Un altro mondo è femminista

di Nicoletta
Pirotta

Nel 2021 l’Italia assumerà la presidenza del G20, il cui summit si terrà nel nostro Paese a partire dai primi di maggio. Gli incontri già previsti e programmati in diverse città italiane riguarderanno temi quali cultura e turismo, lavoro e istruzione, cooperazione, economia e finanze, ambiente, clima e energia, innovazione e ricerca, salute, agricoltura, commercio internazionale.

In occasione del vertice finale ci sarà un incontro ministeriale di ministri di economia-finanze e ministri della salute e dei sistemi sanitari che, stante la pandemia in atto, non potrà che divenire il cuore dell’evento.

Il 26 agosto ci sarà una conferenza ministeriale internazionale su women’s empowerment.

Per ricordare cos’è il G20 mi faccio aiutare dall’Enciclopedia Treccani che così spiega: “Il G20 è Organismo informale internazionale istituito nel 1999 in cui trovano rappresentanza i diciannove Paesi più industrializzati del mondo (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Corea del Sud, Turchia, Gran Bretagna e Stati Uniti) più l’Unione europea. I “venti” rappresentano il 90% del PIL globale (oltre che l’80% del commercio internazionale e i due terzi della popolazione mondiale) e si pongono come obiettivi la stabilità economica, la crescita sostenibile e la creazione di una nuova architettura finanziaria globale. All’inizio erano esclusivamente i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche centrali a rappresentare i Paesi membri; dal 2008, invece (con l’insorgere della crisi finanziaria globale), questi sono affiancati dai capi di Stato e di governo. Nato per risolvere la crisi finanziaria asiatica del 1997 e coinvolgere sulle principali questioni economiche globali i Paesi di importanza sistemica non presenti nel G8 (o non adeguatamente rappresentati all’interno delle istituzioni internazionali), dal 2009 il G20 ha sostituito quest’ultimo nella gestione delle questioni economiche mondiali. Così facendo la comunità internazionale ha ufficialmente riconosciuto l’importanza strategica e politica acquisita negli ultimi decenni da Paesi come Brasile, Russia, India e Cina (i cosiddetti “BRIC”)”.

Il G20, in continuità con il G8, mantiene fede al “pensiero unico” su cui si è fondata la globalizzazione neo-liberista. Pensiero unico secondo il quale quello in cui viviamo è l’unico mondo possibile e che è la libera concorrenza a promuovere lo sviluppo tanto che il valore economico diviene l’unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Le leggi del mercato devono quindi prevalere sulle persone. In virtù dell’ideologia neo-liberista tutto diviene merce (salute, lavoro, istruzione…) da “vendere” o “acquistare” sul mercato globale.

Ora però che la pandemia ha messo a nudo limiti, manchevolezze ed incapacità dell’ideologia neoliberista, si tratterà di capire se il prossimo G20 saprà fare i conti con la situazione globale nella quale ci troviamo per capire quanto sia grave la situazione a livello planetario.

Per i maggiori istituti internazionali la posta in gioco è infatti altissima. Le più recenti stime del FMI prevedono un crollo del Pil mondiale del 4,9% e livelli di indebitamento pubblico paragonabili a quelli della II guerra mondiale. C’è chi sostiene che quella in arrivo potrebbe essere la più grave recessione economica dai tempi della grande depressione.

L’impatto del coronavirus sull’economia globale rischia di far precipitare mezzo miliardo di persone sotto la soglia della povertà estrema, come sostiene Oxfam, una rete globale di organizzazioni no-profit, che attraverso il rapporto “Dignità non miseria”, denuncia come la contrazione dei consumi e dei redditi causata dallo shock pandemico rischia di ridurre in povertà tra il 6 e l’8% della popolazione mondiale. In Italia, secondo la Caritas, sono 10 milioni le persone a rischio di povertà assoluta a causa della pandemia. Le più colpite saranno le donne perché, oltre al fatto che in ogni parte del mondo le donne sono oggettivamente più povere degli uomini, gli studi che “si concentrano sull’impatto economico della pandemia teorizzano che esso possa essere particolarmente negativo per il genere femminile, poiché a livello globale la maggioranza di coloro che lavorano part time e nell’economia informale (con bassi salari e precarietà di diritti, ndr) sono donne”, come scrive Federica Gentile su Ladynomics.

Per quanto mi riguarda non ripongo particolari speranze nella capacità del G20 di dare risposte adeguate ai bisogni che la pandemia ha reso ancor più evidenti. Non credo cioè che i “potenti della terra” sapranno cambiare strada e rimettere davvero in discussione le politiche neo-liberiste degli ultimi decenni.

Politiche che hanno creato un contesto sociale nel quale molti milioni di persone hanno avuto meno diritti, li hanno perduti o non li hanno mai sperimentati mentre la ricchezza di pochi è aumentata esponenzialmente. La precarizzazione del lavoro e della vita ha raggiunto livelli insopportabili, i sistemi pubblici di welfare si sono via via indeboliti sotto il peso di scelte politiche fondate sulla finanza speculativa, sulla trappola del debito pubblico e del pareggio di bilancio, sull’aziendalizzazione, sulla violenta predazione dell’ambiente naturale e del vivente che ha impoverito e devastato il pianeta in nome di un profitto senza fine. Ed intanto le gerarchie di potere, fondate sul genere, sulla classe e sulla razza, si sono acuite dando origine ad ingiustizie, fondamentalismi di varia natura e violenze.

Servirebbero scelte politiche radicalmente differenti, come del resto chiedono i movimenti sociali che da sempre hanno contestato i G20, anche partire dal fatto che tali consessi internazionali non hanno alcuna rappresentatività democratica.

Sarebbe utile che anche in questa occasione i movimenti che prospettano un’alternativa all’attuale sistema agissero un sano conflitto nei confronti del G20 sia per contestarne le prospettive sia, sopratutto, per proporre soluzioni alternative.

Penso in particolare al movimento femminista internazionale che ha recentemente dimostrato, in Argentina e in Polonia, una grande capacità di lotta e mobilitazione generale per la difesa del diritto delle donne all’autodeterminazione. Lotta e mobilitazione che hanno consentito di respingere in entrambi i Paesi i tentativi di peggiorare o cancellare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Contestazione e proposte femministe sarebbero davvero necessarie, in particolare, in occasione della conferenza ministeriale internazionale su “women’s empowerment” del G20 prevista per il 26 agosto prossimo. Temo infatti che anche in quest’occasione si sentiranno ripetere ritornelli e slogan (“rompere il soffitto di vetro”, “conciliare tempi di vita e tempi di lavoro”) che ormai sono svuotati di senso perché, non mettendo affatto in discussione l’asimmetria dei rapporti di potere fra generi, non hanno prodotto efficaci politiche capaci di migliorare la vita di tutte le donne e non solo di alcune.

Tante sono le proposte che il movimento femminista ha avanzato da tempo. Penso in particolare alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per tutte le lavoratrici a rischio di contagio; al diritto ad un salario garantito e ad un lavoro stabile; al riconoscimento di un reddito di autodeterminazione; alla costruzione di un welfare pubblico capace di garantire un’adeguata risposta ai bisogni “senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; al riconoscimento del permesso di soggiorno alle e ai migranti per contrastare sfruttamento e violenza; all’attivazione di asili nido pubblici e centri ludici gratuiti per le bambine ed i bambini in età evolutiva; alla riapertura in sicurezza delle scuole di ogni ordine e grado; alla garanzia di un sistema sanitario pubblico sottratto alla frammentazione regionale e finanziato adeguatamente; all’esigibilità in ogni ospedale della legge 194 ed al potenziamento dell’aborto farmacologico; alla certezza di un tetto sicuro per ogni donna che vuole sottrarsi a situazioni di violenza e ad un sostegno economico maggiore per i centri antiviolenza; al riconoscimento dei luoghi delle donne come spazi di socializzazione, di protagonismo sociale e di risposta a bisogni concreti.

L’incontro del G20 potrebbe dunque fornire ai movimenti sociali un’ulteriore occasione per indicare una strada: per uscire davvero dalla pandemia “niente potrà essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro”.

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