Una para-recensione de l’Agnello

di Benigno
Moi

(L’Agnello è un film di Mario Piredda)

“Noi la conosciamo la realtà della Sardegna, le malformazioni e le malattie, la presenza ossessionante e tossica delle servitù militari, le cose che fanno da sfondo al tuo film. Ma fuori dalla Sardegna, quando il film girerà, pensi che riusciranno a capirlo, a inquadrarlo?”

Una serata calda di inizio agosto a Cagliari, negli spazi all’aperto di “Sa Manifattura”, un edificio nel centro della città a due passi dal mare, convento quattrocentesco distrutto dagli spagnoli e riconvertito a Manifattura Tabacchi dai piemontesi. Poi dal 2001 splendido e ambito spazio per attività culturali e di ricerca, conteso per quasi vent’anni fra Gruppo IRI, Demanio statale e Regione Sardegna, finalmente di quest’ultima, che ne affida la gestione all’agenzia Sardegna Ricerche.

Una delle serate in cui, dopo mesi di astinenza, è possibile tornare a vedere un film “al cinema”, seppure solo all’aperto e dopo aver prenotato, fatto la fila con mascherina ed esserci seduti distanziati. Salutando da lontano conoscenti che non vedevi da mesi.

L’occasione è la nuova uscita del film “L’agnello” di Mario Piredda, arrivato in alcune sale una prima volta,e solo per pochi giorni, a marzo, e poi inghiottito come tanti film, spettacoli, concerti, mostre e appuntamenti di vario tipo, nel pozzo nero del la chiusura e del distanziamento.

La domanda in apertura, più o meno ricostruita nella memoria, più meno che più, ma il senso era quello, viene rivolta da uno degli spettatori al regista Mario Piredda, che assieme ai protagonisti principali del film si trattiene a raccontare e chiacchierare col pubblico dopo la proiezione. Accompagneranno le proiezioni  quasi quotidianamente tutta l’estate, in giro per la Sardegna, per promuovere un film che dopo aver partecipato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione parallela Alice nella città, prova fra i primi a “riaprire i cinema”.

Non riporto la risposta del regista, che pure dava risposte e spunti intelligenti, degni del film, la qual cosa non sempre succede. Non la riporto perché credo, so di non essere originale, che la risposta sia il film stesso.

Film che, visto negli spazi de Sa Manifattura (spazio costruito, distrutto, ricostruito e conteso da “entità straniere”), e in quell’atmosfera post-atomica, si caricava di ulteriori emozioni e suggestioni .

Ma film che, anche visto sulle comode poltroncine di una sala cinematografica a Roma o a Bologna, o (non potendo altrimenti) visto in streaming dal divano di casa, come è successo a molti francesi in occasione di Annecy Cinéma Italien o questi giorni al Denver Film Fest e all’Italian Film Festival Berlino,  riesce a mantenere una carica emozionale che va al di là della storia e del contesto raccontati dal film.

L’intelligenza dei dialoghi, gli sviluppi non scontati della sceneggiatura, la bravura degli interpreti, i richiami suggeriti ma non urlati e non imposti da immagini e frammenti di dialogo, tutto contribuisce a farne un’opera che travalica lo spunto narrativo e diventa “universale”; non un semplice film di denuncia o di nostalgica memoria o rimpianto di luoghi o rapporti interpersonali che si vanno perdendo. 

Anche chi non riconoscerà i riferimenti al Poligono di Quirra, agli oltre 35 mila ettari di territorio occupato dalle installazioni militari, all’avvelenamento continuo derivante dalle sperimentazioni e dalle esercitazioni di tiro, dalle mancate bonifiche, coglierà comunque quel senso di disagio permanente che attraversa tutto il film.

Noterà l’evidenza di una natura bellissima (e per fortuna lontanissima dalle immagini scontate sulla Sardegna) offesa da filo spinato e passaggio di mezzi militari, di una terra ferita e resa inospitale dall’avidità cieca dello sfruttamento selvaggio, sia esso militare o civile, si tratti di poligoni o raffinerie. E noterà quanto, tutto questo, condizioni le relazioni fra chi ha abitato, abita e dovrà abitare quei territori.

Il film racconta sentimenti e rapporti fra umani, parenti o meno; fra umani, bestie e ambiente naturale, ambiente bello e “selvaggio” ma spezzettato da recinzioni e divieti. E lo racconta con tenerezza e ironia, con un linguaggio che può essere compreso e partecipato ovunque.  Benché la Sardegna sia ben presente e riconoscibile, sia anzi una dei protagonisti, come affermava il regista alla presentazione del film a Roma un anno fa, la storia può benissimo svolgersi in uno qualsiasi dei territori devastati da uno sviluppo esso si selvaggio. Perché è ”una regia che punta agli archetipi (la malattia, i legami familiari, la ricerca della felicità nonostante tutto) e lascia perdere gli stereotipi” scriveva Andrea Mameli a marzo su “linguaggio-macchina.blogspot.com”.

Questa mia non è chiaramente una recensione cinematografica, non ne sarei capace, e su L’agnello hanno scritto in tanti e continueranno a scriverne, perché nel frattempo il film continua ad essere visto e, anche, a vincere premi e ottenere riconoscimenti e apprezzamenti. Spesso sorpresi.

Volevo raccontare una mia impressione partendo da quella domanda posta a Mario Piredda, di come un’opera possa rispondere a quel quesito, che ne racchiude tanti, sul senso di fare cinema, così letteratura o altre forme espressive; su cosa può stimolare e non solo qui e ora.

Mario Piredda è al suo primo lungometraggio, dopo alcuni corti molto apprezzati (gli ultimi finalisti ai David di Donatello, vincendo nel 2017 con “A casa mia”, si possono trovare in rete), ma da oltre vent’anni lavora e studia nel mondo del cinema, a Bologna, in cui si è trasferito dopo il diploma.

La Sardegna, i suoi luoghi e la sua lingua, è una costante della sua filmografia. La Sardegna delle trasformazioni fisiche e antropologiche degli ultimi decenni, con tutte le sue contraddizioni e i suoi sradicamenti, che sono una parte del mondo, come il ragazzo che muore per contaminazione da uranio in Kosovo, dove va a farsi soldato per mancanza di altro lavoro.

L’agnello aggiunge ai suoi lavori precedenti una venatura di leggerezza e d’ironia, in alcuni momenti del film si ride proprio di gusto, nonostante il dramma incombente. 

Tutto il cast pare all’altezza, gli attori (Luciano Curreli, Michele Atzori, Piero Marcialis, e non solo la sorprendente Nora Stassi che si fa Anita), la fotografia, i dialoghi, la colonna sonora, le locazioni, non solo quelle naturali, anche al vecchio Ospedale civile di Cagliari del grande Gaetano Cima viene restituita la sua malinconica grandezza.

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