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Una nuova prospettiva per la sinistra oggi

di Elena
Granaglia

Riprendiamo da eticaeconomia.it —

Il 26 ottobre è stato pubblicato The Great Shift, il secondo rapporto elaborato dall’Independent Commission for Sustainable Equality (ICSE) insieme alle Progressive Society, una struttura, nata nel 2018 e incaricata di sostenere, sotto il profilo analitico e propositivo, il lavoro degli eurodeputati socialisti e progressisti. Si tratta di un lavoro importante per tutti coloro che sono interessati a delineare una nuova prospettiva per la sinistra oggi.

Lo esplicito subito. Sono stata parte dell’ICSE, insieme a Barca e Giovannini, tra gli italiani. Non credo però che questa partecipazione influenzi il mio giudizio e, peraltro, nella costruzione del rapporto, la Progressive Society ha giocato il ruolo centrale. Ai lettori e alle lettrici, ad ogni modo, il verdetto.

Il Rapporto, già dal titolo, mette bene in chiaro la necessità di una grande rottura, appunto di un “great shift”. La sinistra non può più limitarsi a chiedere, come spesso ha fatto nei decenni passati, di rafforzare l’investimento sui singoli, affinché possano al meglio partecipare al gioco di mercato e, con esso, alla crescita, aiutando chi resta indietro, come se globalizzazione e cambiamento tecnologico fossero dati naturali, non ci fosse alternativa e solo aggiustamenti al margine fossero possibili. E peraltro questa richiesta neppure sempre è stata accompagnata da una pratica coerente. L’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e della precarietà è sotto gli occhi di tutti.

Occorre modificare radicalmente la prospettiva e occorre farlo subito. Non abbiamo più tempo per procrastinare: ce lo dice la morale e ce lo dicono ragioni di necessità. Il rischio di derive autoritarie, da un lato, e della distruzione del pianeta, dall’altro, è di fronte a noi. È responsabilità di tutti agire da subito.

Il Rapporto presenta sia una nuova visione sia indicazioni concrete per l’azione. Sul piano della visione, l’obiettivo della crescita, ancorché qualificato, va abbandonato e rimpiazzato dallo “star bene sostenibile”. La crescita non è più in grado di assicurare benessere per tutti noi e per le generazioni future. Guardiamo a cosa è capitato negli anni recenti nei paesi che pure sono cresciuti: sostanziale assenza di incremento di reddito per i lavoratori al di sotto del lavoratore mediano, aumenti limitati dell’occupazione e, comunque, peggioramento della qualità di quest’ultima, crescita delle disuguaglianze territoriali, indebolimento dei legami sociali, non solo degrado dell’ambiente, ma aumento delle disuguaglianze ambientali e sociali.

Lo “star bene sostenibile” richiede il passaggio a quella che è stata definita l’”economia della ciambella”, un’economia che colloca l’attività economica e sociale all’interno di un intervallo il cui limite superiore è costituito dai vincoli ambientali e quello inferiore dal livello di risorse, diritti e capacità necessario a assicurare una vita decente – o quella che è stata anche definita l’economia fondamentale. L’economia della ciambella si fonda sul riconoscimento dei limiti, ma ciò non significa in alcun modo muovere verso un mondo di divieti e di restrizioni. Al contrario, quel riconoscimento è l’unica via per sviluppare condizioni di star bene e, con esse, progresso socio-ambientale.

Diversamente dalla situazione odierna in cui sia l’esposizione ai rischi ambientali sia le politiche per contrastarli tendono a colpire di più chi sta peggio, giustizia sociale e giustizia ambientale verrebbero ad operare insieme, o in termini ancora più drastici, non potrebbe aversi l’una senza l’altra. Come scrive il Rapporto (trad. mia), “non possiamo assolutamente permettere che si verifichi un conflitto tra obiettivi di politica sociale e ambientale. Perché significherebbe che i settori più vulnerabili della società sopporteranno da soli le conseguenze di una transizione fallita”. Al posto del doppio dividendo di un miglioramento sia nella vita di chi sta peggio sia nell’ambiente, avremmo un doppio costo.

La differenza rispetto alla prospettiva della giusta transizione basata sull’offerta di compensazione alle famiglie più svantaggiate, che ancora caratterizza la visione della Commissione Europea, dovrebbe essere evidente. Non si tratta di offrire un risarcimento, peraltro spesso inadeguato. Si tratta di prevenire i danni ambientali e assicurare condizioni di vita decenti. Si consideri, ad esempio, la povertà energetica. Lungi dall’offrire un sussidio per le bollette, la via dovrebbe essere quella di puntare ad un investimento nell’edilizia sociale basato sull’efficienza energetica. In tal modo, avremo una minore dipendenza dai combustibili fossili e una diminuzione delle malattie, con effetti di risparmio per la spesa pubblica.

La ridefinizione degli obiettivi porta con sé una ridefinizione degli ambiti di intervento. Certo, le risorse individuali contano. Ma limitarsi al piano individuale, rafforzando, da un lato, la capacità dei singoli di partecipare al gioco di mercato e, dall’altro, aiutando chi resta indietro è largamente insufficiente. Occorre focalizzarsi sulla natura della struttura sociale ed economica. Tornando al Rapporto (trad. mia), occorre” costruire reti di sicurezza inclusive e istituzioni collettive che affrontino la precarietà, l’impoverimento e le disuguaglianze e le tengano sotto controllo”. Emblematico è l’approccio alla resilienza. La resilienza, lungi dall’essere un attributo individuale, richiede una organizzazione della società coerente: in primis, imprese socialmente responsabili (verso l’ambiente, i lavoratori e il complesso degli stakeholder), uno stato del benessere come stato socio-ecologico; uguaglianza territoriale, grazie a politiche attente ai luoghi.

Muovere in questa direzione comporta una radicale ri-articolazione dei rapporti di potere che ha il suo fulcro nel potenziamento della democrazia partecipativa a tutti i livelli. Nei termini del Rapporto (trad. mia), l’obiettivo deve diventare quello della creazione di “meccanismi di governance inclusivi a tutti i livelli, in modo che cittadini, comunità, sindacati e datori di lavoro possano essere parte dell’attuazione di una strategia che hanno co-deciso”.

La partecipazione deve però essere unita alla responsabilità e responsabilità significa anche attenzione alle evidenze empiriche disponibili. Interessante, a questo riguardo, è la collocazione della sezione sull’istruzione, al cuore delle considerazioni sullo sviluppo eco-sostenibile. Certo, l’istruzione serve al miglioramento del capitale umano come sentiamo spesso dire. Ma non può fermarsi a quella finalità. Tornando ancora una volta al rapporto (trad. mia), “l’istruzione deve essere vista come la base della giustizia sociale….. Oltre ad essere positivamente correlata con il successo economico e la soddisfazione di vita degli individui, l’istruzione favorisce il benessere della società…. La UE dovrebbe proporre un’agenda politica globale grazie a cui educare cittadini, responsabili e capaci di praticare la cura, i quali sono indispensabili per una democrazia partecipativa che tenga conto dei cambiamenti politici, demografici ed economici. L’istruzione è fondamentale per garantire la trasformazione sostenibile della società.”

Integra questa visione complessiva l’enunciazione di una molteplicità di indicazioni puntuali. Fra queste, ricordo la proposta di introdurre un Atto Europeo del Capitalismo responsabile, che vincoli fra l’altro, le imprese a riportare pubblicamente quanto fatto circa il rispetto degli standard ambientali e dei diritti fondamentali lungo l’intera catena del valore; rafforzi i diritti dei lavoratori nell’essere rappresentati negli organi di comando ed essere comunque informati e consultati; limiti i diritti di voto degli azionisti più grandi e remuneri di più gli azionisti “pazienti”; vincoli l’attribuzione di commesse e sussidi da parte degli enti pubblici al rispetto degli standard appena indicati; limiti le fusioni.

Ricordo, altresì, le proposte in materia di standard etici per l’Intelligenza Artificiale e di sostegno all’offerta altruistica dei dati, ossia svincolata da finalità commerciali. Ad esempio, i dati sulla mobilità, oggi disponibili solo alle imprese che operano nel settore, dovrebbero essere resi pubblici a sostegno dello sviluppo del trasporto pubblico e della più complessiva la pianificazione urbanistica. Ancora, il Rapporto individua diverse leve per potenziare una politica europea dell’innovazione e industriale indirizzata allo sviluppo sostenibile, con un’attenzione particolare all’investimento nel sostegno alla decarbonizzazione e alla biodiversità.

Presenta, inoltre, diverse indicazioni di riforma delle istituzioni europee con l’obiettivo di promuovere l’adozione di una prospettiva orientata al lungo periodo, al coordinamento orizzontale, all’abolizione dell’unanimità nelle decisioni di politica fiscale, al rafforzamento della partecipazione democratica, al potenziamento del bilancio europeo anche grazie all’istituzione di un’imposta progressiva sulla ricchezza, a una maggiore uniformità nella definizione della base imponibile dell’imposta societaria e a un prelievo digitale europeo. Sempre a scopo esemplificativo, altre proposte includono l’utilizzo del gettito delle imposte ambientali nella direzione della giustizia sociale, grazie anche all’introduzione di un carbon dividend e di un carbon budget che regoli la distribuzione delle emissioni che continueremo ad avere fino al raggiungimento dell’obiettivo della neutralità climatica nel 2050; alla realizzazione di stress test per verificare la capacità dei paesi europei di resistere a nuovi shock epidemici o climatici; al rafforzamento dei pilastri sociali, grazie anche a un maggior ricorso al co-finanziamento europeo e al monitoraggio sistematico del rispetto delle diversità e delle finalità di inclusione e alla costruzione di un complessivo apparato statistico. Infine, la giustizia sociale e ambientale non può non avere un raggio d’azione globale. Anche su questo fronte, il Rapporto fornisce diverse indicazioni in termini di governo globale del clima e di rispetto della biodiversità, di regole eque del commercio, di aumento almeno al 20% dell’aliquota minima di tassazione globale delle multinazionali e di potenziamento del ruolo delle Nazioni Unite.

Naturalmente, molto resta da specificare, ma nel complesso si tratta di un contributo importante con il quale, tutti, a sinistra, dovremmo confrontarci.

 

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