editoriali

Un piano, un piano… ci serve un piano

di Roberto
Morea

Queste sono le parole che uno sgangherato cowboy pronuncia intorno al fuoco acceso nel far west in Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks.

Il piano è arrivato dopo mesi di gestazione, la task force presieduta dal manager bocconiano Vittorio Colao, ha alla fine partorito.

Una vita, quella del presidente, spesa a servizio di investimenti e interessi privati che certo non poteva portare nessun buon auspicio per chi pensava di trovare in quella task force una soluzione progressista alla crisi del coronavirus.

Così siamo ora di fronte ad un piano che ora sembra figlio solo del presidente Colao e accolto molto freddamente dal governo e molto favorevolmente dalla destra.

Nel piano, in effetti, l’anima neo liberista è solo debolmente mascherata da una leggera patina di verde ambientalista con cui si accompagnano infrastrutture e centralità dell’impresa privata, a cui va garantita liquidità ed impunità su eventuali responsabilità legali per come hanno gestito la fase 1 del lock-down.

La chiave di lettura del programma di ricostruzione sta scritta in poche ma significative righe

“L’Italia sarà più reattiva e competitiva se saprà porre le premesse per il successo delle sue imprese, rafforzandone la capitalizzazione e aumentandone la dimensione media e la produttività”.

Come nella crisi del 2008, il “more business as usual”, è la risposta che manager e istituzioni propongono e impongono. La corsa verso il baratro deve accelerare e non avere ostacoli burocratici a fermarla.  A questo piano fanno riferimento una parte del capitalismo nazionale e internazionale che pensa di utilizzare la crisi e le risorse messe a disposizione per avere ancor più spazio di manovra nel demolire quel poco di stato sociale rimasto e imporre ancora una volta tagli a pensioni e privatizzazioni.

In opposizione a questo piano però non vediamo, da parte del governo, una visione strategica che ribalti le politiche neoliberiste e di austerità fin qui portate avanti dai governi di centro destra e centro sinistra e dalle istituzioni europee, che rimetta il ruolo del pubblico e dell’interesse collettivo al centro di una trasformazione economica che guardi alla giustizia sociale ed ambientale, che,  come ci dice Paola Boffo nel suo articolo (un patto sociale di stabilità) che qui pubblichiamo, avrebbe possibilità e necessità di essere messo in atto, ma una sorta di “tirare a campare” che non chiude la stagione delle privatizzazioni e dell’attacco alle condizioni di vita dei cittadini e delle cittadine, ma che prova a stemperarne i caratteri più beceri, magari con misure anti povertà che non cambiano il senso della crescita del divario sociale che le politiche neoliberiste hanno prodotto e soprattutto non cambia il modello economico che quelle disparità produce e che fa scempio dell’inversione di tendenza necessaria ad arrestare il cambiamento climatico in atto.

A questo non servirà la chiamata degli stati generali a cui assisteremo nei prossimi giorni.   

A noi servirebbero altre chiamate, altre mobilitazioni, magari quello del quarto stato dipinto da Pelizza da Volpedo, che torni ad essere protagonista dell’azione politica.

Montanari a La cultura che cura
Zingaretti e D’Amato…

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