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Siccità, clima, governo del territorio e delle acque

di Riccardo
Rifici

La crisi climatica presenta il conto e il nostro Paese si trova da dover affrontare la peggior crisi idrica della storia repubblicana.  Mentre solamente qualche mese fa alcuni eventi meteorici hanno causato danni significativi in diverse zone del territorio, in questi giorni assistiamo ai gravi danni provocati da una siccità estrema.

Ma il problema non è causato solamente dal peggioramento del clima, ma anche dalla mancata messa in atto di una politica del governo delle acque e del territorio.

Questo articolo eviterà di soffermarsi sul primo punto (la crisi climatica) oggetto di altri articoli apparsi su transform, ma cercherà di fare qualche considerazione sul secondo punto.

In realtà la questione del governo del territorio e, in particolare, delle acque è stata oggetto nel passato di numerose normative (nazionali ed europee) anche di buona qualità (vale la pena citare la legge 183/1989 il dlgs 152/1999 (ripreso dal dlgs 152/2006) e le direttive europee sulle acque del 2000, e sulle alluvioni del 2007).

Ma, nel nostro paese, come in buona parte del mondo, a causa della cultura del profitto, si è persa la cultura dell’acqua, cioè quella cultura che ha permesso agli uomini di studiarla, capirla, e quindi di convivere con essa.

Per entrare nel merito di cosa comporta questo allontanamento da una cultura dell’acqua, mi pare utile riportare una citazione di un mio professore universitario, che oltre 40 anni fa, riassumeva i problemi delle acque dicendo che “l’acqua è: “qualche volta troppa, spesso poca, e, oggi, molto spesso, inquinata”. In questa sintetica affermazione sono ben riassunti i problemi che abbiamo di fronte sia a livello planetario che a livello locale.

Le acque inquinate

Essendo necessario approfondire i problemi che abbiamo di fronte nell’immediato, tralascio per ora le considerazioni sulla questione inquinamento. Va però ricordato, che la carenza quantitativa di acqua è aggravata dalla cattiva qualità che ne limita gli usi possibili, e, viceversa, la scarsa quantità di acque nei fiumi, peggiora gli effetti degli inquinati, riducendo la capacità di diluizione.

Il Troppo

Per quanto riguarda “il troppo”, sembra che l’uomo abbia disimparato a vivere con l’acqua. Anche se gli eventi disastrosi vi sono sempre stati, il cattivo uso del territorio e gli effetti dei cambiamenti climatici ne hanno aumentato la frequenza e ne hanno peggiorato gli effetti. Il numero di vittime e il costo economico dei danni causati da questo fenomeno negli ultimi decenni è enorme.

Da un lato la progressiva impermealizzazione dei suoli (causato dalla speculazione edilizia), l’irreggimentazione dissennata dei corsi d’acqua e l’agricoltura industrializzata, dall’altro le modifiche climatiche che, ormai con segni non più contestabili, portano a episodi di precipitazioni violente e concentrate nel tempo, hanno come risultato l’aumento vertiginoso della velocità con cui le acque corrono da monte verso il mare. Infatti, mentre solo 50 anni fa era possibile prevedere, senza strumenti tecnologici sofisticati, l’arrivo di un’onda di piena da una località a monte in una città a valle (ad esempio Pavia) con giorni di anticipo, oggi, i tempi delle previsioni si riducono a poche ore.

Questo aumento della velocità di trasferimento da terra verso il mare ha il grave effetto di rendere le acque dolci meno disponibili alla vita terrestre.

L’Italia aveva cominciato ad affrontare questi problemi con normative molto pregevoli e con molto anticipo sulle norme europee. La norma principale era la legge 183 del 1989, prodotta attraverso un lungo lavoro della commissione De Marchi, istituita dopo l’alluvione che colpì Firenze nel 1966. Questa norma pur non recependo tutte le indicazioni uscite dal lavoro delle Commissione era una buona legge, che individuava nell’Autorità di Bacino il compito di pianificare e regolare le attività dell’intero Bacino idrografico (dalla captazione delle acque, alle opere idrauliche, sino all’uso del suolo); cosa importante era che ad essa erano assegnati funzioni normative sovra ordinate. In sostanza nessun ente poteva programmare ed attuare azioni ed interventi che contraddicevano la pianificazione di bacino. L’altro dato importante, riguardava l’aspetto territoriale: non erano i confini amministrativi o altri confini stabiliti a caso volta per volta da normative di varia origine che nulla avevano a che fare con l’organizzazione naturale del territorio (il bacino idrografico).

Tra le azioni più importanti da mettere in atto vi era il piano di bacino e il bilancio idrico di bacino. Un interessante anticipo della filosofia di questa normativa era contenuto in una “linea guida” alla legge 319/1976: l’allegato 2 della Deliberazione CITAI (un comitato interministeriale) del 1977 “Per un corretto e razionale uso delle acque” (su cui ritornerò in seguito).

Ma, mentre la delibera del 1977 fu praticamente ignorata, la legge 183/1989 fu ben presto vanificata, sia attraverso norme che permettevano il non rispetto della gerarchia della pianificazione, sia con il mancato finanziamento per gli interventi necessari a garantire la prevenzione degli eventi meteorici catastrofici. Ad esempio, la prevalenza della pianificazione di bacino su altri strumenti o su  interventi urbanistici, venne quasi cancellata, con articoli il cui significato recitava più o meno: “delibera xx per fare YY, rappresenta automaticamente variante alle disposizioni del piano di bacino”, permettendo ad esempio interventi urbanistici di vario tipo in aree prima considerate di salvaguardia.

Va sottolineato che una oculata gestione dei piani di bacini e la realizzazione degli interventi previsti non avrebbe originato costi economici, ma sostanzialmente, risparmi. Già in uno studio condotti dai Sindacati all’inizio degli anni novanta sul bacino del PO, si ipotizzavano, in base al fabbisogno finanziario per una manutenzione adeguata, che allora era stimato in circa di 300 miliardi di lire annui, la possibilità di impiegare circa 3.000 – 3.500 persone in maniera continuativa, permettendo però un risparmio calcolabile in circa 3.500 – 5.000 miliardi in un decennio nell’ipotesi, per difetto, di un dimezzamento della spesa straordinaria per eventi disastrosi. Tutto ciò senza mettere nel conto la possibilità di salvare vite umane.

IL POCO

Per quanto riguarda “il poco”, è noto che l’acqua dolce disponibile sulla terra è solo una piccola percentuale dell’acqua esistente (il 3%). Quest’acqua, con l’aumento della popolazione umana e delle esigenze alimentari, diventa sempre più l’elemento limitante per la possibilità di produrre sufficienti alimenti. Da sempre, ma ancora di più oggi, la carenza dell’acqua e la lotta per il suo controllo è uno dei principali fattori di guerra nel mondo. Si può affermare che la risorsa acqua ha già raggiunto e superato il livello d’importanza dell’energia.

Anni fa, studi internazionali sul rapporto tra acqua e agricoltura disegnavano proprio per il decennio 2020/2030, una crisi di carattere mondiale per la carenza di cereali. Tale carenza era attribuita soprattutto alla mancanza di acqua.

Per quanto riguarda il nostro Paese, è necessario ricordare che l’Italia detiene una serie di record negativi a livello internazionale riguardo ad una serie di indicatori, quali: il prelievo complessivo pro-capite di acqua, il prelievo pro-capite di acque per l’uso domestico, il consumo di acqua per ettaro irriguo. Tra i record va citato anche quello del consumo di acqua minerale, che grazie a canoni di concessione per il prelievo, con cui l’acqua viene quasi regalata a vari grandi gruppi privati, viene prelevata e consumata in modo spesso irrazionale generando nel contempo importanti problemi ambientali (problemi di logistica per il trasporto di bottiglie di plastica da un punto all’altro dell’Italia, e problemi per la necessità di trattare milioni bottiglie di plastica).

Accanto a questi dati, da tempo misuriamo effetti negativi sulla qualità dei suoli dove da diversi studi del CRA (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura), emerge come sia diminuita la capacità di ritenzione idrica (-30%), sia aumentata la superficie a rischio di desertificazione (oltre il 20% del territorio). A questo dato confermato anche nel giugno del 2021 dall’ANBI, (l’Associazione Nazionale dei Consorzi di Bacino). L’ANBI, in quell’occasione confermava quanto già accennato in precedenza circa gli studi degli anni ’90, affermando che gli interventi di manutenzione straordinaria, sulla base di progetti definitivi ed esecutivi, sarebbero stati capaci di attivare quasi 12mila posti di lavoro, grazie a un investimento di circa 2 miliardi e 365 milioni di euro”.

La citata deliberazione “Criteri generali per il corretto e razionale uso dell’acqua”) si soffermava in primo luogo sulla necessità di studiare tutte le possibilità di “utilizzare l’acqua in maniera concatenata da un uso all’altro ed in maniera concorrenziale”, e sulla necessità di pianificare l’utilizzo delle risorse idriche, sottolineando che non si tratta solo di garantire le migliori tecnologie d’uso, ma di garantire una “maggior efficacia complessiva che può risultare dall’impiego di un gruppo di risorse adeguatamente complementari tra loro nel concorrere alla saturazione di necessità variabili nel tempo per i diversi usi”.

Si soffermava poi su concetti relativi a:

  • il deflusso minimo vitale, concepito in modo da garantire le funzioni vitali dei corsi d’acque dopo le captazioni (anche in relazione alle capacità di diluizione degli scarichi inquinanti);
  • la necessità di assicurare un equilibrio degli acquiferi sotterranei tra prelievi e ricarica naturale, anche al fine di evitare l’intrusione di acqua salina;
  • la possibilità di costruire reti di adduzione di acque non potabili per gli usi non potabili
  • la necessità di limitare l’approvvigionamento di acque di falda per uso industriale, indirizzando questi usi (nel limite delle disponibilità tecniche economiche) ad altre risorse;

Anche questa norma si soffermava sul concetto importante ma sino ad oggi poco applicato di “bilancio idrico di bacino”.

Tale concetto dovrebbe essere, ancor di più oggi alla luce delle crisi causate dai cambiamenti climatici, l’azione prioritaria sulla base della quale dovrebbero essere impostate tutte le altre azioni relative al governo dell’uso delle acque.

Questi importanti concetti sono stati via, via messi in discussione, e spesso ignorati, con l’avvento delle normative di stampo liberista a partire dalla legge 36/1994 (legge Galli),  che con la scusa di una maggior efficienza tecnica, ma in realtà con la volontà di privatizzare il servizio idrico, hanno, con la previsione di enti gestori come gli ATO, indebolito, (se non distrutto) non solo la logica della pianificazione basata su un’entità territoriale come il bacino idrografico, ma anche stravolto la logica del “corretto e razionale uso delle acque”. A questo proposito vale la pena di ricordare come alcuni ATO (ad esempio quello toscano) abbiano, attraverso l’applicazione tariffaria, incentivato maggiori consumi di acqua!

In sostanza si può affermare che: al di là degli interventi di emergenza, fatti per rimediare a danni, causati da eventi disastrosi, che si sono ripetuti con frequenza crescente in questi ultimi decenni, non è stato messo in atto alcun serio piano strategico per prevenire o attenuare sia gli effetti più gravi degli eventi meteorici estremi, sia per affrontare il tema della siccità. Per esempio non si è proceduto adeguatamente ad interventi per liberare le aree golenali dei fiumi (in modo da permetterne la naturale espansione in occasione degli eventi di piena); le uniche “casse di espansione” sono state pensate più per fare un favore ai cavatori che per motivi ambientali, quasi nessun intervento rinaturalizzare i corsi d’acqua tombinati è stato realizzato.

Questi fatti irrisolti, uniti a situazioni climatiche avverse provocano problemi di disponibilità idrica in molte realtà del nostro paese, sia per gli usi agricoli che per gli usi domestici. Infatti, in questo mese di giugno, in anticipo sull’estate, ci troviamo ad affrontare quella che forse è la più grave siccità degli ultimi 70 anni.

Infine bisogna sottolineare l’aspetto politico / ambientale più grave. Si è quasi totalmente persa a livello politico e governativo l’attenzione all’importanza del “Governo delle acque”. La gestione all’economia idrica, è stata sottovalutata, o meglio intesa in senso riduttivo e fuorviante, soltanto dal punto di vista dei profitti economici della sua gestione. (tant’è che in alcuni luoghi si pensa di quotare in borsa la risorsa idrica!).

Fare dell’acqua un tema centrale dell’agenda politica

Un progetto di governo, non solo del territorio, ma anche dell’intero paese (comprendendo in questo l’economia e quant’altro), deve avere tra i primi punti della propria agenda quello del governo dell’acqua. La politica italiana ha completamente perso la giusta considerazione di tale tematica. Il “problema acqua”, infatti, rimane tra l’essere una questione legata alle emergenze (alluvioni o siccità) o un problema di tariffe. Quasi mai viene considerato come una questione strutturale, basilare per poter garantire un sistema produttivo (agricoltura, industria, turismo) ed una qualità dell’ambiente e della vita delle persone, ottimali per il presente e per il futuro.

Per meglio schematizzare gli elementi che devono essere assunti nel governo del territorio, in relazione al tema acqua, si possono riassumere le azioni da fare sotto due parole d’ordine:

  1. a) va preso un serio impegno politico per garantire che il controllo delle scelte strategiche sulla gestione della risorsa, non solo rimanga saldamente in mano alle pubbliche istituzioni, ma anche che queste coinvolgano i cittadini nelle scelte.
  2. b) va assunta sino in fondo la responsabilità, da parte dei decisori politici, di mettere in atto quegli elementi di pianificazione di governo e controllo delle acque, (già in parte indicati nella legislazione vigente), che stanno a monte di ciò che devono fare i gestori del servizio idrico

Non si può certo affermare che in Italia vi siano tutte le infrastrutture necessarie, ma ciò che più manca è una programmazione che metta al primo posto la manutenzione del territorio e delle infrastrutture esistenti.

Naturalmente discorso a sè, più approfondito, deve essere dedicato alla politica finanziaria e tariffaria.  Sicuramente il canone dell’acqua non deve essere più considerato come un modo nascosto per erogare sussidi o finanziamenti impropri; ciò vale per l’agricoltura ma anche per altri settori particolari come quello delle acque minerali o altri usi produttivi.

Vanno garanti gratuitamente a tutte le famiglie dei volumi minimi vitali di acque per gli usi domestici (un tempo si parlava di 50 litri per abitante al giorno).

Vanno attivate tutte le azioni normative ed economiche (fiscalità, tariffe e canoni) per disincentivare gli usi scorretti e irrazionali e per incentivare le azioni volte al risparmio e al riciclo delle acque nel settore industriale e per l’utilizzo plurimo delle stesse nei diversi settori.  Vanno fatte alcune modifiche sull’attuale meccanismo tariffario, infatti, per come è strutturata la tariffa, i gestori non si sono dimostrati attivi nella razionalizzazione degli usi, non sono invogliati al risparmio della risorsa, e non sono interessati ad interventi di prevenzione.

Vanno studiati e sperimentate nuove forme per finanziarie gli investimenti necessari per la realizzazione e la gestione dei servizi idrici. Ad esempio:

o          creazione di fondi a finalità pubblica e sociale, attraverso la fiscalità generale, da utilizzare nelle zone più svantaggiate;

o          prelievo di una “water tax” sul consumo e sui ricavi delle acque minerali e sul consumo e l’uso di fertilizzanti, fitofarmaci ed altre sostanze idroinquinanti;

o          assicurare il reinvestimento delle plusvalenze derivanti dalla gestione pubblica e privata delle acque, in attività di miglioramento delle strutture di gestione del ciclo integrato dell’acqua;

Bisogna inoltre ricordare per sommi capi come la normativa italiana esistente e le direttiva comunitaria pretendano ben più che il semplice rispetto di standard di emissione dagli impianti di depurazione, in particolare:

  • una politica della tutela delle acque che integra gli aspetti qualitativi con quelli quantitativi;
  • una politica di risanamento e prevenzione basata sugli obiettivi di qualità dei corpi idrici recettori e sulla necessità di diversificare le azioni di prevenzione in base alle criticità presenti sul territorio (aree sensibili e zone vulnerabili);

Insomma, anche alla luce, dei cambiamenti climatici, un forza politica o sociale, dovrebbe avere tra i primi punti del proprio programma politico quello del governo dell’acqua!

 

Riccardo Rifici

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