recente articolo pubblicato sul sito della rivista socialista Jacobin, una personalità influente del movimento era il filippino Walden Bello che sosteneva la necessità di battersi per una“de-globalizzazione” che comportasse una riduzione dell’interconnessione economica a livello mondiale e una rilocalizzazione dei processi economicii. Le sue tesi erano ispirate dalla proposta di “de-linking” (scollegamento) dal capitalismo globale avanzata già da tempo da Samir Amin (sia Amin che Bello sono stati influenzati dal maoismo). Per un’altra parte del movimento lo sviluppo di una maggiore interazione economica e il progressivo superamento dello stato-nazione come principale sede del conflitto sociale era un fatto inevitabile e quindi il principale compito del movimento era portare lo scontro con le classi dominanti sul terreno sovranazionale, dotandosi a tale livello di strumenti e strategie adeguate.

Definire un bilancio del “movimento dei movimenti” non è compito facile e lo stesso ventennale di Genova ha dato adito a valutazioni molto diverse. Non voglio intervenire su questo quanto segnalare i due terreni, a mio parere cruciali, sui quali la riflessione del e sul movimento dovrebbe concentrarsi. La prima la definirei come “l’economia politica” della giustizia globale; la seconda come la “teoria del potere” e del rapporto tra movimenti, partiti, istituzioni (sulla sottovalutazione del ruolo dei partiti da parte del movimento altermondialista ha posto l’accento Luciana Castellina sul Manifesto). Vorrei concentrarmi sulla prima sottolineando la necessità di aggiornare l’analisi della globalizzazione economica in un contesto che è indubbiamente diverso da quello di vent’anni fa. Un passaggio necessario per definire una strategia che non può essere solo la riproposizione di quanto tentato in un’altra fase.

Le questioni sollevate da Gerbaudo nell’articolo citato, così come in altri interventi in esso richiamati (quelli di Adam Tooze, Grace Blakeley, James Meadway, Quinn Slobodian, ecc.) pongono questioni che sono rilevanti per definire una strategia politica per la sinistra (di movimento e di partito). Volendo riassumerle schematicamente direi che sono queste: 1) stiamo entrando in una fase di “deglobalizzazione”’; 2) il neoliberismo è morto?; 3) le politiche di austerità sono state abbandonate?.

Così formulati, questi interrogativi sembrano consentire risposte semplici ma in realtà così non è, tanto è vero che nel dibattito che si è aperto sono stati espressi pareri opposti.

Stiamo entrando in una fase di deglobalizzazione?

La crisi determinata dalla pandemia di Covid19 ha messo in evidenza alcuni rischi derivanti dalla globalizzazione economica che ha dislocato i processi di produzione in paesi un tempo “sottosviluppati” e ad avere bisogno di un ininterrotto funzionamento dei servizi di trasporto e logistica. Si è visto come queste catene possano essere interrotte da eventi eccezionali e nello stesso tempo come ci si possa trovare senza beni e materie prime che, in determinate condizioni, si rivelano essenziali.

Prima ancora della emergenza sanitaria si era cominciato a valutare negativamente gli effetti sociali dei processi di delocalizzazione delle imprese manifatturiere con importanti conseguenze negative in zone geografiche un tempo strutturate intorno ad interi settori industriali. Tutto ciò aveva già favorito spinte verso nuove forme di protezionismo che hanno trovato la loro rappresentanza politica soprattutto da parte di correnti nazionaliste e populiste di destra.

Un altro fattore che ha messo in crisi il processo di globalizzazione è stato l’emergere di una nuova competizione che ha per protagonista soprattutto la Cina. Il forte sviluppo tecnologico cinese e il rifiuto da parte della leadership di Pechino di adattarsi ad un ruolo subalterno nel contesto mondiale ha messo in evidenza che il processo in corso stava cambiando significativamente i rapporti di forza tra le varie aree economiche. Tutto questo ha portato le stesse forze politiche ed economiche dominanti – come rileva Gerbaudo – a vedere più pericoli che opportunità nell’apertura dell’economia mondiale.

Secondo il sociologo, se ci sono disaccordi sull’estensione di questa tendenza alla rimessa in discussione della globalizzazione ci sono pochi dubbi sulla direzione di fondo: “il mondo si sta allontanando dal capitalismo globale verso un capitalismo più nazionale”.

Il neoliberismo è morto?

L’affermazione del neoliberismo come paradigma politico ed economico dominante a livello mondiale è andato di pari passo con la globalizzazione economica. Prodotto inizialmente del successo della destra (Reagan, Thatcher) è stato poi assunto, seppur in forme più ambigue sul piano della retorica, anche dal centro-sinistra e dalla socialdemocrazia (Clinton, Blair, Schroeder).

Il principio ideologico fondamentale sul quale si basa il neoliberismo è l’idea che le logiche del mercato e della competizione debbano regolare (con poche eccezioni) tutte le relazioni sociali. Da questa visione sono derivate tutte le scelte politiche conseguenti che hanno guidato sia i governi che le istituzioni internazionali (FMI, OMC, ecc.): smantellamento del ruolo economico diretto dello Stato, riduzione dei servizi pubblici di welfare, indebolimento del peso del lavoro dipendente, tagli fiscali soprattutto alle imprese e al grande capitale finanziario, ecc.

Le nuove politiche avviate in alcuni grandi paesi come Stati Uniti o Gran Bretagna a seguito della crisi pandemica (quindi sui due fronti politici diversi nei quali si collocano Biden e Johnson) consistono in forti investimenti pubblici, consistenti sostegni al reddito e iniziative o quanto meno promesse di iniziative tese a ridurre il divario che si è prodotto nei redditi tra la parte alta della società e i ceti popolari. Considerato che anche alcuni di coloro che per decenni hanno sempre teorizzato la riduzione dell’intervento dello Stato e i tagli alle tasse come i principali strumenti di politica economica hanno parzialmente cambiato discorso, vi è chi ritiene che si possa considerare chiuso il ciclo dominato dal neoliberismo.

Chi tende a sottolineare l’importanza di questi cambiamenti intravede l’apertura di una fase di politiche neo-keynesiane di carattere nazionaleii, ma altri sono invece molto più scettici su questa lettura degli eventi recenti. E’ il caso dell’economista Grace Blakeley, la quale, intervenendo sulla Tribune, settimanale della sinistra laburista britannica, ricorda che gli interventi delle Banche centrali sono serviti innanzitutto a proteggere dall’eccessiva volatilità i mercati finanziariiii. Il prezzo delle azioni è rimasto alto anche in un contesto di fortissima contrazione economica. “Quasi 500 nuovi miliardari sono stati creati lo scorso anno, e le politiche di Quantitative Easing hanno giocato un ruolo importante in questo processo”, scrive la Blakeley.

La sua conclusione è che il Covid19 non produrrà la fine del neoliberismo, tanto meno una sfida al sistema capitalistico mondiale. “Il mondo che emergerà da questa crisi – sostiene – sarà tanto iniquo e instabile come quello che vi è entrato…la sola differenza sarà un livello relativamente più alto di spese statali.” Resterebbe intatto il meccanismo che ha ridefinito il ruolo dello Stato da governance dei mercati a governance attraverso i mercati e quindi i Governi puntano ancora ad adattare le proprie economie alle richieste del grande capitale.

C’è anche chi, come James Meadway, registra effettivamente la “morte del neoliberismo” ma ritiene che al suo posto arriverà qualcosa di peggiore: un’era di “capitalismo autoritario” (secondo una definizione utilizzata da Laurie Macfarlane)iv. Opporsi a questo nuovo assetto mondiale richiede per le sinistre – secondo Meadway – nuove modalità organizzative e nuovi linguaggi. La difesa dei servizi pubblici deve andari di pari passo con la difesa dei diritti civili.

Le politiche di austerità sono state abbandonate?

Su questo punto si può ritenere che vi sia una certa concordanza di vedute nelle analisi che stiamo prendendo in considerazione. A fronte della crisi derivata dalla pandemia è diventato senso comune che occorreva un intervento statale e delle banche centrali massiccio per evitare la paralisi di tutto il sistema economico. Le politiche espansive di Biden (nonostante le difficoltà che incontra a farle approvare in un Parlamento nel quale è ancora forte la possibilità di veto da parte della destra repubblicana) vanno di pari passo con quelle dei Conservatori britannici. Come scrive Meadway: “il terreno politico sta cambiando rapidamente”. Nella decade passata, l’austerità è stata una componente vitale del programma delle élite per stabilizzare il capitalismo dopo lo schianto del 2008, ma ora i Conservatori hanno annunciato la “fine dell’austerità”, avendo promesso già prima della pandemia di aumentare la spesa per l’istruzione. Ma è necessario sottolineare, scrive ancora Meadway “che la fine dell’austerità non significa la fine del neoliberismo, in quanto i tagli di spesa non costituiscono una parte essenziale dell’ideologia. Il governo del New Labour di Tony Blair è stato già un esempio di questo fatto, spingendo sulle privatizzazioni anche nel momento in cui aumentava la spesa pubblica” (possiamo aggiungere che su linee simile si era posto anche il governo Renzi).

Un parziale abbandono delle politiche di austerità si è registrato anche in Europa, dove queste politiche di drastici tagli alla spesa pubblica erano state imposte a tutti i Paesi che si erano trovati in difficoltà per la trasformazione della crisi della finanza privata (partita negli Stati Uniti con l’esplosione della bolla dei subprime) in crisi delle finanze pubbliche di alcuni Stati (i cosidetti PIGS). L’avvio di un percorso di indebitamento comune da parte dell’Unione Europea, unitamente ad un massiccio intervento di acquisti del debito pubblico e privato da parte della BCE e alla sospensione del patto di stabilità, ha sancito un’evoluzione delle politiche europee. Si tratta per ora di un mutamento temporaneo, legato alla natura della crisi e alla necessità di mettere in campo interventi pubblici per far fronte alle esigenze di ristrutturazione del sistema produttivo, necessitata dalla crisi ecologica e dalla competizione cinese. Già sono riemerse le voci dei sostenitori delle politiche di pareggio di bilancio che puntano ad un ritorno alla “normalità”, così come da loro interpretata, nell’arco di pochi anni.

Resta il fatto che l’abbandono delle politiche di austerità sembra al momento un principio largamente condiviso dalle élite politiche ed economiche. Se guardiamo alla realtà italiana, lo stesso Draghi ha dichiarato che ora è il momento di “dare e non di prendere” soldi da parte dello Stato (anche se per giustificare il mancato accoglimento della richiesta di introdurre una modesta tassa patrimoniale). I punti di conflitto sono quindi altri: 1) come intervenire più attivamente nei processi di ristrutturazione dell’apparato produttivo e a favore di chi; 2) come evitare che questo interventismo dello Stato si trasformi in una forma permanente di controllo pubblico dell’economia. Lo Stato deve mettere soldi ma lasciare alla finanza e all’impresa il controllo del meccanismo di accumulazione.

Conclusione

Il dibattito qui sommariamente richiamato, solleva questioni di grande interesse che riguardano sia la definizione della fase politica ed economica in cui ci troviamo, sia le conseguenti scelte strategiche della sinistra per poter costruire un modello di sviluppo alternativo a quello delle élite. Queste per altro non sono tra loro del tutto omogenee in quanto attraversate da conflitti tra settori legati al fossile ed altri al digitale, tra quelli più interessati ad accentuare forme di capitalismo nazionale ed altri più “globalisti”. Mentre il rifiuto delle politiche di austerità è un elemento comune, ma oggi meno prioritario del decennio scorso per le ragioni sopra richiamate, e la contestazione del neoliberismo caratterizza la sinistra, meno determinato è il giudizio sui processi di globalizzazione, se vadano avversati in toto o se aprano contraddizioni interne al capitalismo sulle quali agire. Una differenziazione che, come ha ricordato Gerbaudo, era presente già nel dibattito di vent’anni fa.

 

 

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