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Uno strabismo politico pernicioso

di Andrea
Amato

Sovente, i post su Facebook tornano in circolo perché, anche dopo tempo, mantengono tutta la loro attualità. È il caso di una lettera, postata un anno e mezzo fa, nella quale un insegnante lancia un potente j’accuse contro un certo tipo di personaggi televisivi (Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, ecc.). “Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.” “Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo”. La lettera continua con dovizia di argomentazioni e grande passione civile.

Mentre non si può che essere d’accordo sulla sostanza della denuncia, come in ogni delitto, non ci si può fermare agli esecutori materiali. La presa che questi personaggi hanno su una parte consistente del pubblico, soprattutto giovanile, il loro potere di degenerazione culturale, non dipende dalle loro capacità. Essi sono gli ingranaggi di una macchina, ormai ben oleata, che procede inesorabilmente dalla metà degli anni ’70, cioè dalla nascita della televisione commerciale. Una televisione che si è ormai emancipata dal modello basato sull’induzione di determinati consumi, sulla semplice manipolazione. Una televisione che ha incominciato a mettere in atto una azione più organica di cambiamento della cultura generale, sussumendo i “valori” e le pulsioni più viscerali del pubblico e restituendoglieli in termini di modelli, che via via diventano cultura o, meglio, subcultura diffusa, popolare. Ed è questa subcultura che “naturalmente” esprime il bisogno di quei consumi che il sistema produttivo è pronto a offrire. Ciò che è successo allora, non è altro che quel passaggio dal marketing all’”industria di senso”, che Sergio Bellucci ha magistralmente descritto.[1]

Quante generazioni sono state culturalmente violate dai tempi di Drive In fino a quelli di Barbara D’Urso, passando per il Costanzo Show, inventore di Sgarbi? Si è parlato di una vera e propria mutazione antropologica. Sebbene in Italia abbia assunto proporzioni vistose, il fenomeno non è solo italiano. La nostra specificità, però, risiede nel fatto (che poi ha fatto scuola nel mondo) che i meccanismi della televisione commerciale si sono platealmente sposati con quelli della politica, generando il “berlusconismo”.

Certamente, del berlusconismo conosciamo tutti l’uso spregiudicato della televisione (tutte le TV, RAI compresa) per fini politici ed elettorali. Chi ha l’età per farlo, ricorderà il ruolo che la trasmissione “Non è la RAI” ebbe nella prima vittoria di Berlusconi alle elezioni del 1994. Le parole che Gianni Boncompagni metteva, con l’auricolare, in bocca all’incolpevole Ambra Angiolini, erano dei veri e propri, ancorché subliminali, slogan elettorali. Ma quella trasmissione – così come le altre, prima e dopo – non ha soltanto avuto una diretta ricaduta politica. È stata soprattutto un efficace strumento culturale, d’implacabile inoculazione di disvalori quali la competizione a tutti i costi, il carrierismo, l’arricchimento, la sfrenata voglia di apparire. In parole povere, ciò che veniva chiamato “meritocrazia”. Quando Berlusconi “scende in campo” nel ’94, trova almeno due generazioni di giovani allevati con quei veleni, pronti “naturalmente” a votare per lui.

Se si va a vedere su Wikipedia il significato della parola “berlusconismo”, si trovano, per par condicio, due interpretazioni: una, positiva, di tipo sociologico, in cui esso viene denominato “ottimismo imprenditoriale”; l’altra, decisamente critica, di tipo politico, che cita Marco Revelli e il suo gobettiano parallelismo con il fascismo, nonché la celebre affermazione del giornalista francese Jacques Martin  “Il Berlusconismo è il più grave attacco alla democrazia occidentale dal 1945; un fenomeno che non può essere trascurato”. E si cita anche Gianfranco Pasquino, che individua nella scoperta dell’”antipolitica” la componente essenziale del suo fascino. Insomma, una critica al berlusconismo esclusivamente politica.

Lasciando da parte Wikipedia – sulla cui scientificità si può, legittimamente, avere qualche dubbio – e prendendo, ad esempio, in considerazione un recente ed eccellente saggio di Gianluca Panciroli – che, oltre a fare il punto sulle principali analisi del berlusconismo, fornisce una propria interpretazione del fenomeno – si deve constatare che, anche lì, è soprattutto la dimensione politica ad essere presa in considerazione.  Certamente, c’è il riconoscimento che le radici culturali vanno ricercate indietro nel tempo. Non solo nell’edonismo/individualismo/yuppismo degli anni ’80, ma anche nel “riflusso” degli anni ’70 (guarda caso, il decennio in cui nasce e si sviluppa la televisione commerciale). E, più indietro ancora, nei modelli culturali – e nella cultura politica di massa – prevalsi nel secondo dopoguerra.

Tuttavia, è il versante politico che viene privilegiato, anche dando conto delle tesi di Orsina sul “complesso rapporto tra élite e società civile”, all’origine del “populismo antistatalista” di Berlusconi. In conclusione, Panciroli definisce il berlusconismo un esempio di “destra populista”, “precursore del sovranismo”.

Queste ultime affermazioni sono molto importanti, perché disvelano la sostanziale continuità tra il berlusconismo e ciò che è venuto dopo: il populismo grillino e il sovranismo della Lega. Ma questa evidenza sembra decisamente lontana dalla percezione della sinistra ufficiale. Da anni si fanno analisi, ci si esercita nell’immaginare strategie per combattere il populismo senza capire che l’antipolitica dilagante, l’odio per la “casta”, altro non sono che prodotti “naturali” di quasi cinquant’anni di berlusconismo: venti di lavoro culturale preparatorio, venti di governo, dieci di passaggio di testimone. Lo stesso sovranismo è la dilatazione di un individualismo ormai radicato.

Questa misconoscenza di un berlusconismo sotto mutate spoglie non è un caso, né una défaillance dovuta al più recente impoverimento politico della cosiddetta sinistra, ma la conseguenza di un antiberlusconismo fallace, ritenuto ormai obsoleto da quando Berlusconi non è più al governo. Un antiberlusconismo che è sempre stato ridotto a contrapposizione politica. Sui contenuti e sulla persona, i suoi crimini, la sua “impresentabilità”. Ora che il suo debito con la giustizia viene considerato onorato, lo si considera, quasi affettuosamente, un vecchio zio, un po’ balzano nei comportamenti e nelle idee. Un innocuo ologramma proveniente da un passato ormai da dimenticare.

Non aver, negli ultimi trent’anni, combattuto il berlusconismo nella sua natura principale, quella di un morbo culturale con devastanti effetti di tipo antropologico, ha spuntato le armi di un berlusconismo politico ridotto a litania senza presa popolare, a lotta politicistica. È questo antiberlusconismo che ha permesso a quel lavoro culturale di continuare indisturbato la propria opera, di ingigantirsi nella rete e nei social network, e di farne cogliere i frutti ai continuatori del berlusconismo; anch’essi, ormai, strumenti robotizzati, in quel passaggio dall’”industria di senso” all’”industria dei sensi”, che è, appunto l’approdo della riflessione di Bellucci.

L’errore di ieri continua ancora oggi; non ci si rende conto che il berlusconismo “è vivo e lotta contro noi”. È vivo e nocivo per tre motivi. In primo luogo, perché, come si è detto, continua a nuocere politicamente attraverso i suoi epigoni. È vivo perché le devastazioni culturali prodotte in questi cinquant’anni genereranno, chissà per quanto tempo ancora, ulteriori disastri politici. Infine, è vivo perché quel lavoro culturale – quello che vede come marionette le Barbara D’Urso, i Signorini, di cui parla la lettera dalla quale siamo partiti – continua indisturbato, anzi ancora più pernicioso perché meno “grezzo” di quello di Drive In.

 Un processo che sembra avviato a quella “fine della civiltà” di cui parlava Benedetto Croce. “La fine della civiltà, di cui si discorre, della civiltà in universale, è non l’elevamento ma la rottura della tradizione, l’instaurazione della barbarie, ed ha luogo quando gli spiriti inferiori e barbarici, che pur tenuti a freno, sono in ogni società civile, riprendono vigore e, in ultimo, preponderanza e signoria.”[2]

Ma il “pensatore di Pescasseroli” fu incapace di dare una risposta alla “fine della civiltà” che non fosse quella del semplice dissenso, una risposta ben diversa da quella rappresentata dalla Resistenza. Forse oggi, per combattere questo progressivo degrado della civiltà, ci vorrebbe non solo quello che fu la Resistenza ma quello che essa sarebbe potuta essere: una rivoluzione. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è, se il termine non fosse ormai abusato, una “rivoluzione culturale”. Già, ma come si fa?

 

[1] Sergio Bellucci, L’industria dei sensi, La transizione, HARPO, Roma 2019

[2] Benedetto Croce, Filosofia e storiografia, Saggi filosofici XII, Bibliopolis, Napoli, 2005, p.285

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