Tre partiti che ce l’hanno fatta

di Franco
Ferrari

L’insediamento del Governo Draghi, con la sua ampia maggioranza che unisce forze politiche che fino ad ora si presentavano come irriducibilmente alternative, avrà molto probabilmente degli effetti significativi sull’intero sistema politico. In quali dimensioni e in quali termini è oggi difficile prevedere. Le maggiori tensioni sembrano destinate a scaricarsi sul Movimento 5 Stelle, il più lacerato nel decidere il sostegno al nuovo Governo e per il quale il fondatore prevede un futuro di partito di tinta moderatamente ecologista.

Molto dipenderà evidentemente dalla politica concreta che seguirà la nuova compagine. Il consenso molto alto che si è registrato in questi giorni all’arrivo di Draghi, in parte sicuramente alimentato dal coro entusiastico intonato dai grandi mezzi di informazione, sarà messo alla prova delle effettive scelte di governo. Lo scenario più probabile è che la luna di miele, già in parte intaccata da alcune decisioni nella individuazione dei Ministri, verrà presto messa a dura prova. Non sarà facile per il Presidente del Consiglio tenere la rotta in presenza di partiti che dovranno contemporaneamente governare insieme, compiendo scelte che non riguardano solo l’emergenza ma che interverranno su questioni di fondo dello sviluppo politico, economico e sociale del Paese e contemporaneamente sembrare alternativi agli occhi degli elettori, più di quanto non siano realmente.

Il Governo Draghi e la ripartizione delle “constituencies”

L’agenda di Draghi non sarà costituita solo dalla possibilità di spendere i fondi europei ma dovrà definire almeno i contorni di una modernizzazione capitalistica dell’Italia all’interno del paradigma liberista. Un obbiettivo che aprirà inevitabilmente delle contraddizioni nei blocchi di interessi e di consenso delle diverse forze politiche che partecipano al Governo. Nel procedere alla sua composizione, Draghi sembra aver perseguito l’idea di lasciare ad ogni partito degli ambiti di iniziativa e di costruzione del consenso, tra quelli ritenuti ad essi più congeniali, senza scartare dall’impianto complessivo. Ma questa distribuzione delle carte, o delle constituencies, non reggerà facilmente al progredire dell’azione di governo.

In questo cambiamento di fase politica si può ritenere che si apra quanto meno una “finestra di opportunità” per la costruzione di una forza politica della sinistra radicale che si collochi all’opposizione del Governo nascente e che, insieme a questa collocazione, definisca una autonomia strategica dal centro-sinistra costruito sull’asse PD-Movimento 5S. L’obbiettivo dovrebbe essere quella di un rientro in Parlamento dopo l’esclusione avvenuta ormai più di dieci anni fa con la sconfitta, inaspettata in quelle dimensioni, della Sinistra Arcobaleno.

Una finestra di opportunità per la sinistra radicale

Ora, siccome in politica non esistono “pasti gratis”, non è prevedibile che la costruzione di questa forza politica possa nascere come conseguenza spontanea dalle scelte che farà il governo Draghi, per quanto esse possano aprire conflitti sociali o creare aree di “perdenti” del processo di ristrutturazione. Non sappiamo ancora quale sarà il futuro sistema elettorale, se verrà rafforzata la tendenza maggioritaria o se resterà un grado sufficiente di proporzionalismo tale da costruire un sistema politico meno oligarchico di quello che farebbe comodo ai partiti esistenti. La tendenza principale è sempre quella di definire leggi elettorali attraverso le quali chi è già dentro eleva barriere molto alte all’accesso di nuovi competitori. Questa volontà (che si è espressa in modo evidente a livello delle Regioni) contrasta col fatto che l’asimmetria esistente tra i due blocchi politici principali, un centro-destra più strutturato e un centro-sinistra ancora informe, spinge verso proposte tra loro diverse ed in parte inconciliabili.

In questo contesto, la formazione di una forza politica di sinistra radicale in grado di conquistare un consenso di massa e non di nicchia presuppone la definizione di un progetto politico che riesca a definire obbiettivi programmatici, forme organizzative, selezione delle leadership, stili di comunicazione e così via. Tutto questo in un momento nel quale non sono attivi movimenti sociali con dimensioni di massa ed è diffusa la convinzione che tutte le scelte politiche rilevanti si siano spostate non solo dalla società verso il livello istituzionale ma, da questo, al solo livello governativo. Leggendo le argomentazioni di coloro che, pur collocandosi a sinistra (e magari anche su posizioni che secondo altri parametri con posizioni che possono essere definite di “sinistra radicale”), si riscontra l’idea che se non si sta al governo non si può influire sulle scelte relative alla gestione del Recovery Plan e alle politiche ambientali. Una visione che vede sempre più le forze politiche come articolazione del potere di governo e non come strumento di rappresentanza di una parte della società (in conflitto con altre per interessi e valori). Sembra quasi inevitabile dare ragione all’analisi di Peter Mair in “Governare il vuoto”.

Tre esperienze da studiare

La definizione di un progetto politico per la costruzione di una “forza” o uno “strumento” (uso volutamente definizioni più generiche di quelle di “partito”) potrebbe avvalersi di esperienze compiute in altri paesi. Non si tratta di adottare modelli. E’ capitato spesso nel corso degli ultimi anni di sentir dire che si dovesse fare (a seconda dei momenti e, se vogliamo, persino delle “mode”) come Syriza, come Podemos o come la Linke. In realtà le esperienze di altri paesi più che fornire modelli da adottare possono fornire innanzitutto una definizione dei problemi da risolvere.

Per questo riterrei utile studiare (cosa che evidentemente non mi propongo di fare in questo articolo) quelle forze politiche della sinistra radicale che sono riuscite a passare dallo stato di forze extraparlamentari a quello di soggetti politici presenti all’interno delle istituzioni rappresentative e dotate di un relativo consenso di massa. Le tre formazioni a cui faccio riferimento nel titolo sono: il Partito del Lavoro del Belgio, il Bloco de Esquerda portoghese, Podemos in Spagna.

Come si vede si tratta di esperienze tra loro diverse e proprio per questo, anche dalla loro comparazione, è possibile trarre indicazioni, alcune delle quali possono essere generalizzabili, e non un modello. Avendo anche presente che il loro successo elettorale è sorto in contesti politici e sociali diversi e quindi non riproducibile come se fossimo in laboratorio. Pertanto provo a sintetizzare i tre percorsi, tenendo conto che la letteratura critica disponibile è, per quantità e qualità, molto diversa. Abbondantemente studiata e conosciuta (anche in Italia) l’esperienza di Podemos, relativamente studiata quella del Bloco portoghese (ma poco o nulla è rintracciabile in italiano), molto poco quella del PT belga.

Il Partito del Lavoro Belga (PTB)

Il caso del PTB presenta l’esperienza di un partito con una lunga storia. E’ sorto a partire dal movimento studentesco del ’68 nella parte fiamminga del Belgio, quindi con un forte retroterra cattolico. Ha adottato l’ideologia maoista (il rapporto tra background cattolico e adesione alle tesi cinesi è tutt’altro che anomalo) e ha combinato una regolare partecipazione alle elezioni con una forte presenza militante. Il rigido dogmatismo ideologico accompagnato da un altrettanto inossidabile settarismo, ha mantenuto il PTB come forza marginale nel sistema politico belga per molti anni. Il cambio di rotta si venuto determinando a partire dal nuovo millennio ed in particolare con il congresso del 2008, apertamente rivendicato come punto di svolta.

In un testo di presentazione della propria storia, pubblicato dallo stesso PTB, il congresso viene richiamato come il passaggio fondamentale nella costruzione di un partito che mantiene dei “principi”, ma che è contemporaneamente “flessibile”. Un partito di “lavoratori”, definizione che viene ulteriormente chiarita in termini di partito della classe operaia in senso largo, un partito del 21esimo secolo, che si basa sul marxismo e che mantiene l’obbiettivo del socialismo. In altri testi il PTB continua a rivendicare la propria partecipazione alla storia del comunismo, in generale e belga in particolare, senza far più riferimento a modelli stranieri e accentuando però il fatto di considerarsi per ciò stesso partito della sinistra “autentica”. Il Congresso del 2008 è stato anche un congresso di rinnovamento della leadership e di molti quadri intermedi. Questo non ha portato ad una rottura con la generazione dei fondatori, parte dei quali hanno partecipato al rinnovamento. La figura che aveva incarnato il precedente indirizzo ideologico (filo-cinese e stalinista), Ludo Martens, scomparso qualche anno fa, non è stato ripudiato e, per altro, si era già allontanato dalla direzione del partito trasferendosi in Africa.

Il successo del PTB è andato di pari passo con il fallimento dei tentativi di raggruppamento delle altre forze della sinistra radicale, dai quali il PTB si è sempre tenuto alla larga. Ha offerto qualche posto nelle proprie liste a esponenti degli altri (piccoli) partiti della sinistra radicale o estrema come il PCB o i trotskisti, ma mantenendo ferma la propria identità e il proprio progetto.

Nell’azione pratica il partito ha cercato di modificare sostanzialmente la propria comunicazione (puntando spesso su una forma di umorismo e di ironia di impronta popolare, piuttosto che sulla tradizionale verbosità ideologica) e si è avvalso di un proprio centro studi che ha dato solidità argomentativa e scientifica alle proprie campagne politiche, in particolare quella sulla tassazione dei ricchi.

Il PTB viene considerato dai politologi come un “partito della sinistra populista”. Lo inserisce tra questi anche Marco Damiani nel suo libro “Populist radical left parties in western Europe”. Lo stesso PTB però ripudia la definizione di populismo. Non c’è dubbio che lo stile comunicativo lo avvicini ai partiti populisti. Non va sottovalutato che il background maoista ha probabilmente consentito (così come al Partito Socialista olandese) di integrare più o meno esplicitamente modi di azione e comunicazione che possono essere definiti come populisti. Il PTB però rispetto al filone di pensiero Laclau-Mouffe mantiene il riferimento al conflitto di classe e alla “classe operaia” (intesa come insieme di coloro che vivono del lavoro salariato) quale base sociale predeterminata di un movimento che abbia come finalità il socialismo. (Che il maoismo possa facilitare una rappresentazione di tipo populista, in cui l’elemento morale del conflitto si unisce a quello politico e sociale e in parte lo domina, lo si può capire più facilmente ascoltando la canzone “Rosso Colore” di Pierangelo Bertoli, anch’egli con un retroterra maoista).

Il Bloco de Esquerda

Nel caso del Bloco de Esquerda portoghese abbiamo un percorso diverso. Anche qui il punto di partenza è l’estrema sinistra, ma in questo caso si è determinante la convergenza tra diversi gruppi marginali con tradizioni ideologiche tra loro opposte. Infatti all’origine dalla sua formazione si ritrovano tre gruppi, l’UDP che sorgeva prima dall’adesione al maoismo e poi al marxismo-leninista di orientamento stalinista perseguito dall’Albania di Enver Hodja, il PSR che rappresentava la tradizione trotskista maggioritaria della Quarta Internazionale (di Mandel e Krivine), e il gruppo di Politica XXI, nato da una scissione del PC portoghese e che poteva essere grosso modo definito come “eurocomunista di sinistra”. A questi tre gruppi organizzati, si univano degli indipendenti, come lo storico Fernando Rosas, che a sua volta proveniva da una organizzazione maoista.

Il processo di confluenza si avviava sostanzialmente attraverso una decisione condivisa tra i leader (Louça, Fazenda, Portas e Rosas) a partire dalla comune consapevolezza della necessità di uscire da una politica di nicchia e di superare la frammentazione ideologica convergendo su una prospettiva politica e programmatica comune. La scelta iniziale fu di costruire una vera forza politica unitaria basata sull’adesione individuale, lasciando spazio quindi a militanti che non appartenevano a nessuna delle formazioni costituenti. Restava però un accordo non scritto ma praticato di mantenere la convergenza tra le tre formazioni costituenti evitando forzature e rotture. Nel frattempo le singole formazioni politiche si trasformavano in associazioni di riflessione teorica, riducendo in tal modo la propria esposizione pubblica e affidando questa al Bloco de Esquerda in quanto tale.

In questo caso non vi è stata, nella fase iniziale e per un lungo periodo, un mutamento di figure dirigenti. Infatti i primi due eletti in parlamento sono stati proprio Louça (che si riconosce nella tradizione troskista mandeliana) e Fazenda (di tradizione marxista-leninista). Il principale esponente di Politica XXI (Miguel Portas) è stato poi eletto nell’europarlamento. Il ruolo di primo piano svolto dai leader fondatori (tutti maschi come si potrà notare) non ha poi impedito l’affermarsi di una nuova leadership con una forte prevalenza femminile (Catarina Martens, Marisa Matias, Mariana Mortagua) con la quale si sono anche rimescolate a ampliate le componenti iniziali.

Pur avendo attenzione alla costruzione di uno stile comunicativo innovativo rispetto agli schemi dell’estrema sinistra di provenienza, il Bloco non può essere considerato un partito “populista” e nessun politologo lo ha trattato come tale.

Anche da questa velocissima sintesi si vedrà come il processo formativo del Bloco sia stato sensibilmente diverso da quello del PTB, se non per un punto, ovvero la trasformazione da soggetti classificabili come “estrema sinistra” a forze politiche che si possono considerare invece di “sinistra radicale”.

Podemos

Se guardiamo infine alla formazione di Podemos, abbiamo un caso ancora diverso. Un gruppo di intellettuali che si sono trasformati in “imprenditori politici”, cogliendo l’opportunità fornita dall’emergere del movimento degli indignados del 2015. Pablo Iglesias e gli altri hanno ritenuto che il partito-coalizione di sinistra radicale già esistente (Izquierda Unida) non fosse in grado di recepire la domanda politica espressa da un movimento che in sé si presentava come ostile a tutte le forze politiche esistenti.

Il gruppo promotore di Podemos ha esplicitamente adottato l’impostazione populista di sinistra elaborata da Ernesto Laclau e considerata affine alle nuove esperienze della sinistra latinoamericana. In questo caso, in una prima fase, Podemos ha cercato di smarcarsi non solo con l’identificazione di forza di sinistra radicale ma per alcuni versi con la sinistra tout court. Le ragioni di questa distanza erano motivate con il fatto che la sinistra parlamentare, in particolare socialdemocratica, si era fata interprete di politiche liberiste avversate dal movimento di piazza. Quindi diventava necessario slegare la propria comunicazione e i contenuti programmatici dalla identificazione con i pre-esistenti schieramenti parlamentari. Questo approccio si è poi venuto modificando con la costituzione dell’alleanza tra Podemos, Izquierda Unida e altre forze di sinistra e ha portato alla divisione nel gruppo originario. Mentre dall’altro la corrente trotsksista di Izqueirda Anticapitalista sembra essere rientrata nell’alveo dell’estrema sinistra.

Nel caso spagnolo abbiamo una presa di distanza iniziale molto forte rispetto alla sinistra radicale già esistente, alla formazione di un nuovo gruppo dirigente formato da intellettuali, i quali però si sono addestrati all’uso dei mezzi di comunicazione di massa tradizionali (la tv) prima di quelli digitali e tutto questo inserito nell’adesione ad una prospettiva strategica rivendicatamente populista.

Quali strade per l’Italia?

Da questi brevi riferimenti si può vedere che le esperienze di altri paesi presentano una serie di opzioni tra loro diverse tra salto di qualità dell’esistente, confluenza di soggetti esistenti o invenzione di nuovi, aggiornamento di strategie adozione di nuovi riferimenti, cambio o meno di leadership, ecc.

In che modo si possano risolvere questi dilemmi in una realtà come quella italiana spetterà ai vari soggetti in campo deciderlo. Sembra difficile però che la soluzione ai vari rebus possa avvenire senza una capacità di innovazione ai vari livelli del progetto politico, delle forme di comunicazione e dalla costruzione della leadership.

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