I premi Nobel William Nordhaus e Paul Romer

Un “Nobel” per la dissonanza cognitiva

di Marco Boffo* – Lo scorso 8 ottobre, l’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel (impropriamente noto come “Nobel per l’economia”) a William Nordhaus e Paul Romer. L’Accademia ha insignito del premio i due economisti per aver integrato, rispettivamente, il cambiamento climatico e le innovazioni tecnologiche nell’analisi macroeconomica di lungo periodo. Lo stesso giorno, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)– il più importante organismo scientifico dedicato alla discussione scientifica sugli effetti del cambiamento climatico – pubblicava un rapporto per avvisare il mondo che ad oggi l’attività umana ha causato un riscaldamento globale di circa 1°C rispetto ai livelli pre-industrialie che, se continuerà ad aumentare al ritmo attuale, questo raggiungerà con buona probabilità gli 1,5°C tra il 2030 e il 2052. Questa previsione indica l’esistenza di una finestra di soli 12 anni per realizzare l’Accordo sul clima di Parigi, ovvero limitare l’aumento delle temperature tra gli 1,5°C e i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali e scongiurare così gli effetti più devastanti del riscaldamento globale. Superati gli 1,5°C, anche mezzo grado in più aumenterà significativamente il rischio di siccità, inondazioni, ondate di calore estremo, sfollamento, carestie, povertà e guerra per ampie fasce della popolazione mondiale.

Alla luce dell’allarme lanciato dall’IPCC, la stampa ha accolto il tempismo perfetto dell’attribuzione del premio a Nordhaus e Romer e le sue motivazioni come una salutare ventata di speranza. Infatti, per l’Accademia, i contributi dei due economisti forniscono “intuizioni fondamentali sulle cause e le conseguenze dell’innovazione tecnologica e del cambiamento climatico”, contribuendo significativamente ad avvicinare la società ad una miglior comprensione di come conseguire “una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”. Intervistato durante la conferenza stampa, lo stesso Romer ha rilanciato questo messaggio ottimista: attuando i cambiamenti necessari nelle politiche sarà possibile raggiungere un progresso sostanziale nella protezione dell’ambiente senza dover rinunciare alla possibilità di realizzare una crescita economica sostenuta; è ancora possibile per l’umanità ridurre le emissioni di carbonio in maniera relativamente semplice ed economica, mentre le rappresentazioni allarmistiche della questione ambientale – per la quale esiste una base reale – rischiano di indurre apatia e mancanza di speranza. Così, questo premio è stato celebrato come la prova che la disciplina economica avrebbe ormai pienamente superato la propria “ortodossia economicista”incentrata sulla sola considerazione della razionalità individuale, per aprirsi finalmente a un più ampio spettro di valori di natura morale, sociale e ambientale.

Ma si sa, il diavolo è nei dettagli e a ben vedere l’interpretazione secondo la quale l’assegnazione del premio a Nordhaus e Romer segnalerebbe il risveglio ambientalista della disciplina economica non regge alla prova dei fatti. Per cominciare, vale la pena domandarsi quanto il rapporto dell’IPCC sia effettivamente allarmista. Infatti, questo è stato criticato per le sue omissioni e la sottovalutazione di possibili “tipping points” climatici– ovvero eventi soglia (come ad esempio lo scioglimento delle calotte polari o lo scioglimento del permafrost) i cui impatti possono diventare inarrestabili o irreversibili, accelerare bruscamente, oppure interagire in modi inaspettati. Inoltre, i suoi principi prevedono la valutazione completa delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche relative al cambiamento climatico e la propria neutralità rispetto alle politiche. Eppure, l’IPCC basa implicitamente le proprie valutazioni economiche sulla sola teoria economica neoclassica. Ciò non stupisce affatto dato che questa, nonostante i suoi limiti, è la teoria dominante all’interno della disciplina economica. Ma ciò porta l’IPCC a ritenere che la “diffusione di consumi materiali e stili di vita mutevoli basati sui combustibili fossili è uno dei principali fattori di utilizzo delle risorse globali e il principale contributore all’aumento delle emissioni di gas serra” (capitolo 1, p.7), quando è stato stimato che il 71% delle emissioni globali dal 1988 ad oggi è stato causato da 100 compagnie produttrici di combustibili fossili.

Detto altrimenti, la subalternità alla teoria economica dominante– che ha da tempo abbandonato l’indagine sistemica delle cause e delle leggi che regolano la produzione, la distribuzione e l’accumulazione di richezza per concentrarsi sullo studio dell’allocazione di risorse scarse tra obiettivi alternativi – impedisce all’IPCC di cogliere gli aspetti strutturali e le ricadute ambientali di un modo di produzione che subordina la soddisfazione dei bisogni umani alla massimizzazione del profitto. Dal punto di vista delle politiche, questo porta l’IPCC a proporre un’agenda di riforma che poggia essenzialmente su due pilastri: la promozione di strumenti di mercato volti a influenzare il meccanismo dei prezzi, come ad esempio la carbon tax; e la (riluttantepromozione dell’ingegneria climatica– ovvero l’uso deliberato e su larga scala di tecnologie volte a modificare il clima tramite la rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera (carbon dioxide removal/ negative emissions technologies) o la riduzione della radiazione solare incidente (solar radiation management). Poco importa se buona parte di queste tecnologie sono ancora da inventare, sviluppare o testare su scala sufficiente, se esse rischiano di comportare costi economici e ambientali superiori a quelli della riduzione delle emissioni alla fonte, o se la loro applicazione rischia di distrarre da quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale – cioè l’abbandono dei combustibili fossili.

Più che allarmista, l’orientamento dell’IPCC sembra essere pienamente in linea con la difesa del sistema economico dominante. In questo si sposa bene con l’assegnazione del premio della Banca di Svezia a Nordhaus e Romer che difficilmente possono essere considerati ambientalisti nel senso corrente del termine. Infatti, già nel 1973 William Nordhaus rimetteva in questione il “pessimismo” dell’epoca circa le prospettive di crescita economica in un mondo di risorse finite, difendendo la capacità del mercato di rimediare alla crisi energetica tramite il meccanismo dei prezzi. Più recentemente, Nordhaus ha fortemente criticato il Rapporto Stern sull’economia del cambiamento climatico, che nel 2006 prescriveva una rapida e decisa riduzione delle emissioni. Secondo Nordhaus il rapporto comparava presente e futuro prendendo in considerazione un tasso di sconto troppo basso che, mettendo su un piano troppo simile il benessere delle generazioni presenti e quello delle generazioni future, attribuiva un peso eccessivo agli impatti climatici futuri e giustificava tagli eccessivi di emissioni e consumi nel presente. Per contro, sulla base di un tasso di sconto molto più alto, Nordhaus calcolava un sentiero di aumento della temperatura “ottimale” che prevedeva un riscaldamento di 3,5°C nel 2100– ovvero molto superiore ai 2°C a fine secolo presi come riferimento dell’Accordo di Parigi nel 2015!

Questo risultato solo apparentemente contraddittorio chiarisce l’aspetto cruciale del funzionamento dei modelli di Nordhaus. Questi non sono concepiti per determinare le misure politiche e tecniche atte a realizzare determinati scenari di emissione. Al contrario, il loro scopo consiste nell’identificare lo scenario di emissione “ottimale” che massimizza il benessere intertemporale. In questo modo, l’approccio di Nordhaus traduce le complesse questioni etiche e politiche legate al riscaldamento globale nel linguaggio riduttivo dell’utilitarismo e dell’analisi costi-benefici, per valutare se i costi delle politiche volte a favorire la transizione ecologica sono compensati dai danni che esse evitano in futuro. Questo porta Nordhaus a ritenere che le politiche economiche efficienti o “ottimali” per rallentare il cambiamento climatico comportino tassi di riduzione delle emissioni modesti nel breve periodo ma progressivamente crescenti nel medio e lungo periodo – processo che Nordhaus chiama “rampa della politica climatica” (climate-policy ramp). Pertanto, invece di mettere in evidenza un sentiero di crescita economica compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura terrestre, i modelli di Nordhaus pongono l’enfasi sul sentiero di emissione e l’aumento delle temperature compatibili con un tasso di crescita sostenuto e duraturo. Nella convinzione che la crescita economica presente aiuterà a risolvere i problemi ambientali in futuro, i modelli di Nordhaus raccomandando il gradualismo nell’applicazione delle politiche e rimandano al futuro la messa in pratica delle misure necessarie a realizzare la transizione ecologica.

Con la sua fede incrollabile nelle capacità salvifiche della crescita economica illimitata, l’apporto teorico di Nordhaus risulta dunque molto meno distante da quello di Romer di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Infatti, Romer è considerato un profeta dell’economia della conoscenza per il suo contributo alla teoria della crescita endogena. Quest’ultima si afferma a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso considerando il progresso tecnico, le innovazioni tecnologiche e la produzione di conoscenze come variabili endogene al processo di crescita economica (in contrapposizione alla teoria della crescita precedente, che le riteneva variabili esogene). Così, se la conoscenza diventa un fattore della produzione al pari di capitale e lavoro, la crescita economica non sarebbe più limitata dalla scarsità dei fattori materiali di produzione, il cui sfruttamento è soggetto a rendimenti decrescenti. Infatti, all’interno della teoria economica neoclassica la conoscenza è considerata come un bene pubblico caratterizzato da non rivalità e non escludibilità nell’uso. Secondo questa rappresentazione, una volta creato, uno stesso elemento di conoscenza può essere utilizzato illimitatamente da soggetti diversi senza che vengano sostenuti costi aggiuntivi, permettendo pertanto di ottenere rendimenti crescenti nella produzione.

Quanto questa teoria sia utile per analizzare la realtà rimane oggetto di discussione. Infatti, la teoria della crescita endogena si basa sull’estensione della funzione di produzione neoclassica, una relazione matematica che lega prodotto e fattori di produzione che è stata ampiamente criticata per le sue ipotesi restrittive e irrealistiche. L’economista Paul Krugman ha invece definito il successo della teoria della crescita endogena una “bolla intellettuale” spiegabile da ragioni sociologiche interne alla disciplina economica. Ma l’aspetto cruciale della visione di Romer è che la conoscenza non sarebbe un bene pubblico puro, bensì un bene caratterizzato da non rivalità nell’uso ma parziale escludibilità. Pertanto, nel momento stesso in cui identifica la conoscenza come motore di una crescita illimitata, la teoria di Romer ne giustifica la privatizzazione tramite i brevetti e i monopoli che ne conseguono. Non è dunque un caso se la teoria della crescita endogena ha goduto di tanto prestigio negli anni ’90, periodo nel quale si è assistito a una crescita esponenziale del ricorso ai diritti di proprietà intellettuale nelle economie sviluppate, così come alla loro ridefinizione all’interno di un regime internazionale sotto l’egida del General Agreement on Tariffs and Trade (in particolare con l’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, ufficializzato nel 1994 come parte dello Uruguay Round).

In definitiva, più che il risveglio ambientalista della disciplina economica, dall’accostamento tra il rapporto dell’IPCC e l’assegnazione del premio della Banca di Svezia a Nordhaus e Romer traspare una visione alimentata dalla fede incrollabile nella crescita economica fine a sé stessa e nel ruolo salvifico di una tecnologia futuristica presupposta neutra. Sottotraccia, questo fideismo è pervaso dalla retorica neoliberista sulle capacità del mercato di autoregolarsi e realizzare così la migliore allocazione delle risorse e i migliori risultati sociali possibili. Eppure, alla luce delle attuali conoscenze sul riscaldamento globale, questa visione ha decisamente il sapore della dissonanza cognitiva– quel processo psicologico per cui nonostante l’evidenza empirica contraddica le nostre convinzioni, queste riemergono rafforzate. Infatti, come brillantemente argomentato da Naomi Klein, con il suo mix di privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati e riduzione dei programmi di spesa pubblica per finalità collettive, il neoliberismo è inconciliabile con la transizione ecologica, sia perché ha avuto un ruolo chiave nel determinare l’aumento delle emissioni che perché rappresenta il principale ostacolo all’azione climatica.

Il riscaldamento globale è essenzialmente una crisi collettivae non potrà essere affrontato adeguatamente se non tramite un’azione collettiva su più fronti per realizzare una transizione che sia equa e giusta. A tal fine occorre in primo luogo ridurre urgentemente le disuguaglianze nei consumi e nelle emissioni tra Nord e Sud del mondo(i paesi sviluppati sono responsabili del 79% delle emissioni storiche dal 1850 al 2011). In secondo luogo, è necessario smettere di ritenere la crescita economica un valore assoluto, non per rifiutarla ma per ridefinirla affinché rispetti le capacità di carico e di riproduzione degli eco-sistemi. Infatti, per ridurre le emissioni sarà necessario che determinati settori economici si espandano (le energie rinnovabili, l’efficientamento energetico o il riutilizzo dei materiali), mentre altri dovranno restringersi (gli allevamenti intensivi e la produzione di carne, i trasporti individuali) o sparire del tutto (i combustibili fossili). In terzo luogo, è necessario trasformare radicalmente i sistemi di produzione, distribuzione e finanziamento.

In ultima analisi, questi obiettivi necessitano la messa in pratica di politiche di redistribuzione e razionamento delle risorse, così come di un ingente piano di investimenti pubblici. Ma, soprattutto, essi necessitano la rimessa in questione del mito del mercato autoregolatoe la riabilitazione della pianificazione economica, così come di un orizzonte che miri a espandere la produzione di valori d’uso compatibili con l’eco-sistema e non la produzione di beni e servizi soggetti alla logica del valore di scambio e dell’accumulazione capitalistica. Naturalmente, la teoria economica dominante non è il solo né necessariamente il principale ostacolo a queste trasformazioni. Ma la sua contestazione rimane uno snodo ineludibile.

*Marco Boffo è un dottore di ricerca in economia politica della SOAS, University of London

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