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Rødt: come costruire un partito utile e fedele ai propri ideali

Intervista a Ronny Kjelsberg di Monica Quirico e Alberto Deambrogio

Ronny Kjelsberg, fisico, insegna all’Università norvegese di Scienza e tecnologia di Trondheim; milita in Rødt (Partito Rosso) dalla sua fondazione (2007). Ha ricoperto vari incarichi nel partito, tra cui quello di consigliere regionale della contea di Trøndelag dal 2007 al 2015 e di presidente del Comitato per il programma nel 2014.

Nell’ultima tornata elettorale il Partito Rosso ha considerevolmente aumentato il numero dei suoi consensi. Questo risultato non è arrivato certo per caso. Qualcosa di più rispetto ad esso si può capire andando ad analizzare il voto rispetto, ad esempio, alle classi di età e alla collocazione delle elettrici e degli elettori nei loro luoghi di vita. Puoi dirci come avete organizzato il vostro lavoro politico sociale, che ha dato buoni risultati soprattutto tra i giovani e in ambiente urbano?

La crescita di Rødt non è stata casuale: rientra in un lungo piano sistematico. Quando ci fu un cambio di gruppo dirigente, nel 2012, e l’attuale leader Bjørnar Moxnes fu eletto per la prima volta, insieme con la vice Marie Sneve Martinussen e il segretario di partito Mari Eifring tra gli altri, Rødt preparò un piano sistematico per costruire l’organizzazione. Per molti anni il partito e i suoi predecessori erano rimasti intorno all’1%, o leggermente al di sopra, nei sondaggi e nelle elezioni. All’inizio, nelle elezioni del 2013, non si videro effetti, ma noi lavorammo a fondo, riscrivendo buona parte del nostro programma di partito per rimuovere un linguaggio interno che era codificato e renderlo così più accessibile alla gente comune; in modo simile ci siamo mossi con la nostra comunicazione. Per la prima volta riuscimmo a dare la priorità a campagne coordinate, condotte su scala nazionale. Prima di allora, il partito veniva talvolta scherzosamente rappresentato come una raccolta di gruppi locali con una politica estera comune. Da quel momento in poi, tuttavia, siamo diventati un partito che è in grado di porre questioni all’ordine del giorno dell’agenda politica nazionale, in particolare prestando grande attenzione ai problemi economici, intorno a cui una larga maggioranza della popolazione ha interessi comuni.

In una prima fase, ha avuto rilievo il problema dei “profittatori del Welfare”, ossia corporazioni private che realizzano alti profitti vendendo servizi di Welfare (come ad esempio le scuole materne) allo Stato e ai comuni, intascando in modo molto efficiente i soldi dei contribuenti. Questo e, successivamente, altri temi hanno offerto al partito l’opportunità di collegare sfide decisive nella vita quotidiana delle persone a una più ampia narrazione ideologica. Un primo punto di svolta furono le elezioni del 2017, quando raddoppiammo il nostro supporto e Bjørnar Moxnes fu eletto al parlamento con un mandato diretto della circoscrizione di Oslo, poi abbiamo raddoppiato ancora nel 2021 con il 4,7 % dei voti, superando la soglia nazionale di ammissione (4%) – il primo nuovo partito a riuscirci, da quando la soglia è stata fissata – e assicurandoci un totale di otto rappresentanti da tutto il paese.

È vero che abbiamo il sostegno dell’elettorato giovane e urbano, ma credo che non sia questo l’aspetto più interessante di Rødt. Si tratta infatti di una caratteristica piuttosto comune tra i partiti di sinistra, negli ultimi decenni. Ciò che colpisce di Rødt è che abbiamo registrato una crescita significativa in tutto il paese, inclusi i piccoli comuni rurali. Rødt è infatti cresciuto in tutti e 356 i comuni della Norvegia tranne uno. Se compariamo questi dati con quelli del Partito verde, che è posizionato in modo simile, notiamo una grande differenza. Anche i Verdi sono cresciuti molto nelle aree urbane, ma hanno perso voti in molte aree rurali del paese, mancando la soglia del 4% e conquistando solo 3 rappresentanti direttamente eletti dalle circoscrizioni elettorali. Sono convinto che una ragione decisiva di questo risultato sia stato il deliberato e programmato sviluppo graduale dell’organizzazione per l’intero paese, un processo che ha anche influenzato le politiche del partito. Nel momento in cui i nostri iscritti arrivano da ogni parte del paese, portando una molteplicità di situazioni di vita, è inevitabile che questo si riflette nelle nostre politiche

Passiamo al collegamento tra radicamento dal basso e presenza nelle istituzioni. Come valuti lo stato dei rapporti tra il tuo partito e i movimenti sociali attivi in Norvegia, da una parte, e dall’altra con il Partito Socialista di Sinistra e il Partito laburista? Il SV non è diventato parte del nuovo governo, che dunque ha alla sua sinistra un blocco di oltre il 12%. Ma si può parlare di “blocco”? E che cosa vi aspettate dal nuovo governo, alla luce della crescente involuzione delle socialdemocrazie nordiche?

Se torniamo indietro nel tempo di un paio di decenni, il Partito socialista di sinistra e la sua organizzazione giovanile dominavano molti dei movimenti sociali dell’epoca, come Attac o il movimento per la pace, mentre il Partito laburista era egemone nel movimento operaio. La mia impressione è che, di pari passo con la crescita del partito, diversi di questi movimenti si sentono più vicini a Rødt di quanto non lo fossero prima. Rødt non ha fatto alcuna forma di “entrismo” o simili. Direi semmai il contrario; constato infatti che diverse persone che ho conosciuto, attive in movimenti sociali ma non iscritte a un partito oppure iscritte ad altri partiti fino a qualche anno fa, si sono iscritte a Rødt recentemente. Penso che questo sia avvenuto semplicemente perché ritengono il nostro partito sia utile sia in sintonia con i loro valori in un modo inimmaginabile quindici anni fa.

Il Partito laburista norvegese ha compiuto una modesta svolta a sinistra dopo la sua ampia svolta a destra negli anni Ottanta e Novanta, ma in una prospettiva storica di più ampio respiro rimane ancora in una certa misura a destra. Dall’altra parte, il Partito di centro, con base agraria, con cui ora i laburisti sono al governo ha intrapreso negli ultimi anni una certa svolta a destra – sforzandosi di conservare gli elettori che sono riusciti a strappare ai partiti conservatori durante gli otto anni di governo di centrodestra. Questo rende il governo in carica più centrista di quanto molti avessero sperato, ma il fatto che non abbia una maggioranza parlamentare alimenta la speranza che esso possa essere incalzato.

Si è verificata una significativa crescita delle forze a sinistra dell’attuale governo e credo che questi partiti – Rødt, il Partito socialista di sinistra e I Verdi – dovrebbero collaborare per fare pressioni sul governo, anche se per ora non sembra che questo stia accadendo in una forma estesa o formalizzata. Il Partito socialista di sinistra potrebbe entrare nel governo, che diventerebbe così di maggioranza, e sembra soddisfatto di poter sfruttare questa posizione per fare pressioni sul governo da solo, senza coinvolgere gli altri partiti. Può essere che con il tempo cambi atteggiamento.

La Norvegia, come noto, non aderisce all’Unione Europea anche se è firmataria di vari accordi in ambito continentale. Negli ultimi mesi, segnati dalla crisi sanitaria della pandemia da Covid 19, le decisioni prese dalla governance dell’UE sono andate nella direzione di un intervento finanziario verso i Paesi aderenti, per cercare di tamponare le evidenti difficoltà sociali e di bilancio. Questi interventi, che dovrebbero servire per ripensare i modelli economico sociali, non sono esenti da una ampia logica di restituzione dei prestiti. D’altro canto, proprio in queste settimane, gli stessi vertici europei hanno ribadito la loro incapacità di allontanarsi stabilmente dalle pratiche di austerità. Che idea ti sei fatto di questa Unione Europea? Come intendi orientare il lavoro del Partito Rosso in relazione all’impegno di altre formazioni di sinistra che si raccolgono, ad esempio, nel GUE/NGL o nel Partito della Sinistra Europea?

Rødt collabora con partiti dell’UE, a partire dai partiti scandinavi che fanno parte del GUE/NGL (il Partito della sinistra svedese e la danese Lista unitaria, la coalizione rosso-verde), fermo restando che noi siamo convinti oppositori di un’adesione della Norvegia nell’UE, come lo è tradizionalmente la sinistra nordica. Non vediamo svolte apprezzabili nelle politiche comunitarie e osserviamo che la nostra adesione all’EEA (l’area economica europea) talvolta spinge a privatizzazione e assoggettamento al mercato di ciò che un tempo era servizio pubblico, come la posta o il trasporto pubblico, nonché a un modello di scambi e di economia che alimenta crescenti disuguaglianze economiche e aumenta le emissioni fossili (benché esse non sempre finiscano nei bilanci di CO2 degli Stati membri dell’UE).

Naturalmente seguiamo con interesse il dibattito all’interno dell’UE e della sinistra, e accoglieremo con favore ogni trasformazione dell’Unione europea, ma perché Rødt campi posizione sull’adesione della Norvegia il cambiamento dovrebbe essere radicale. Per come è ora la situazione, credo che la sinistra norvegese possa realizzare molto di più per l’Europa adottando in Norvegia misure progressiste che sarebbero impensabili all’interno dell’UE a causa dei vincoli posti dai trattati e dimostrando così che altre soluzioni sono possibili, anziché aderire all’UE e poi cercare di “cambiarla dall’interno”. Non vedo nell’attuale sviluppo dell’UE alcuna fondamentale rottura con il modello neoliberale su cui l’Unione è stata costruita.

Siete stati criticati dagli ambientalisti per le vostre posizioni sull’energia eolica e, più in generale, per essere un partito “industrialista”. Come pensate di conciliare la difesa dei posti di lavoro con una radicale ristrutturazione dell’economia? E come si porta avanti la battaglia per il clima nel paese che è il primo produttore di petrolio in Europa? Oltre alle pressioni delle lobby, immaginiamo che incontriate anche forti resistenze culturali.

Questo è un tema interessante e su cui sono persuaso che disporre di un partito radicato in tutto il paese si rivelerà un punto di forza. Partendo dalla “cultura industrialista”, penso che, se vogliamo ottenere un consenso popolare per arrestare i cambiamenti climatici, allora dobbiamo presentare un programma dove possiamo realizzare questo obiettivo assicurando al contempo alla gente lavoro e Welfare.  Ciò significa che abbiamo bisogno di stabilire altre forme di produzione industriale mentre eliminiamo gradualmente quella fondata sul petrolio, in modo che ingegneri, operai edili ecc. che ora sono occupati nell’industria petrolifera e in quelle ad essa collegate possano avere altri lavori. Ad esempio, si potrebbe usare l’energia idroelettrica prodotta in Norvegia internamente, anziché esportarla, per creare industrie amiche del clima. Rødt è stato precoce nel lavorare a piani del genere. Già nel 2009, due anni dopo la fondazione del partito, fu pubblicato il nostro primo “piano per un futuro libero dai combustibili fossili”; da allora questo documento è stato aggiornato e ampliato più volte.

Per quanto riguarda l’energia eolica, si tratta di un tipico caso di valutazioni confliggenti. Unitamente ai cambiamenti climatici, la distruzione dell’ambiente naturale è la grande minaccia alla vita su questo pianeta. Gli impianti eolici asfaltano e distruggono larghe aree della natura norvegese, un problema che non può essere preso alla leggera. La più grande organizzazione ambientalista norvegese, Naturvernforbundet (Società norvegese per la protezione della natura) a sua volta si oppone a questi impianti. Sorgono anche conflitti con i diritti della popolazione Sami: la Corte suprema ha recentemente giudicato illegale uno di questi impianti perché costruito su un terreno tradizionalmente usato come pascolo per le renne, dunque in violazione dei diritti della popolazione autoctona. Nel complesso, la mia opinione è che criticare chi resiste all’energia eolica sia un tantino semplicistico. Bisogna poi sempre fare confronti con le alternative, come spendere un ammontare simile di risorse nell’ammodernamento degli impianti di energia idroelettrica o semplicemente ridurre il consumo di energia.

Per restare in tema: la Norvegia è uno dei paesi per cui si parla di petrol populism, ossia una strategia, da parte dei populisti, che consiste nel “comprare” consenso politico facendo leva sui proventi delle risorse naturali. Il Partito del progresso, che tanto ha inciso sull’agenda politica del paese, è uscito ridimensionato dalle ultime elezioni. Pensi che sia il tramonto di un’epoca oppure anche in Norvegia il populismo di destra, al di là dei risultati elettorali, è ormai mainstream? Come contrastate la propaganda xenofoba tra i lavoratori?   

Nel corso degli anni la Norvegia ha trasferito denaro dal settore petrolifero a quello che oggi è il più grande fondo sovrano di ricchezza del mondo; da noi la discussione molto spesso ruota intorno alla questione della “responsabilità fiscale”. C’è un accordo generale tra i maggiori partiti sull’opportunità di non usare più del 4% di dei dividendi di questo fondo nel bilancio annuale del governo. Rødt non accetta questo principio. Crediamo che il modo in cui il denaro è speso sia più importante di quanto ne viene speso. In particolare, noi troviamo ragionevole che una parte del denaro realizzato alimentando la crisi climatica debba essere utilizzata per rendere la società più equa e più sostenibile.

Il problema del Partito del progresso è, a mio modo di vedere, duplice. Innanzitutto, i sette anni che hanno trascorso in governi che hanno attuato massicce riduzioni delle tasse per i più ricchi e ridimensionamento del Welfare pubblico hanno definitivamente compromesso la loro credibilità come partito populista. Contemporaneamente, nel corso di alcuni decenni abbiamo assistito a un graduale sviluppo positivo tra la popolazione norvegese nell’atteggiamento verso le minoranze. Attaccare le minoranza e cercare di alimentare il panico morale è stata a lungo la strategia imboccata dal Partito del progresso quando scendeva nei sondaggi. Il potenziale di questa strategia risulta ora usurato.

La strategia di Rødt consiste nel tenere sotto controllo la situazione economica, in cui la stragrande maggioranza della popolazione ha interessi comuni, costruendo al contempo su questa base ponti di solidarietà tra status differenti per etnia, genere, sessualità, ecc.

Nello stesso tempo, respingiamo al mittente i tentativi della destra di fomentare il panico morale agitando lo spettro del “politically correct” o del più recente “wokeness” [il progressismo di facciata, secondo i critici, figlio della cancel culture], non fondati su dati quantitativi, con la palese ambizione di mettere l’’una contro l’altra persone che hanno interessi comuni.

Al momento, la nostra strategia sembra funzionare bene.


Traduzione in/dall’inglese a cura di Monica Quirico

Il cosiddetto “taglio delle tasse” del governo Draghi
Oltre il mito di Ventotene

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