1968: cartello d'epoca

1968

di Franco
Russo

di Franco Russo

Intervento alla Summer University del Partito della Sinistra Europea e Transform! europe, Vienna 12 luglio 2018

È pressoché impossibile in pochi minuti raccontarvi il ’68 in Italia: gli storici hanno contato più di cinquemila eventi durante i suoi 365 giorni.

È altrettanto quasi impossibile descrivere le motivazioni, le idee e gli ideali, i progetti che attraversarono i movimenti degli studenti e degli operai.

Per questo ho scelto di descrivere lo slittamento del significato di tre parole, al fine di fare almeno cogliere il senso del movimento del ’68 in Italia.

Queste le tre parole:

  • autorità
  • assemblea
  • politica.

Lo slittamento dei loro significati, spero, vi possa restituire l’atmosfera di quell’anno, e i nuovi orizzonti di cultura politica aperti dai movimenti studenteschi e operai.

Con una certa approssimazione, si può dire che ‘autorità’ in un determinato campo è l’esercizio di un legittimo potere di decisione, legittimo perché le persone che la esercitano sono percepite come persone che possiedono l’expertise necessario, o che rappresentano valori e tradizioni degni di rispetto e condivisione.

Il giudice, l’insegnante, il padre e la madre nella famiglia, il prete, il partito sono esempi di autorità, legittimate dalle loro funzioni e/o dal loro sapere.

Nel 1968 l’autorità fu oggetto della più aspra critica e decostruzione da parte degli studenti e anche da parte degli operai.

Famiglia, scuola, università, la gerarchia in fabbrica furono investite da un’ondata di critica e vecchi costumi e pratiche sociali furono smantellati.

Si faccia attenzione: la sinistra e in generale il movimento operaio hanno sempre criticato il potere, il potere politico non l’autorità, altrimenti i partiti di sinistra avrebbero dovuto criticare sé stessi, l’autorità del partito, la sua presunzione di essere sempre in possesso della ‘linea giusta’ e della ‘verità’, sentendosi per questo l’interprete esclusivo degli interessi storici della classe operaia.

L’autorità del partito fu messa in discussione, infatti in Italia le vecchie organizzazioni giovanili furono messe da un canto e nuove modalità di organizzazione politica, riassunte nell’idea di movimento, presero il loro posto.

Una seconda avvertenza: la decostruzione dell’autorità fu portata avanti anche dalla classe operaia. Ricordo solo un avvenimento, quello del 19 aprile 1968 a Valdagno: la distruzione della statua del conte Marzotto.

Durante una manifestazione contro la ristrutturazione della fabbrica con i relativi licenziamenti, i lavoratori tessili distrussero il monumento che celebrava le ‘realizzazioni’ dell’imprenditore di successo.

I lavoratori mandarono in frantumi l’autorità di un capitalista, anzi di un illuminato padrone dell’impresa e della città.

Il ’68 mise al centro dell’azione politica l’anti-autoritarismo in ogni ambito della società. Il movimento attaccò le autorità in qualunque luogo si annidasse, anche nelle relazioni interpersonali. Il teologo Bruno Forte ha scritto che il ’68 colpì alle radici non solo questa o quella autorità, ma lo stesso principio di autorità, suscitando l’ostilità verso le istituzioni e le tradizioni.

Foucault avrebbe coniato il termine ‘micro-fisica’ del potere per esprimere il significato del movimento antiautoritario.

‘Assemblea’ è una parola davvero antica, dato che  il suo uso risale almeno all’Atene del V e IV secolo AC ad indicare la sede centrale dell’attività pubblica, anche le tribù germaniche utilizzavano l’assemblea come centro decisionale (come attesta Tacito).

L’assemblea svolse un ruolo fondamentale nell’organizzazione del movimento del ’68 in Italia: fu il luogo di discussione, deliberazione e decisione cosicché ognuno/a poteva partecipare  al processo di elaborazione dei programmi e delle iniziative.

L’assemblea fu un modo formidabile per attivare energie popolari e per fare acquisire una chiara consapevolezza della collocazione sociale agli studenti, agli operai e a vasti settori popolari. Fu il ‘luogo di fusione’, come ebbe a dire Sartre, dove individui differenti poterono creare legami con altri individui perché si riconoscevano l’un l’altro come persone che vivevano condizioni simili. Le persone usarono l’assemblea per trovare risposte comuni ai loro comuni problemi, e non solo a quelli politico-sociali.

Il movimento del ’68 fu capace di mobilitare larghe fasce di studenti e operai che non si erano fin ad allora impegnati in politica, e li orientò a sinistra, verso una nuova sinistra.

Il metodo dell’assemblea,  quello cioè di mettere in comunicazione tutte le persone interessate, fu adottato dagli operai che eressero l’assemblea a sede di decisione cosicché i vecchi organismi sindacali furono emarginati. Le tradizionali forme organizzative dei sindacati – le Commissioni interne – furono travolte e l’assemblea divenne il centro dell’organizzazione operaia, mentre il funzionario sindacale non fu più il boss che decideva le piattaforme contrattuali, come e quando promuovere le lotte. Furono i lavoratori in assemblea a decidere quando e come colpire la produzione, praticando le lotte ‘a gatto selvaggio’  che conobbero una larga diffusione.

Anche in questo caso, come in quello dell’autorità, si stabilì un canale di comunicazione tra studenti e operai.

La democrazia venne concepita come democrazia diretta, che richiedeva a ciascuno operaio di prender parte all’elaborazione delle rivendicazioni facendone emergere di nuove: per esempio sull’orario di lavoro o sull’organizzazione della produzione che tradusse in pratiche di lotta la critica teorica dell’organizzazione ‘scientifica’ del lavoro (  nota come ‘taylorismo’).

Gli studenti operarono una demistificazione della cd neutralità della scienza, e gli operai  la trasposero in azioni al fine di cambiare condizioni e processi di lavoro.

Studenti e operai erano uniti e nuovi temi furono messi al centro delle mobilitazioni. Ricordo lo slogan: a salario di merda, lavoro di merda, e soprattutto l’egualitarismo che si tradusse nella rivendicazione degli aumenti salariali uguali per tutti, al fine di superare le differenze all’interno della classe  operaia, dato che al lavoratore professionale era subentrato l’operaio-massa, il lavoratore della linea di montaggio.

La terza parola che ho scelto è ‘politica’. Già da quanto ho detto risulta che il significato di ‘politica’ conobbe un profondo mutamento. In breve: lo slogan ‘il personale è politico’ nacque nel 1968.

Per persone come me che erano iscritte al partito comunista, alla sua organizzazione giovanile, ‘politica’ significava prodigarsi a sostegno degli interessi del proletariato, partecipare alle manifestazioni antimperialiste, lottare contro il potere politico della borghesia.

Nel 1968 tutte queste astrazioni divennero terreni di lotta concreta: Che Guevara e Ho-chi-min, incarnavano con le loro azioni gli ideali rivoluzionari, e il grido durante le manifestazioni di ‘uno, due, cento Vietnam’ risuonava non come un semplice slogan, ma era sentito quale impegno immediato per realizzare la rivoluzione nel nostro paese, e nei paesi occidentali.

Gli studenti non lottavano più solo per solidarietà nei confronti della classe operaia, non erano più i sostenitori delle altrui lotte, gli studenti lottavano anche per il ‘potere studentesco’ al fine di cambiare la loro condizione sociale e affermare il loro ruolo attivo nella società.

Questa fu un importante ampliamento della concezione della politica: differenti gruppi sociali conquistarono la legittimazione a mobilitarsi per conseguire i propri obiettivi in modo da trasformare la loro condizione, lo ‘stato di cose presenti’, e per  introdurre forme più radicalmente democratiche degli assetti istituzionali. Nuove soggettività apparvero sulla scena politica.

Non fu più necessario essere ‘proletario’ per divenire agente della trasformazione politico-sociale. Ogni gruppo che si trovasse in una condizione di subordinazione ‒ come già chiarì Gramsci – poteva lottare per trasformare la società borghese.

Gruppi di professionisti diedero vita a movimenti democratici: medici, psichiatri, avvocati, magistrati, inoltre credenti e gli stessi religiosi iniziarono un loro cammino collettivo per attuare un profondo rinnovamento nei rispettivi campi di attività. Bisogni sociali, interessi, desideri, ideali, e progetti, fino ad allora compressi, vennero alla luce: nuovi soggetti e nuove tematiche, fino a quel tempo sottratte all’azione collettiva, emersero allargando gli orizzonti della politica

‘Personale è politico’ fu, a mio parere, la base, il punto di partenza del movimento femminista e della sua critica della famiglia e della società patriarcali.

Perché tutta questa ricchezza di movimenti sociali, intellettuali e culturali andò dispersa è una questione degna di riflessione e discussione, purtroppo però il mio tempo è trascorso e così concludo con un invito a continuare il confronto su quel tempo storico.

 

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