Quando l’establishment crea fake news: sulla scuola, ad esempio

di Francesca
Lacaita

Alessandro Barbano è certamente un uomo che “si è fatto una posizione”, come si diceva una volta. È stato vicedirettore del Messaggero e direttore del Mattino; attualmente è vicedirettore del Corriere dello Sport, editorialista del Foglio e membro del Comitato promotore di Azione, la formazione fondata da Carlo Calenda. Ha da poco pubblicato presso Mondadori La visione. Una proposta politica per cambiare l’Italia, di cui Stefano Cappellini, nella sua recensione su Repubblica il 30 agosto scorso, rileva “un anti-statalismo anni Novanta, un’idea auto-salvifica del mercato smentita ormai da tre lustri di crisi internazionali”. Che è tutto dire. Prima ancora ha dato alle stampe un Manuale di giornalismo assieme a Vincenzo Sassu, che gli ha aperto la strada all’insegnamento in varie istituzioni, seguito da Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà, che indubbiamente non lo avrà reso impopolare negli ambienti che contano, nonché Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, in cui le dieci bugie sono ovviamente quelle dei populisti. Da un maestro di giornalismo con una posizione rispettabile come Barbano ci si aspetta che dica sempre la verità, o no?

Sorprende in effetti come Alessandro Barbano, che è effettivamente un uomo “arrivato” e non ha certo bisogno di spararle grosse per farsi notare, in un recente articolo sull’Huffington Post abbia potuto dare la stura a una valanga di falsità e luoghi comuni che squalificherebbero chiunque in qualsiasi altro ambito. Ma l’articolo in questione è sulla scuola, e allora le fake news ci stanno. Certificate dall’establishment.

Così il Nostro scrive che il personale docente precario viene “stabilizzato senza alcuna verifica di merito, perché i concorsi si rinviano da due decenni e, quando pure si fanno [ma allora si rinviano o si fanno?] si fanno con il doppio binario, che consente di far salire in cattedra anche i bocciati, in base all’anzianità”. In realtà l’ultimo concorso a cattedre prima di quello indetto nel 2020 risale al 2016, non al 2000 (il concorso del 2018 era riservato agli abilitati); i concorsi sono parecchio selettivi, anche se Barbano si ostina a chiamarli “sanatorie”, il “doppio binario” dà una seconda possibilità per l’abilitazione, non per la cattedra in quanto tale; la maggior parte dei docenti precari è già abilitata, anzi, ci sarebbe molto da dire sulle procedure di abilitazione e di reclutamento, che rappresentano perlopiù un tortuoso e contorto percorso a ostacoli, su cui speculano “formatori”, università telematiche, avvocati e altri. Un’altra perla è che i docenti “assunti nelle sanatorie dell’ultimo quinquennio […] sono finiti a gonfiare l’organico di potenziamento, un serbatoio di inattivi che staziona nelle scuole a spese della finanza pubblica e serve al più per qualche breve supplenza durante l’anno scolastico”. E chi glielo spiega al povero Barbano che non esistono “docenti di potenziamento”, ma che alcuni insegnanti (non di solito i neoassunti) hanno alcune delle loro ore dedicate appunto a progetti di potenziamento (oltre che alle supplenze)? A meno che, ovviamente, lo scopo dell’articolo non sia in realtà quello di evocare agli occhi dei lettori una pletora di imboscati che si gira i pollici in sala insegnanti “a spese della finanza pubblica”.

Basta così? Macché! Surreale l’accenno ai “molti paesi che la scuola l’hanno aperta a maggio e a giugno, senza che la curva dei contagi abbia avuto apprezzabili fiammate” – come se tutte le scuole fossero state riaperte e come se molte non venissero anche adesso precipitosamente richiuse. A questo punto non sorprende l’immancabile menzione dei “tre mesi di vacanza” (per la cronaca: i docenti hanno trentadue giorni di ferie più quattro di festività soppresse, in cui per contratto vanno inclusi anche i sabati) e l’altrettanto immancabile richiamo al “gap di conoscenze e di competenze con i loro coetanei europei” che i nostri studenti devono recuperare (il richiamo all’Europa è sempre in termini di una competizione in cui gli italiani sono inevitabilmente indietro). E così via, pennellate di colore che intendono creare particolari effetti, ma senza alcun riguardo per il principio di realtà. Naturalmente le tinte più fosche sono riservate ai docenti e ai loro sindacati: “un corpo insegnante anziano – quasi il 40% ha più di 55 anni e il trenta più di 60 – privo di motivazioni, in un sistema afflitto da un’orizzontalità irresponsabile, ma anche sfiduciato dal bullismo disfattista di un sindacato che umilia con ricatti e furbizie la dignità del magistero. Trattandolo alla stregua di un branco”. Un branco di pii bovi, insomma, “arroccato nella sua diffidenza verso la società e la politica, e ormai solo capace di stringere patti a perdere […]. È la prova di come un sistema corporativo non riesca a utilizzare lo shock traumatico dell’emergenza per cambiare, ma al contrario si blindi nelle sue rigidità e nei suoi punti di crisi”. E pensare che se l’intero sistema scolastico non è collassato del tutto durante il lockdown, è proprio grazie a questa categoria diffidente, rigida, torpida e corporativa che ha reinventato e riadattato le proprie competenze e modalità di lavoro. Ma di questo a Barbano non se ne è accorto, e comunque non se ne cala.

Ho citato estesamente perché appaiano nel dovuto rilievo non solo le falsità dal punto di vista fattuale, ma anche la violenza implicita nel linguaggio e nella rappresentazione, non lontana da ciò che caratterizza l’hate speech. Poiché la loro funzione e il loro lavoro sono irriducibili alla logica d’impresa, la scuola pubblica e i suoi insegnanti devono di per sé costituire il capro espiatorio per le contraddizioni, i problemi e i fallimenti delle magnifiche sorti e progressive sotto il segno del mercato, della competizione e del “merito”. Per questo il discorso pubblico sulla scuola esclude proprio chi con la scuola ci ha a che fare in prima persona (ovvia eccezione quella dei dirigenti scolastici, e in particolare del presidente dell’Associazione Nazionale Presidi), mentre sono benvenute le sentenze di chiunque altro, purché confermino il quadro ideologico dominante. Se il perimetro della conversazione pubblica è sempre più ristretto, il mondo della scuola sta scivolandone fuori, diventando l’oggetto dicui si parla, non il soggetto con cui si parla o che parla in prima persona, oppure il soggetto che parla e non merita di essere preso sul serio. Articoli come quello di Barbano servono a questo scopo. Errori e luoghi comuni non hanno importanza, anzi, fanno appunto “ideologia”.

L’anno scolastico che sta iniziando sarà un anno delicato e cruciale per molti aspetti. I lavoratori della scuola devono riprendersi la parola. Per impedire che discorsi e risorse passino ancora sopra le nostre teste. Per riaffermare il senso e il valore formativo, sociale e culturale che la scuola pubblica ancora rappresenta, nonostante tutto.

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