Un mare d’inciviltà mediterranea

Tommaso Chiti – Al grido di “Libertà! Fermare le deportazioni” migliaia di migranti hanno marciato la scorsa settimana verso la città di Mytilini, nei pressi del gigantesco e sovraffollato campo profughi di Moria in Grecia.

A poche settimane dal Giorno della Memoria dell’Olocausto
nazifascista, per il 75° anniversario dall’apertura dei cancelli di Auschwitz
per mano dell’Armata Rossa, le coste del Mediterraneo pullulano di nuovi campi
di concentramento: dalla striscia di Gaza in Palestina, passando per la
Turchia, fino alla Grecia, alla Libia e quindi in Italia.Nei cosiddetti
hotspot ellenici sono circa 50mila le persone recluse, in attesa di
essere eventualmente rispedite in Turchia, con una crescente tensione sociale,
che si è fatta sentire soprattutto a Lesbo nel mese di gennaio, dove la
popolazione locale – istigata dalle organizzazioni nazionaliste e neofasciste –
ha manifestato per chiedere l’allontanamento dei migranti.

Altrettante proteste e disordini si verificano
sistematicamente nei Centri per il Rimpatrio (CPR) italiani, anche in seguito
alla violenta morte del georgiano Vehktang Enukidze a Gradisca d’Isonzo
(Gorizia), uno dei quasi 3mila internati in attesa di rimpatrio.In questo
stato di vuoti di Memoria e di persistente violazione dei diritti umani, a
preoccupare è soprattutto la crescente instabilità dei vicini meridionali ed
orientali, che si affacciano sul Mar Mediterraneo.A partire
dal summit europeo a La Valletta nel 2015, l’Unione Europea ha avviato un
processo di esternalizzazione delle frontiere, finanziando di fatto regimi poco
attenti ai diritti delle persone o addirittura paesi in conflitto armato.

L’intento di “proteggere lo stile di vita europeo” si
è sostanziato con la costruzione di nuove barriere di frontiera – anche qui a paradossale
memoria del trentesimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino -,
avviando respingimenti in mare, azioni repressive su larga scala, detenzione
nei campi ed espulsioni coatte.Intanto
anche in Italia l’avvicendamento di diverse maggioranze di governo non sembra
alterare l’approccio di esternalizzazione delle frontiere, con il rinnovo
automatico del ‘Memorandum di accordo con la Libia’ del 2017, con un
paese senza stato e con due fazioni in guerra aperta.

Malgrado le denunce di UNHCR e Consiglio d’Europa – fra gli
altri – sul trattamento disumano dei migranti, oltre alla violazione del
diritto internazionale riguardo al respingimento di richiedenti asilo verso
paesi in guerra, il governo italiano ha fatto decorrere la scadenza del 2 febbraio
scorso, prima di presentare alcune lievi proposte di modifica all’accordo.

Le iniziative multilaterali avviate nel 1995 con il processo di Barcellona per il Partenariato Euromediterraneo con dodici paesi della sponda meridionale africana o medio-orientale; e proseguite poi con l’Unione per il Mediterraneo (UpM) -nata dal Vertice di Parigi del 2008 -per la stabilità e l’integrazione della regione, si sono così dissolte nella pratica – oltre che nella retorica – dell’unilateralismo di molti paesi, nella difesa dei propri interessi nazionali.L’ambiziosa bussola della cooperazione targata EuroMed aveva fatto rotta su obiettivi politici – mediante la stesura di una Carta per la stabilità e la sicurezza del Mediterraneo -, economici – orientati alla zona di libero scambio UE-MEFTA, mediante interventi della Banca Europea degli Investimenti –; e culturali – ovvero per la conoscenza ed il rispetto dei diritti civili e politici, grazie anche alla Fondazione Anna Lindh. L’aggiornamento del percorso con l’UpM, basato sui principi di comproprietà, codecisione e responsabilità condivisa da 43 paesi sulle due sponde del Mediterraneo, suddividendo in sei settori d’azione((Nell’accordo UpM i settori di azione individuati sono: Sviluppo imprenditoriale; Alta formazione e ricerca; Affari sociali e civili; Energia e azioni per il clima; Trasporti e sviluppo urbano; Acqua e ambiente (https://ec.europa.eu/research/social-sciences/pdf/other_pubs/euromed-2030-rapport-annex1_en.pdf)) questo partenariato, nel lungo periodo è rimasto in sostanza per lo più soltanto un buon auspicio. Se da un lato non sono mancati alcuni successi, legati soprattutto a progetti specifici e conferenze settoriali, come quello di ‘Energia solare dal deserto’, fra i 47 progetti di cooperazione regionale, per un valore di oltre 5,3 miliardi di euro al 2017; dall’altro lato la formula prevalentemente di forum con adesione volontaria e decisioni con il criterio dell’unanimità di tutti gli stati aderenti non hanno permesso sviluppi consistenti. Replicando le modalità di integrazione dei soci europei, anche in questo caso si privilegia l’approccio funzionale, orientato più al libero scambio di merci ed investimenti, che al progresso socio-politico.A scandire l’insuccesso reale del percorso è stata – fra gli altri fattori – la perdurante crisi diplomatica fra Israele e Palestina, con le operazioni militari di Tel Aviv spesso ai danni delle popolazioni di Gaza; e le conseguenti ritorsioni arabe in termini di partecipazione ai summit.Ultima tegola in ordine di tempo su questo versante è “l’Accordo del Secolo” del duo elettorale Trump-Nyethaniau, per l’annessione unilaterale delle Alture del Golan e la balcanizzazione dei territori palestinesi in vari bantustan di sudafricana memoria. Formalmente l’UE ha contestato questo progetto, definito ‘irricevibile’ dal suo Alto Rappresentante per la Politica Estera Josep Borrell, che si richiama al Consiglio Europeo del luglio 2014 per ribadire la necessità di un “processo politico in linea con il diritto internazionale, che garantisca la parità di diritti e che sia accettabile per entrambe le parti”.Reazioni più formali che sostanziali, considerate le contrapposizioni e il forte atlantismo dei paesi est-europei del gruppo Visegraad e la limitata capacità di incidenza dell’UE in politica estera come attore monolitico.

Ormai lontani i riferimenti all’Unione Europea come potenza civilizzatrice, che fino alla crisi economica del 2010 sono circolati in merito alla politica estera e di sicurezza comune (PESC), come proiezione all’esterno, mediante condizionamenti ed accordi con paesi terzi, per la promozione ed il rispetto di diritti umani e civili. La crisi economico-finanziaria con il crollo dei debiti sovrani sembra aver scatenato di riflesso spinte sovraniste e di chiusura alla cooperazione sia europea, che internazionale. L’atteggiamento di rigore e rivalsa che ha caratterizzato i governi dell’UE nelle politiche di austerity volute dalla Troika, ha segnato un netto passo indietro negli aiuti ai paesi in via di sviluppo e una politica estera prettamente di tipo bilaterale, incentrata sugli interessi commerciali e sulla preminenza del libero scambio di capitali e merci, invece che di persone.

Fino a rischiare il naufragio in un mare di “inciviltà”.

Per approfondimenti:

  • https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Ar15001
  • https://openmigration.org/analisi/il-processo-di-esternalizzazione-delle-frontiere-europee-tappe-e-conseguenze-di-un-processo-pericoloso/
  • https://www.fondazionemediterraneo.org/index.php/attivita/lunione-per-il-mediterraneo
  • https://ufmsecretariat.org/
  • https://www.eunews.it/2020/02/04/medio-oriente-ue-boccia-piano-trump-la-pace-israele-palestina/125887
  • https://www.euneighbours.eu/en/south/stay-informed/news/mediterranean-action-ufm-report-2016-shows-strengthened-regional
  • https://ufmsecretariat.org/annual-report-2018/
  • http://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/02/09/grecia-polizia-e-fascisti-terrorizzano-rifugiati-e-soccorritori-0123884?fbclid=IwAR1b7gN6npQPYtzTPoRihtvwfnnUYIuDD6YLcfA8irU7uRvC7MZ1jBG2NJo