Una riflessione per la “ripartenza”

di Riccardo
Rifici

Pur essendo ancora nella crisi sanitaria, da più parti (sia governativi che non) si assiste alla retorica della “ripartenza”. Qualcuno si preoccupa di accennare ai temi della sostenibilità, altri non fanno neppure questo sforzo dialettico. Ma in realtà anche chi accenna alla sostenibilità, lo fa perché dovuto, e lo fa senza mettere in discussione il modello, spesso imperniando tutti i ragionamenti sui “grandi interventi”, sulle “grandi opere”, tant’è che fa varie ipotesi, oltre a qualcuna che potrebbe anche essere condivisibile, rispuntano progetti come il “Ponte sullo stretto”.

In realtà bisogna cambiare in modo profondo le prospettive e il modo di pensare. Bisogna capire che il punto di riferimento per le azioni da mettere in atto deve avere un punto fermo: la necessità di affrontare come un tutt’uno la crisi ambientale e quella socio-economica, sia a livello locale che a livello globale. Qualsiasi azione ed intervento deve essere fatto in questa logica, superando e ribaltando modi di operare e riferimenti che hanno caratterizzato il passato.

Naturalmente ciò implica anche una scelta di campo, anche alla luce delle attuali posizioni di Confindustria su priorità, modi e contenuti per la “ripartenza”. Dovrebbe, infatti, essere contrastato l’assalto alla diligenza messo in atto in questi mesi da Confindustria che, non solo mette tra le priorità solo i propri interessi economici, ma non mette assolutamente in discussione modelli di produzione e programmazione degli interventi. Alla luce di tutto ciò non solo il Governo appare debole e accondiscendente, ma lo stesso Sindacato sembra balbettare, sia sulle questioni sociali (pensioni, ecc), sia sul modello di “sviluppo” su cui ripartire (grandi opere o altro? grandi opere, quali?).

Naturalmente sia sul tema priorità sia sul tema dei modelli ci si più aspettare un confronto serrato con delle mediazioni possibili. È, però, indubbio che bisogna cominciare a costruire i presupposti per rendere possibile una transizione a un diverso modello produttivo. Uno dei presupposti è quello di confutare l’idea delle “grandi opere” come modello per rilanciare l’economia. Certamente alcuni Piani di Grandi interventi sono necessari al nostro Paese. Tra questi, in ordine di priorità vanno senz’altro elencati:

  1. un Piano per la difesa e il potenziamento dei servizi pubblici, in particolare quelli relativi all’istruzione e ricerca, alla sanità, e alla tutela ambientale. Ciò va fatto, in primo luogo, con una grande campagna di nuove assunzioni e di formazione professionale in questi settori;
  2. un piano per la tutela e la cura del territorio, in particolare per quanto riguarda l’assetto idrogeologico e le infrastrutture idriche. Ciò acquista una maggior importanza che nel passato anche a causa della crisi climatica che abbiamo di fronte. Studi di qualche anno fa, oggi forse superati in peggio, stimavano una spesa, da fare nel corso di un decennio, di circa 60 miliardi per le infrastrutture idriche e di 40 miliardi per la sistemazione idrogeologica. Attraverso questi investimenti, oltre a risparmiare vite umane, si avrebbe un risparmio economico per la riduzione delle spese per riparare i danni (uno studio di qualche anno fa riportava i dati di spesa, dal 1950 a 2009, di 52 miliardi (rivalutata in base agli indici ISTAT) per riparare i danni degli eventi franosi e per le alluvioni (uno studio più recente del Centro Euro-mediterraneo stimava una spesa per i prossimi anni tra i 4,5 e gli 11 miliardi anno). A fronte di questi dati bisogna dire che, per le attività da mettere in atto con questi investimenti si stima la necessità di 100/150.000 nuovi occupati all’anno;
  3. un piano per la messa in sicurezza sismica e l’efficientamento del patrimonio edilizio esistente, partendo, naturalmente da quello pubblico. Non va infatti dimenticato che oltre 6.500 comuni (su 8.000) del nostro territorio sono situati in zone critiche sia dal punto di vista sismico che da quello idrogeologico (in questi comuni vi sono molte migliaia di edifici (tra cui migliaia di scuole e un centinaio di ospedali) che hanno bisogno di urgenti interventi di manutenzione. L’efficienza energetica media di questi edifici è molto bassa (consumi energetici maggiori a 160 kW/m2*anno, il doppio della Germania). Anche in questo caso i vantaggi per ambiente, occupazione e spesa sono evidenti.

Tralasciando per ora riflessioni sulle grandi reti di trasporto e sulle reti informatiche, va, comunque, sottolineato come, la transizione verso un modelle economico più equo e sostenibile, va impostata attraverso una un ribaltamento della logica delle GRANDI OPERE, a favore di una attenzioneverso questioni più vicine alle politiche e alla governance territoriale.

Cito solamente due temi.

  1. Attenzione al ruolo della GDO (Grande distribuzione organizzata) e al ruolo delle grandi organizzazioni del commercio Online. Va infatti sottolineato che, grazie anche all’assenza di qualsiasi azione “regolatrice” da parte delle istituzioni governative e della debolezza delle organizzazioni sindacali, questi attori stanno facendo grandi guadagni strangolando i produttori e la piccola distribuzione. Ad esempio, in un settore come l’alimentare, ai produttori vanno percentuali del valore prodotto che, spesso, è sotto al 10%. Per contrastare questa tendenza, l’intervento pubblico, sia a livello nazionale (in alcuni casi a livello europeo), che a livello locale, deve garantire la difesa dei produttori (prezzo giusto) e, nel contempo, la qualità ambientale e sanitaria delle produzioni, ciò anche a tutela delle condizioni di lavoro dei lavoratori.
  2. Come è noto, il nostro sistema produttivo è connotato da una miriade di PMI, spesso organizzate in distretti produttivi collocati nei diversi territori, o comunque, in filiere tra loro connesse.  Il piano di interventi (e di finanziamenti), deve passare per la emanazione di linee guida nazionali, e, soprattutto per una governance locale (regionale o, meglio, provinciale), in grado di garantire una razionalizzazione delle produzioni, miglioramenti ambientali, una simbiosi produttiva fra le diverse realtà del territorio, e, soprattutto la difesa della dignità e delle condizioni lavorative degli occupati. Tutto ciò significa, capire quali produzioni hanno futuro, quali sono necessarie, come condurre le produzioni per garantire la massima tutela ambientale e sanitaria. Ad esempio devono essere finanziati quegli interventi che permettono di migliorare i cicli produttivi, di sostituire sostanze pericolose con altre meno pericolose, di utilizzare meno energia e meno materiali garantendo che scarti di una produzione possano essere utilizzati come materia prima di altre produzioni (simbiosi). Interventi che garantiscono la qualità dell’occupazione. In questa logica, andrebbe fatta una riflessione sulla tendenza di puntare tutto sull’esportazione, anche a scapito dei consumi locali (ma si sa che con i salari che vuole darci Confindustria non è facile fare la spesa!).

Non sembra, però, che, quanto troppo sinteticamente accennato, sia nei piani governativi, né, tantomeno, di soggetti come Confindustria, che invece vogliono continuare a fare tutto come prima, magari con meno controlli e, come dicono loro con meno lacci burocratici.

È su questi temi che, il sindacato e le forze che ancora rimangono a sinistra dovrebbero soffermarsi, approfondire e mobilitarsi, perché è solo su questa via che si difende il futuro (economico, sociale e ambientale) del nostro paese e del mondo intero.

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