Una risposta di sinistra alla crisi

di Roberto
Musacchio

Mentre il malessere sociale comincia a dar mostra di sé la situazione resta quanto mai drammatica, contraddittoria e incerta.

Incerti i tempi e i modi della pandemia. Al punto che il sindaco di Milano non trova niente di meglio da fare che affidarsi alla Madonnina.

Ciò che si fa per contrastarla e per ripartire mostra una crisi reale del trentennio liberista.

La pandemia ha viaggiato veloce con la globalizzazione. La globalizzazione non è veloce nel combatterla. Anzi. Con tutta probabilità la devastazione ambientale connessa a questo modello di sviluppo è il cuore di questa contraddizione.

Cosa sarà dunque della globalizzazione e del modello di sviluppo? Di certo non accetteranno l’eutanasia. Anzi. Nella pandemia i ricchi e potenti sopravvivono molto meglio dei poveri e dei desideredati. E siccome è la contraddizione di classe che disegna i modelli di sviluppo per cambiare non basta la crisi.

Che poi di crisi questo modello vive. E anche adesso nella crisi nuovi soggetti potenti crescono come i signori delle reti.

Eppure la crisi c’è. E anche il gigsntesco mercato del just in time globale deve fare i conti con ciò che lo insidia come il virus.

Quali saranno i riassetti della produzione? Ci saranno riterritorializzazioni e reinternalizzazioni?

Domanda aperta nello scenario Mondo.

Molto concreta anche in una Europa che si è disegnata con Maastricht sostanzialmente  come un mercato interno fondato su imprese, concorrenza e stabilità monetaria come frusta sociale.

Ma se il virus chiede riterritorializzazioni produttive e più consumi interni quale diventa la base della UE?

Qui si intrecciano i temi che caratterizzano l’attualità. Il gioco dei fondi, dal Mes al Recovery, con il ruolo della Bce e la sentenza della Corte tedesca che poi è poggiata su Maastricht.

Proprio ai tempi di Maastricht la Corte di Berlino si espresse per la prima volta per blindare spirito e lettera del Trattato. Sentenza tutt’altro che minimalista. La UE è una Unione di Stati sovrani che stanno insieme per il mercato, le imprese, la concorrenza e la stabilità monetaria. Non esprime un popolo. I popoli sono espressi dagli Stati. Per cui “democrazia vuole” che non si transigga sul Trattato. Principi ripresi in occasione di una nuova sentenza pronunciata per il Trattato di Lisbona che affidava, visto l’allargamento delle competenze UE, al parlamento tedesco, in quanto garante la sovranità popolare, di sorvegliare e intervenire.

E infatti per i deputati tedeschi le clausole di segretezza degli atti del Mes non valgono. E infatti la nuova sentenza emessa sulla Bce richiama questo quadro e invita il Parlamento tedesco ad agire.

Ma se il quadro strutturale che ha fondato Maastricht boccheggia col virus, che si fa?

L’impressione è che la governance punti a salvare quanto più possibile di un Sistema che la vede dominare da oltre un trentennio, ma anche che comunque abbia problemi.

Si pensi a uno scontro in atto come quello sul turismo e le riaperture transnazionali  dove una cosa serissima come il diritto di circolazione, cioè Schengen, si mischia con il valore del Pil turistico che pesa per circa il 10% in Europa.

Ma scontro c’è sui vari fondi, con il Mes a fare da ancoraggio alla austerità e il Recovery che prova a conciliare eurobond e Maastricht.

Così è perché ci si attarda a non vedere che l’Europa ha bisogno di nuovi ragioni di essere perché quelle del mercato interno vacillano.

Ma se è grave che la Germania non si misuri con questo dato è ancora più grave che non lo faccia l’Italia che ne avrebbe assoluto bisogno.

L’Italia ha la sua parte più interna al modello UE, cioè la Padania, strutturalmente vulnerabile al virus per ragioni ambientali e di modello sociale privatistico. Non ragionare su questo è pura demenza. Purtroppo il sistema politico italiano non lo fa. Perché? Perche il modello padano fatto di centralità delle aziende, della concorrenza sulle esportazioni, di forte impatto ambientale, di privatizzazioni è trasversale al sistema politico. E alimenta il differenzialismo che ha minato l’unità sociale del Paese.

Ecco che il decreto per il rilancio e tutti gli atti del governo registano questa situazione. Soldi quasi tutti alle imprese. Accordo al ribasso con i “feudatari” territoriali. Tagli indiscriminati alle tasse. Ed anche il maxi prestito a Fiat (chiamiamola ancora così).

Ma così né l’Europa né l’Italia reggono.

Vedremo i fatti ma non è difficile prevedere che il malessere sociale sarà traboccante.

E avrà due possibili strade. Una, distruttiva, del tutti contro tutti. L’altra quella di trovare una riunificazione in un progetto di cambiamento.  A sinistra.

Un progetto che rifondi l’Europa come modello sociale e non come mercato concorrenziale. Che ri-territorializzi e re-internalizzi attività produttive mentre si concentra sulle reti, il risanamento ambientale e la coesione sociale come tre grandi obbiettivi. E li affidi al pubblico. Che comprenda che il reddito di base non è più rinviabile. Così come una seria limitazione della finanza e una nuova equità fiscale che parta dalle multinazionali.

D’altronde nel delirio dei soldi alle imprese anche qui in Italia ci sono misure che hanno un qualche segno diverso, sia pure minimo e contraddittorio.

Penso a quella sorta di certificati fiscali che si è deciso di usare nel turismo e nelle ristrutturazioni energetiche. E penso anche ai Btp “patriottici” che hanno incontrato successo.

Piccoli segni che non tutti pensano che si debba finire in bocca al Mes. E che bisogna ripensare alcuni cicli.

Ma la cosa necessaria è saper rovesciare la logica dell’economia del nostro Paese, ripartire dal pubblico e dal Sud mentre si bonifica la Padania. C’è una sinistra per farlo?

 

Roberto Musacchio

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Per uno Statuto europeo dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori
Oggi festeggiamo 50 anni di Statuto

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