Sanatoria subito

di Stefano Galieni – Quanto sta accadendo in queste terribili settimane ha portato in secondo piano un tema che, timidamente, stava rientrando nell’agenda politica italiana. Parliamo della regolarizzazione di una cifra che oscilla fra le 400 mila e le 700 mila persone, uomini e donne provenienti da paesi extra UE, che vivono e in gran parte lavorano in Italia ma che a causa di leggi criminogene, in primis la Bossi Fini, e all’assenza di ogni possibilità di ingresso regolare anche attraverso la forma dei vetusti “decreti flussi” sono condannati da anni nell’invisibilità, spesso nello sfruttamento, tante volte in condizioni di marginalità. Un tema su cui i diversi governi che si sono succeduti negli ultimi 12 anni hanno mostrato miopia e incapacità. In piena armonia con gli altri Paesi europei, si è proceduto per provvedimenti emergenziali, con il tentativo di detenere i “non graditi” o di provvedere a rimpatri per lo più coattivi e solo in alcuni casi “volontari e assistiti”, con politiche governate dai ministri dell’Interno, senza alcun reale potere ai dicasteri che si occupano ad esempio di lavoro, di politiche sociali, di welfare. In Italia perdere lavoro si traduce in breve tempo nel perdere il diritto a restare sul suolo nazionale e questo ha costruito bacini enormi di precarietà sociale sparsi nell’intero Paese. A seguito della crisi economica del 2008 e poi dell’esplodere di numerosi conflitti in Paesi di prossimità dal 2011 in poi, il solo modo per entrare in Europa è divenuto quello della richiesta di asilo o di forme diverse di protezione. Si fugge da Paesi in guerra o sottoposti a pesanti dittature, ma, contemporaneamente da altri in cui i cambiamenti climatici, l’impossibilità a garantirsi una prospettiva di vita hanno portato peraltro una esigua minoranza di persone a cercare il vecchio continente come ultima spiaggia. La favola dell’invasione o, come dicono i più raffinati, della “sostituzione etnica”, è nei numeri: il primo paese per numero di rifugiati “accolti” è la Turchia di Erdogan, grazie ai soldi elargiti con l’accordo del marzo 2016 dai Paesi UE, parliamo di oltre 3,5 milioni di persone. Al secondo c’è il Pakistan, al terzo l’Uganda, il primo Paese europeo per rifugiati accolti – ma ormai ha chiuso le porte – è la Germania, l’Italia è, nonostante la retorica non solo salviniana, nelle retrovie. Ma l’attenzione mediatica e politica si è fissata da anni sul racconto dei barconi, con annessi e connessi, chi è arrivato prima o addirittura, da irregolare, è nato in Italia, è finito nel dimenticatoio tranne flebili e moderatissimi tentativi di trovare soluzioni tampone. Questa introduzione era necessaria a spiegare il perché sia oggi più che mai necessario invece riaffermare la necessità di una regolarizzazione a regime di chi è presente in Italia e proprio partendo dal dramma del coronavirus. Alcune associazioni (Legal Team Italia, Campagna LasciateCIEntrare, Progetto Melting Pot Europa, Medicina Democratica) hanno lanciato nei giorni scorsi un appello a tale scopo. In molti hanno già aderito, è sufficiente inviare una mail a sanatoriasubito@gmail.com e da Transform invitiamo caldamente a farlo a titolo collettivo o individuale. Il nesso fra la proposta e l’emergenza covid19 sarebbe semplice da comprendere ma in sede istituzionale non è stato assolutamente colto. Chi è “irregolare” non può iscriversi al SSN, non ha diritto ad un medico di base e può avvalersi unicamente dei posti di pronto soccorso o delle strutture di volontariato. Con le strutture sanitarie in emergenza, per quanto gran parte dei cittadini e delle cittadine stranieri siano più giovani e fortificati, la vita, in condizioni insalubri, in abitazioni di fortuna (quando va bene) e di estrema promiscuità può essere formidabile fattore di contagio. In questo caso, ad essere esposti e curati sono soprattutto coloro per tanti anni, attraverso una informazione dozzinale, accusati di portare malattie in un “paese sano”. Fermo restando che, anche se non ci si fosse trovati nel mezzo di questa tragedia, impedire dal 2012 ogni forma diffusa di regolarizzazione anche per lavoro si è dimostrato fallimentare e capace di creare disagi tanto per gli autoctoni che per chi è giunto da noi. Ma oggi non ci sono scusanti, non intervenire in maniera complessiva, avendo meno in mente il rischio di perdita di consenso in un Paese perennemente alla ricerca di capri espiatori, è inaccettabile. Bisognerebbe certo spiegare bene alla pubblica opinione le ragioni di tale provvedimento e i benefici che ne deriverebbero. Usare anche il cinismo ricordando che se 400 mila persone venissero regolarizzate entrerebbero nelle casse dello Stato fra versamenti INPS ed entrate fiscali circa 4 mld di euro. Per giungere a tale risultato bisognerebbe però superare alcuni ostacoli che sono ben illustrati in un lungo articolo pubblicato su www.a-dif e realizzato da Sergio Bontempelli esperto in materia. Secondo l’autore una sanatoria è necessaria ma non risolverebbe alcuni problemi posti dal coronavirus. La procedura di regolarizzazione richiederebbe infatti la presentazione delle domande da parte dei migranti, la valutazione dei fascicoli da parte delle Questure e il successivo rilascio del permesso di soggiorno: operazioni difficilmente eseguibili in tempo di epidemia. Svolgendo le procedure in “tempi normali” ci sarebbe il problema delle file per il rilascio dei permessi visto che la consegna materiale del documento non può essere informatizzata e che in ogni caso bisognerebbe attendere mesi per la conclusione dell’iter. In pratica la richiesta di regolarizzazione va accompagnata da altre proposte adeguate alla straordinarietà e all’urgenza della situazione. In concreto, il Governo potrebbe emanare un decreto urgente che sospenda il legame tra permesso di soggiorno e accesso a determinati diritti e servizi. Si potrebbe pensare ad esempio alla sospensione temporanea della validità di alcune norme del Testo Unico, come l’art. 34 comma 1 (accesso al Servizio Sanitario Nazionale per gli stranieri regolarmente soggiornanti), l’art. 40 (accesso agli alloggi sociali e di emergenza abitativa, sempre per gli stranieri regolari) e l’art. 41 (accesso alle prestazioni del servizio sociale riservato ai titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno). In via provvisoria, si dovrebbero garantire tutti questi servizi (sanità, alloggio, provvidenze sociali ecc.) alle persone presenti a qualsiasi titolo in Italia, indipendentemente dalla titolarità di un permesso di soggiorno e dalla residenza anagrafica. La segnalazione della presenza in Italia, effettuata dalle autorità di polizia, da quelle sanitarie o dai servizi sociali potrebbe poi valere come richiesta di emersione nell’ipotetica sanatoria. Manlio Vicini, avvocato a Brescia e anche lui da decenni impegnato su questo fronte e fra i redattori dell’appello afferma che buona parte delle procedure potrebbero essere telematizzate e non impiegherebbero né troppe persone degli uffici immigrazione delle questure né file incompatibili con le norme stringenti che ci vedono chiusi in casa per evitare il rischio di contagio. Da ADIF seppur ovviamente più che favorevoli ad ogni norma che possa facilitare e snellire, anche attraverso l’utilizzo di mezzi informatici, tali pratiche fanno presente che occorrerebbe una modifica de Testo Unico sull’immigrazione che difficilmente troverebbe spazio in parlamento anche oggi. Si ricorda ad esempio nell’articolo già citato che: «per la consegna dei documenti è necessaria la presenza fisica dell’interessato: ed è difficile pensare di questi tempi a lunghe file in Questura per il ritiro dei permessi di soggiorno. Tra l’altro, lo straniero dovrebbe recarsi in Questura anche per le impronte digitali, obbligatorie per legge. Nel periodo tra la presentazione delle domande e la conclusione della regolarizzazione, gli stranieri disporrebbero inoltre di una semplice ricevuta. Se questa ricevuta fosse in formato Pdf (come accade oggi per le procedure informatizzate del ricongiungimento e della cittadinanza), difficilmente potrebbe valere come documento sostitutivo del permesso di soggiorno. Si tratterebbe infatti di un file che non avrebbe i requisiti per costituire un documento di identificazione (DPR 445/00, art. 1 lettera d), a meno che non si trovi il modo di includervi la fotografia dell’interessato: cosa tecnicamente non facile da fare in tempi brevi». E questo dovrebbe accadere in presenza di un governo dotato del coraggio di produrre provvedimenti ritenuti oggi impopolari cosa che ci sembra ben lontana da tale compagine. Allora bisogna rinunciare? Affatto, ad avviso di chi scrive le proposte del prezioso appello vanno prese e rilanciate come terreno di confronto politico per giungere finalmente ad una gestione “normale” della circolazione di persone, partendo da quelle già presenti per pensare al futuro quando l’UE diventerà, ci auguriamo presto, un continente aperto. Non sono certo i provvedimenti recenti di Ursula Von der Leyen che hanno chiuso le frontiere né tantomeno le patetiche dichiarazione del ministro degli Affari Esteri italiano, quanto decenni in cui si erigono muri, si esternalizzano le frontiere, si fanno entrare solo le braccia che servono e alle condizioni prestabilite da chi ha il potere economico. Ma accanto a queste, come supporto le riflessioni proposte da ADIF e non solo vanno prese come uno strumento in più per ottenere l’identico risultato e in maniera concreta. Da ultimo poi, diviene, in questa fase, pensare anche ad altre persone che si trovano in questi giorni sempre più in condizione di esclusione e di rischio. E anche in tal caso pensarci con proposte concrete. Ad esempio vanno chiusi tutti i Centri di Accoglienza Straordinaria di media e grande dimensione ricollocando gli ospiti in un sistema di accoglienza diffusa. Il taglio operato col Decreto Salvini 1 sui fondi destinati ai Centri (da 35 euro giornaliere a persona a cifre al ribasso che arrivano fino a 19 euro) ha portato ad una riduzione dei servizi, del personale, anche medico, e alla chiusura dei piccoli centri per cui gli enti gestori non hanno più partecipato alle gare di appalto. Una situazione che riguarda decine di migliaia di persone spesso molto vulnerabili o la cui vulnerabilità, come ripreso recentemente dal Sole 24 Ore può essere grave fonte di rischio. Per far questo andrebbero immediatamente rifinanziate le strutture ex Sprar, (oggi Siproimi), gestite dagli enti locali, sia per inserirvi persone ad oggi nei CAS sia per coloro che dopo il “Salvini 1” con la cancellazione pressoché totale della protezione umanitaria, hanno perso il diritto ad entrarvi. Tali disposizioni andrebbero pensate garantendo a ospiti e operatori dei progetti adeguata protezione nonché un preventivo screening. E sempre in tema di accoglienza vanno sospesi, per ragione di tutela della salute pubblica, tutti quei provvedimenti di revoca o di scadenza dei requisiti per il diritto all’accoglienza e vanno riammesse nei centri le persone che, per qualsiasi ragione, ne sono state allontanate. A questo va accompagnata una proroga, almeno fino al 30 aprile, delle misure che vanno sotto il nome di “emergenza freddo” e che garantiscono almeno una parte, per quanto esigua e spesso in condizioni insoddisfacenti, alle persone senza fissa dimora. Quelle che si vanno elencando sono “soluzioni emergenziali” attuabili in poche settimane – è meglio ribadirlo – che non sostituiscono alcun provvedimento di regolarizzazione né tantomeno una necessaria e radicale modifica del Testo Unico sull’Immigrazione ancora in vigore. Da ultimo, ma non meno importante, va imposta l’immediata sospensione di ogni ulteriore ingresso nei CPR (Centri Permanenti per il Rimpatrio) e la liberazione di tutte le persone ancora trattenute. Ad oggi si tratta di circa 450 uomini e donne negli 8 centri attualmente in funzione. Non si tratta soltanto di ribadire una assoluta condanna ad ogni forma di detenzione amministrativa in quanto tale irriformabile. A questa si aggiunge una ragione contingente. A cosa servirebbero i centri per “i rimpatri” quando in gran parte dei paesi di provenienza è ormai impossibile andare per chi proviene dall’Italia? A che serve tenere in condizioni sanitarie che possono determinare anche contagi non solo i trattenuti ma anche il personale degli enti gestori e gli agenti dei vari corpi delle forze militari e civili addette alla sorveglianza e sottratte ad altri impieghi migliori? A che serve continuare a finanziare simili strutture oggi che a maggior ragione andrebbero chiuse essendo venuta meno anche la libera circolazione nell’”area Schengen” con cui se ne motivava falsamente la necessità? Il 12 marzo scorso decine di avvocati e associazioni hanno inviato una lettera aperta al ministero dell’Interno per chiedere questo ed altro, prevedendo anche per i trattenuti nei centri, colpevoli del solo reato di esistere irregolarmente, misure alternative alla privazione della libertà personale. Alla lettera (https://www.lasciatecientrare.it/emergenza-coronavirus-bloccare-gli-ingressi-nei-cpr-e-procedere-alla-progressiva-chiusura-dei-centri/) non è giunta alcuna risposta mentre nel silenzio si susseguono rivolte e sommosse. A Palazzo San Gervasio, (Potenza) è in atto da giorni uno sciopero della fame, a Gradisca D’Isonzo, (Gorizia) la stessa forma di protesta è durata alcuni giorni mentre forti tensioni, nonostante l’impossibilità ad operare un monitoraggio, si registrano a Macomer (Nuoro) e a Torino. Ma come si diceva sin dall’inizio, nell’agenda politica questi temi sono pressoché scomparsi, oggi per un emergenza grave, domani per incapacità, timore di confrontarsi con la realtà, assenza di uno sguardo lungimirante o semplicemente perché si crede che si tratti ancora di temi marginali. Una sinistra seria invece dovrebbe affrontare questi temi e divenire esempio per l’Europa, magari agendo come si sta tentando di fare in Spagna e non come si vede fare in Grecia.