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Quale Italia al voto?

di Alessandro
Scassellati

Verso le elezioni con un’Italia immaginaria e la realtà di un Paese sfibrato. Alcuni dati e riflessioni sulla crisi economica e sociale del Paese che la politica ha deciso di ignorare quasi del tutto in questa campagna elettorale. Proviamo a ragionare su alcuni dei nodi che verranno al pettine con la formazione del nuovo governo post-elezioni.

Le elezioni e lo scenario futuro

Il 25 settembre si terranno elezioni politiche che si annunciano come “epocali” dopo due anni e mezzo di pandemia da CoVid-19 e mentre l’Italia, l’Europa, l’Occidente e il mondo tutto stanno andando incontro ad una “tempesta perfetta” che comporta il dover fronteggiare contemporaneamente molteplici pericolose sfide interconnesse tra loro:

· la disastrosa guerra in Ucraina, che solleva lo spettro del conflitto nucleare, oltre ad avere mandato in crisi il sistema energetico europeo fortemente dipendente da gas e petrolio russo;

· i cambiamenti climatici che minacciano desertificazione, carestie, inondazioni, ondate di calore estremo e incendi;

· la pandemia ancora in corso che porta a confinamenti, chiusure di fabbriche e strutture logistiche e al sovraccarico degli ospedali in diversi Paesi, soprattutto in Cina (ancora la “fabbrica del mondo”) che è anche alle prese con una grave crisi immobiliare;

· l’Europa centro-orientale duramente colpita colpita dell’afflusso di milioni di profughi ucraini;

· una moltitudine di Paesi emergenti e poveri che stanno attraversando una grave crisi alimentare, economica e finanziaria;

· l’inflazione elevata che spinge le banche centrali, le ultime fortezze a difesa del neoliberismo, – terrorizzate da un possibile innesco della “spirale salari-prezzi” in stile anni ‘70 – ad operare una stretta monetaria (rialzo dei tassi di interesse e fine delle politiche di quantitative easing), a schiacciare la domanda dei consumatori, a deprimere i valori dei titoli azionari e a progettare un forte rallentamento e, se necessario, una forte contrazione economica.

La prospettiva sembra dunque essere quella di un mondo nel caos e di una recessione economica globale – o quanto meno dell’area euro-americana (con un’economia in stagflazione) – entro il 2023, con pesanti contrazioni dei redditi reali delle famiglie, perdite di posti di lavoro, chiusure di imprese e forti onde d’urto verso le economie emergenti e povere.

Questo, purtroppo, appare l’incerto e contrastato scenario futuro in cui siamo immersi e con cui il governo italiano che verrà formato in base ai risultati delle elezioni politiche del 25 settembre, dovrà fare i conti nei prossimi mesi e anni.

L’Italia: un Paese sfibrato

Come sempre, i programmi elettorali di quasi tutti i partiti contengono grandi promesse che non tengono conto del catastrofico scenario delineato sopra e soprattutto delle reali condizioni di difficoltà sociali, economiche e psicologiche in cui versa il nostro Paese.

Ogni anno l’ISTAT redige una fotografia sulle condizioni di vita e reddito in Italia che restituisce una cartina della crisi socio-economica e geografica del Paese. Il quadro che emerge è quello di un Paese sfibrato e diviso, di un’Italia sempre più povera e disuguale: la crisi della pandemia da CoVid-19 ha mandato in fumo il 9,5% della ricchezza nel 2020 e sono aumentate le disuguaglianze tra ricchi e poveri, tra giovani e anziani, tra chi ha più figli e chi non ne ha, tra territori.

Da una parte, i circa 18 milioni di cittadini che rischiano l’esclusione sociale, il 28,7% del totale, più di uno su quattro – uno su due nel Mezzogiorno, una parte d’Italia dove vivono 20 milioni di persone (un terzo degli abitanti totali) -, perché non in grado di affrontare imprevisti, in ritardo con mutuo e bollette, incapaci di fare un pasto adeguato ogni due giorni o di garantire alla famiglia una settimana di vacanza all’anno.

Dall’altra, una forbice di ricchezza sempre più divaricata, oltre la media dell’Unione Europea. Laddove il reddito delle famiglie più ricche è pari a sei volte quello delle più povere e il 20% della popolazione possiede solo l’8% del reddito totale.

Dati che non sorprendono. Negli ultimi anni anche i Rapporti sulla condizione sociale del Paese prodotti dalla Fondazione Censis hanno raccontato un Paese di giovani più poveri dei nonni, “il ko economico dei millennials” (due su tre risiedono ancora con i genitori, il doppio rispetto ai coetanei francesi e tedeschi), mentre i Rapporti del centro di ricerca SVIMEZ da anni riferiscono di un Sud che cresce a stento e dove quasi un laureato su dieci che lavora è povero.

Molti sono i giovani (il 23,1% dei 15-29enni) che quando finiscono gli studi, defluiscono nel mondo dei NEET, quelli che non studiano, non lavorano e non formano un proprio nucleo familiare (un fenomeno di isolamento sociale simile a quello degli hikikomori giapponesi), perché non trovano un’occupazione oppure finiscono nella trappola dei lavori intermittenti e precari della gig economy, per cui riescono a sopravvivere solo grazie all’appoggio familiare (i redditi e le pensioni di nonni e genitori).

Allo stesso tempo, il 12,7% degli studenti non arriva al diploma, perché abbandona precocemente gli studi. C’è una forte disparità geografica nelle “dispersione implicita”, che risulta più alta in Campania, al 19,8%. L’abbandono scolastico nella maggior parte delle regioni del sud va ben oltre la media nazionale (del 12,7%), con punte in Sicilia (21,1%) e Puglia (17,6%) e valori decisamente più alti rispetto a Centro e Nord anche in Campania (16,4%) e Calabria (14%).

Paradossalmente, decenni di flessibilità del lavoro hanno prodotto una società rigida, immobile: l’”ascensore sociale” non funziona più. E’ sempre meno vero che se studi trovi un lavoro adeguato e dignitoso e se lavori duro, fai dei sacrifici e lotti, puoi farcela. Le disuguaglianze accelerano e le barriere a opportunità e successo sono più alte che mai. La povertà e la ricchezza si tramandano sempre di più di generazione in generazione. L’1% più ricco in Italia possiede un quarto della ricchezza nazionale netta, pari a 39 volte la ricchezza del 20% più povero della popolazione, certifica l’OCSE. Fra il 2007 e il 2021 il numero di persone in povertà assoluta è passato da 1,8 a 5,6 milioni.

Al Sud la povertà investe il 9,4% delle famiglie, mentre il PIL pro capite è più basso quasi del 45% rispetto a quello del Centro-Nord, mentre la differenza sul reddito disponibile per abitante è di circa il 35%. Motivo in più per emigrare: oltre 2,5 milioni se ne sono andati dal Sud tra il 2002 e il 2020 (il 16% all’estero), a fronte di circa 1 milione di rientri, con una perdita netta di oltre 1 milione persone: nel 73% dei casi giovani entro i 34 anni, circa un 25% laureati. Tra il 2007 e il 2020 il Sud ha perso oltre 210 mila laureati, di cui circa 180 mila verso il Centro Nord.

E il disagio, per l’ISTAT, risale la penisola investendo sempre più anche il Centro e il Nord. Oltre 120 mila via dall’Italia nel solo 2018 (oltre il 15% in più rispetto al 2015, mentre nel 2010 erano solo 40 mila), una migrazione di massa che impoverisce i territori locali e l’intero Paese. Il Centro Studi della Confindustria aveva fatto il conto economico di questa nuova grande emigrazione verso l’estero. Nel solo 2015 l’Italia aveva perso in “capitale umano” un valore di circa 8,4 miliardi di euro. A questo va sommata la perdita costituita dalla spesa pubblica necessaria per formare questi giovani – dalla scuola primaria all’università -, stimata in 5,6 miliardi. Complessivamente, 14 miliardi all’anno, quasi un punto del PIL.

Aumenta la disuguaglianza e la povertà

L’Italia è più disuguale della media dei Paesi Ocse e a Bolzano il rischio di diventare poveri è oltre 40 volte meno alto della Sicilia (10% contro 54%). Si espande il fenomeno della povertà nonostante il lavoro (i working poor), specie su base familiare (soprattutto le famiglie monoreddito), mentre non ci sono ancora strumenti di protezione sociale universali e “non a termine” di lotta alla povertà e a salari bassi (salario minimo legale1). Il reddito di cittadinanza (RdC) introdotto nel 2019 rappresenta un innovazione, ma è rimasta una misura categoriale, quasi del tutto limitata a famiglie con figli, della quale ha beneficiato solo una parte dei poveri assoluti e, dunque, è restata intatta l’eccezionalità italiana a livello europeo rispetto all’assenza di un reddito minimo per tutti i poveri2. In ogni caso, il RdC ha una durata massima di 18 mesi.

Questo in un Paese dove 4,6 milioni di lavoratori dipendenti hanno una retribuzione inferiore ai mille euro lordi al mese e i poveri (assoluti) sono 5,6 milioni, con oltre 1,9 milioni di famiglie (con un’incidenza pari al 7,5%), per salari bassissimi, lavoro precario, pensioni sotto la soglia della povertà3. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 767 mila. Per la povertà relativa l’incidenza all’11,1% (era al 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni. L’incidenza della povertà tra le famiglie con minori varia molto a seconda della condizione lavorativa e della posizione nella professione della persona di riferimento: 9,4% se occupata (15,8% nel caso di operaio) e 22,3% se non occupata (29,1% se è in cerca di occupazione). Anche la cittadinanza ha un ruolo importante nel determinare la condizione socio-economica della famiglia. È in condizione di povertà assoluta l’8,6% delle famiglie con minori composte solamente da italiani e il 28,6% delle famiglie con minori composte solo da stranieri. Ma queste sono solo le famiglie in povertà assoluta. A loro, bisogna aggiungere più di 2,6 milioni di famiglie in condizioni di povertà relativa. Complessivamente sono circa 8 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà.

Inoltre, il sistema fiscale redistribuisce meno di altri Paesi, per cui la quota di poveri in Italia è cresciuta più che in altri Paesi ricchi negli ultimi 15 anni. Se 20 anni fa la povertà riguardava soprattutto gli anziani, oggi tocca per lo più i giovani: se il capofamiglia ha meno di 44 anni, tra il 2007 e il 2020, è salita dal 3,2 ad oltre l’8%, se ha meno di 34 anni si è impennata dall’1,9 ad oltre il 10%, famiglie in cui vivono oltre un milione di minorenni. Invece, il Censis evidenzia che sono i nuclei con capofamiglia pensionato che possiedono il 51,3% dei titoli di Stato, il 41% delle obbligazioni private e il 21% delle azioni.

Quando gli italiani pensano alla povertà vengono loro in mente i derelitti delle baraccopoli dove vivono le famiglie Rom (quelli che molti italiani chiamano spregiativamente “zingari” o “nomadi“). Ma, in Italia i poveri sono anche le migliaia di senza fissa dimora, come quelli che si vedono sui marciapiedi delle strade di molte grandi città, sotto i portici, negli androni, che dormono sui cartoni avvolti in coperte sporche, che i passanti ignorano pur facendo in modo di non calpestarli. Quelli che poi vanno a mettersi in fila alle mense della Caritas o elemosinano per le vie. Per i quali, il più delle volte, residenti e passanti provano fastidio e repulsione.

Ma, questa è solo la faccia sporca della povertà che gli italiani conoscono. Ce n’è un’altra che sempre più li sta lambendo ed investendo, nella società del benessere ormai evaporato, che sta diventando “normale”: quella di chi, pur ricevendo un qualche magro salario, fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. I poveri sono una sotto-classe, ma apparentemente sono diventati sempre più invisibili. È il lavoro sotto-pagato che li rende invisibili, perché è il risultato di ciò che viene definito “progresso”. Un tempo, ai figli delle classi popolari, veniva detto che ottenuto il lavoro avrebbero superato la condizione di povertà, mentre oggi il lavoro per milioni di loro è poco più che una condizione di sopravvivenza.

C’è un nesso stretto tra grado e aumento, non solo della povertà, ma della disuguaglianza e la difficoltà ad uscire da una crisi che attanaglia il Paese almeno dal 2010. È la pervasività della seconda a comprimere, se non soffocare, le energie, le risorse di capitale umano e sociale, inclusa la fiducia, che sarebbero necessarie per evitare la stagnazione, il declino o la spirale discendente della crisi, come ormai da tempo segnalano anche istituzioni non sospette di populismo o estremismo di sinistra come l’OCSE o la Banca Mondiale.

Le politiche messe in atto in questi anni in Italia non sono state efficaci né nel rilanciare l’economia, né nel ridurre le disuguaglianze. Non è solo un problema di risorse scarse, ma di scelte politiche. Basti pensare che da tempo il Mezzogiorno è praticamente sparito dall’agenda politica, nonostante un progressivo aumento del divario rispetto al resto del Paese in tutti i settori4. Allo stesso modo, è sparito (e forse non è mai veramente entrato, anche se dal 2013 esiste una Strategia Nazionale delle Aree Interne) il tema delle “aree interne”, ossia del 59% del territorio italiano composto da aree appenniniche, collinari e montane, e alpine dove, in oltre 3.800 comuni (il 45% del totale) per il 65% nel Mezzogiorno, risiedono poco più di 13,1 milioni di persone (il 23% della popolazione totale), dove mancano i servizi essenziali (dalla salute all’istruzione e mobilità), avanza lo spopolamento (molti di questi comuni sono destinati a diventare “paesi fantasma” nel giro di 5-10 anni), l’emigrazione, l’invecchiamento e la desertificazione economica, nonostante negli ultimi anni si sia avviato un fenomeno di nuova migrazione di giovani5.

L’occupazione femminile, indispensabile per fare aumentare i redditi famigliari oltre che per l’autonomia economica delle donne, è rimasta ferma e le politiche di conciliazione lavoro-famiglia sono ancora pressoché inesistenti6. A parte i bonus per i nuovi nati e il reddito di cittadinanza, non c’è alcuna strategia per sostenere effettivamente il reddito delle famiglie con figli, specie se numerose, che hanno visto aumentare l’incidenza della povertà assoluta e della deprivazione grave. I minori e i giovani fino a 34 anni costituiscono più della metà dei circa 5,6 milioni di poveri assoluti (gli anziani circa un ottavo), ma continuano a rimanere ai margini sia delle politiche redistributive sia di quelle di investimento sociale. Per loro, non deve essere trascurato il rapporto che esiste tra povertà economica e povertà educativa. Ovvero l’impossibilità per i bambini e gli adolescenti di crescere, di sviluppare capacità, inclinazioni e talenti se si trovano in condizioni di povertà. Due fenomeni interconnessi che riducono le prospettive di milioni di adolescenti di raggiungere i propri obiettivi.

L’unico Paese europeo dove i salari sono diminuiti negli ultimi 30 anni

In Italia c’è una evidente “questione salariale”. Negli ultimi 30 anni, soprattutto dopo la crisi del 2008, sono aumentate le disuguaglianze nella redistribuzione del reddito e della ricchezza. Nel suo complesso l’economia italiana non è stata in grado di cogliere le opportunità che avrebbero dovuto derivare dalla globalizzazione neoliberista e dalla moneta unica7. L’austerità e le “riforme strutturali” hanno contribuito ad accentuare le disuguaglianze e, allo stesso tempo, la pressione fiscale e il cuneo sul contesto del lavoro non sono stati sufficienti a riequilibrare la situazione. Le evidenze a livello nazionale riguardano i salari stagnanti – nonostante l’importante funzione svolta dalla contrattazione e una forte segmentazione del mercato del lavoro -, con forti differenze sul piano del genere, del territorio di residenza e a livello anagrafico.

Come afferma l’Istat, tale quadro retributivo conferma la scelta da parte di troppe imprese di una produzione basata prevalentemente sulla bassa qualità del prodotto/servizio e quindi sulla competizione di costo (del lavoro). Il bacino del lavoro povero (ai contratti a tempo determinato vanno sommati i part-time involontari e un eccesso di inquadramenti nelle basse qualifiche) resta così molto alto.

Anche se i dati rilevano l’aumento dell’occupazione totale – enfatizzata dalle forze di governo – sono i giovani a pagare e sono gli occupati instabili e precari a crescere. I sussidi e i “bonus” di tutti i tipi (da quelli per la nascita dei figli a quelli sociali elettrico, gas e acqua per disagio economico8) – incluso il reddito di cittadinanza – li hanno aiutati e li stanno aiutando, certo, ma il numero dei lavoratori poveri rimane sempre altissimo per un’economia che si dice “avanzata”. Nonostante, quindi, l’aumento registrato del PIL, il lavoro non tiene il passo e la sua remunerazione ne diverge.

Una situazione drammatica che non è solo frutto dell’operare della legge della domanda e dell’offerta (l’alta disoccupazione che mantiene i salari bassi), ma della libertà data al capitalismo predatorio senza freni che compete essenzialmente sul costo del lavoro, che sfrutta a suo vantaggio la flessibilità concessa dalle leggi che hanno deregolamentato il mercato del lavoro e che non proteggono il lavoratore. Che paga così, sulla propria pelle, l’esproprio. Una situazione di cui è responsabile la politica, che al mercato ha lasciato l’arbitrio di stabilire i criteri di divisione della ricchezza.

In Italia esiste una questione salariale grande come una casa, ma di cui poco o nulla si è parlato in campagna elettorale. Mentre negli ultimi 30 anni in tutto il continente europeo i salari medi annuali9 sono andati progressivamente aumentando (in alcuni casi in maniera molto evidente), come ha evidenziato un’analisi recente, oggi in Italia si guadagna meno che nel 1990. Non si tratta solo dell’effetto negativo della pandemia da CoVid-19 (che pure c’è stato), ma del risultato di anni di politiche governative tese a promuovere la moderazione e anche la compressione salariale che sono state implementate dalle imprese con l’obiettivo di recuperare competitività. Comunque, la pandemia ha certamente avuto effetti significativi sul mondo del lavoro: ha creato più disoccupazione e inasprito molte disuguaglianze socio-economiche preesistenti10.

In Italia, il maggiore aumento in quanto ad entità della retribuzione si è registrato negli anni tra il 1995 e il 2010, in cui si è progressivamente passati da un salario medio annuale di circa 37 mila dollari ad uno di 42 mila. Un aumento comunque molto lontano da quello delle altre nazioni europee, se pensiamo che il salario medio irlandese, per esempio, è passato negli stessi anni da circa 31 mila a quasi 50 mila dollari. Tra il 2012 e il 2019 poi la variazione è stata minima, mentre tra il 2019 e il 2020 c’è stata una diminuzione piuttosto importante, che ha riportato i salari italiani al di sotto dei livelli del 1990. Se all’inizio degli anni ’90 l’Italia era il settimo Stato europeo subito dopo la Germania per salari medi annuali, nel 2020 è infatti scesa al tredicesimo posto, sotto a Paesi come Francia, Irlanda, Svezia (che negli anni ’90 avevano salari più bassi) e Spagna11.

In Italia, non c’è una legge nazionale, né regionale sul salario minimo (mentre nell’Unione Europea è stato già introdotto in 21 dei 27 Stati membri12), anche se vi sono differenti interventi normativi sulla tutela dei lavoratori, nonché una recente norma sulla parità salariale (Legge 5 novembre 2021, n. 162) per abbassare il divario retributivo tra uomo e donna che ogni anno costa all’Italia circa l’8% del PIL13. Esistono pensioni minime, mentre un livello di salari minimi non è previsto da leggi nazionali14, ma dalla contrattazione fra le parti sociali. Stando alla stima del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) attualmente sono in vigore circa 888 contratti collettivi nazionali. Inoltre, non è obbligatoria la stipula di contratti collettivi. Infatti, esistono imprese o tipologie di contratti di lavoro individuali in cui non è applicabile nessun contratto collettivo.

A seguito di tale situazione, è nato il problema, anche in Italia del fenomeno dei working poor, lavoro fragile, povero. Si tratta di quei lavoratori il cui reddito è inferiore alla soglia di povertà relativa, magari perché lavorano poche ore di lavoro retribuito e di part-time involontario. Un fenomeno che riguarda il 40% della forza lavoro femminile e il 25% di quella maschile, pur essendo regolarmente occupati. In questi casi si può anche fissare una paga oraria più alta, ma nel caso il lavoratore la rivendichi senza un supporto di tutela, legale o sindacale, è possibile che il datore di lavoro reagisca diminuendo il volume delle ore pagate “al bianco”. Secondo l’ultimo report di In-work poverty in the EU15 in Italia l’11,7% dei lavoratori dipendenti riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali.

Un’economia in sostanziale declino

Da questa prima analisi emerge la fotografia di un Paese in grande difficoltà a reggere il passo imposto all’economia globale dalle trasformazioni post-industriali, senza lasciare indietro e sole intere regioni e intere generazioni. Appare evidente la fragilità di un sistema produttivo che non integra dentro di sé abbastanza tecnologia da riqualificare e proteggere in modo diffuso il lavoro presente sul mercato:

● la ripresa è da anni al di sotto delle attese, ferma allo zero virgola qualcosa – con entusiasmo si era salutato il 6% nel 2021, ma dopo un 2020 disastroso (-9,5%). Dal 2008 l’Italia è stata quasi sempre in recessione e nei primi mesi del 2019 il suo reddito reale pro-capite era ancora inferiore a quello del 1999, l’anno in cui è entrata nell’euro, e gli investimenti erano ancora lontani dai livelli del 2008, mentre gli unici in decisa crescita erano quelli all’estero;

● la produttività resta tra le più basse a livello continentale, registrando un aumento su base oraria negli ultimi 20 anni del solo 6% (con un aumento annuale medio dello 0,3% tra il 1995 e il 2015, a fronte dell’1,6% per l’Unione Europea, e dello 0,14% negli ultimi sette anni), a fronte del 24,4% della Germania e del 20,6% in Francia. Questo non certo per una riduzione dei tassi di sfruttamento della manodopera: nella classifica OCSE delle ore lavorate gli italiani – con 1.725 ore medie annue – sono tra quelli che lavorano di più tra i Paesi ricchi. Le piccole e medie imprese italiane operano in nicchie di mercato e sono riluttanti ad adottare innovazioni che possono accrescere il loro output al di là di quanto il sistema di mercato (le filiere produttive e commerciali) in cui sono inserite può assorbire. In questi anni, il sistema produttivo italiano ha sofferto l’ascesa della Cina e dei Paesi dell’Europa centro-orientale sui mercati internazionali. Nella UE, l’Italia è l’economia con maggiore sovrapposizione con l’economia cinese in termini di gamma di prodotto;

● la forza lavoro occupata (di poco sopra i 23 milioni) è sempre più anziana – con un’età media che negli ultimi 25 anni è passata da 38 a 45 anni (secondo l’OCSE la più vecchia del mondo) -, con il 50% dei dipendenti pubblici che ha più di 55 anni, così come il 41% di quelli del settore privato, come effetto sia della demografia, sia delle riforme pensionistiche che hanno via via allungato l’obbligo di permanenza al lavoro, sia l’emarginazione dei giovani (il tasso di occupazione per chi ha fino a 24 anni è appena del 17%, studenti esclusi). Negli ultimi 25 anni, i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva, mentre quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà;

● una pressione fiscale sul lavoro e sulle aziende fra le più alte al mondo (dopo Belgio, Austria, Germania e Francia), espressa nell’enorme “cuneo” fra il costo del lavoro e il compenso netto dei dipendenti (pari al 47,9%): per un operaio con un salario mensile netto di 1.350 euro, i contributi e le tasse a carico del lavoratore costano 493 euro, mentre i contributi previdenziali e assistenziali a carico del datore di lavoro costano 566 euro, per cui il costo totale è di 2.357 euro, quasi il doppio di quanto va al lavoratore;

● le banche, che hanno in pancia un pezzo rilevante del debito pubblico italiano, non tornano in modo adeguato a fornire credito e sono soprattutto da anni impegnate nella riduzione dei propri crediti deteriorati.

I piccoli negozi a gestione familiare, uno degli storici bastioni del ceto medio italiano (insieme alle botteghe artigiane e alle attività professionali), hanno cominciato a chiudere negli anni ’80, più tardi rispetto agli altri Paesi ricchi, e inizialmente ad un ritmo debole. Ma, con la crisi economica del 2008, le cose sono cambiate, tanto che nelle periferie delle grandi città come nelle città medie e nei piccoli paesi si è cominciato a parlare di “desertificazione”. Tra il 2008 e il 2016 hanno chiuso il 13,2% dei negozi, con un picco nel 2013, quando ne chiudevano in media 134 al giorno. Una nuova ondata di chiusure si è avuta a seguito della pandemia da CoVid-19. In tutto il Paese ci sono ormai quasi 1 milione di spazi commerciali vuoti. Nelle “aree interne” montuose o in quelle pianeggianti dove la popolazione è sparsa, l’offerta commerciale si è ridotta al punto che alcuni servizi di base cominciano a non essere più garantiti. Il crollo dei redditi delle famiglie, dopo anni di recessione economica, ha portato a una diminuzione dei consumi che ha colpito il piccolo commercio, non in grado di affrontare la concorrenza delle grandi catene della distribuzione organizzata, dei discount, dei centri commerciali e del commercio online. Le uniche piccole attività commerciali in crescita sono quelle messe in piedi da migranti per fornire i prodotti di nicchia alle nuove diverse comunità nazionali ed etniche.

Le responsabilità della politica: crisi economica e crisi sociale

La politica dovrebbe tornare a confrontarsi sui problemi reali, agire contro la disuguaglianza sociale e la povertà, i redditi nascosti e l’evasione fiscale (stimati in oltre 140 miliardi di euro all’anno, con una perdita di gettito di almeno 40 miliardi all’anno), le mafie, la corruzione, ed elaborare un piano industriale, investire in ricerca e istruzione.

Soprattutto dovrebbe lavorare per costruire un nuovo welfare per le famiglie in difficoltà, una seria azione di contrasto della povertà e di riduzione delle disuguaglianze, una formula per integrare i migranti (dal 2013 circa 800 mila migranti hanno raggiunto l’Italia, principalmente da Paesi africani e dopo aver attraversato il Mediterraneo centrale), una ricetta per rimettere in moto la crescita ed in particolare lo sviluppo del Mezzogiorno. Purtroppo, nell’ultima campagna elettorale, nel catalogo delle promesse e degli impegni improbabili è sembrato esserci di tutto, mentre invece non è entrato o è stato relegato in evidente posizione marginale il welfare.

Negli ultimi anni, gran parte del dibattito pubblico è stato focalizzato sulla questione della tenuta economica del “sistema-Paese”, del mantenimento della sua capacità competitiva e di arrestare il suo declino economico, mentre poco o per nulla si è riflettuto sulla capacità di tenuta dell’Italia dal punto di vista sociale e sulla crisi delle forme di convivenza: dallo sgretolamento delle reti tra vicini di casa all’isolamento degli anziani lasciati nelle mani di “badanti” migranti, alla proliferazione di telecamere e porto d’armi per contrastare la crescente percezione di insicurezza, all’esplosione delle vecchie e nuove forme di povertà.

Il Rapporto sulla spesa pubblica della Corte dei Conti sottolinea da anni come la spesa sociale sia fortemente sbilanciata a favore della popolazione anziana, che complessivamente assorbe oltre l’80% dei trasferimenti di reddito previdenziali ed assistenziali. La spesa sociale è pari a circa il 55% dell’intera spesa pubblica, interessi sul debito compresi, e pari a circa il 28% del PIL (più della Svezia). A questa cifra va poi aggiunta la spesa per la casa, il finanziamento delle politiche regionali per il lavoro e i costi di funzionamento degli enti gestori (Inps, Inail, uffici regionali e statali) che, secondo Eurostat, portano la spesa sociale complessiva al 30% del PIL, un livello inferiore solo a Francia (34%), Danimarca e Finlandia (32%). Ma, circa il 60% della spesa sociale è necessaria per assicurare le pensioni (nonostante le tante riforme e tagli fatti negli ultimi 25 anni, la spesa continua a superare i contributi versati), cardini del rigido modello di welfare Fordista dei tempi del lavoro dipendente stabile, mentre poco meno di un terzo (28,9%) copre le prestazioni di disabilità e l’assistenza sanitaria. Per tutto quello che non è compreso nei due pilastri del welfare – famiglia, infanzia, disoccupazione, casa ed esclusione sociale – rimane uno spazio di manovra ristretto (12,9%): poco meno di 50 miliardi di euro.

I poveri e i vulnerabili sono persone che hanno diritti fondamentali. Non sono “fannulloni che stanno sul divano”. Soprattutto, non sono marginali in sé, ma lo diventano o rischiano di diventarlo nella crisi economica, per la perdita dell’occupazione, per l’assenza per ampie fasce del mondo del lavoro di ammortizzatori sociali, di appropriati strumenti di protezione dai fallimenti di imprese e attività che sono anche progetti di vita.

Per combattere la povertà sarebbero necessari un reddito di base, salari dignitosi, una riforma dei trasferimenti per i costi dei figli e quella delle detrazioni fiscali. Attualmente, chi perde il lavoro, con i cui contributi si continua a finanziare buona parte degli interventi, oggi ha diritto a un’indennità pari a circa 800 euro per un massimo di due anni in relazione ai versamenti che sono stati effettuati negli ultimi quattro anni. Inoltre, chi non ha più

percorso, se necessario, di riqualificazione e formazione, ma finora le politiche attive per il lavoro non hanno mai veramente funzionato e soprattutto non sono uguali in tutto il territorio per via della competenza regionale. Nella maggioranza delle regioni siamo ancora allo stadio della sperimentazione, mentre l’ammontare del Fondo Sociale che finanzia i servizi sociali erogati dagli enti locali, dopo essere stato praticamente azzerato, nel 2017 era stato rifinanziato, ma per metà dello stanziamento del 2009. Contestualmente, inoltre, con l’eliminazione della tassa sulla prima casa, è stata tolta ai Comuni la più importante fonte di finanziamento proprio.

Per anni lo Stato ha speso miliardi per salvare e sostenere le banche, mentre sono state via via tagliate – richiamando il “vincolo esterno” dato dalle norme del paradigma dell’austerity che discende dal trattato di Maastricht – le già scarse risorse per le politiche sociali, che pure dovrebbero essere considerate una forma indispensabile di investimento (in capitale umano e sociale).

Il Paese delle “tre società”

Tutto questo avviene mentre, accanto alle tradizionali “due società” – quella delle garanzie delle professioni ancora ben protette e quella del rischio del “popolo delle partite Iva”, in questi ultimi decenni ne è cresciuta una terza, la società degli esclusi, esclusi dal lavoro regolare (lavoratori in nero, false partite Iva mono-committenti, stagisti, apprendisti, falsi lavoratori autonomi come i riders, giovani o meno giovani professionisti al di sotto dell’equo compenso e persone senza lavoro), stimabili in circa 10 milioni di persone, ovvero un segmento della società (cresciuto del 40% dal 2010) formato da un sottoproletariato moderno che ormai ha raggiunto una dimensione comparabile a quella degli altri due e che è fortemente sovrarappresentato nelle regioni del Mezzogiorno e nelle periferie delle aree metropolitane.

In una città di 2,8 milioni di abitanti come Roma, ad esempio, oltre 200 mila persone povere e in difficoltà si sono dovute rivolgere alla Caritas per sopravvivere nel 2021, mentre l’Istat segnala che circa 3 milioni di persone sono state costrette a chiedere aiuto per mangiare in Italia. Senza dimora, disoccupati, donne sole, famiglie rimaste senza un sostentamento, anziani malati, immigrati, profughi, un pezzo ampio di Paese che soffre e che non trova sostegno e soluzioni adeguate da parte delle istituzioni. Persone ormai senza speranza per cui l’unica soluzione resta rivolgersi alla Caritas e al mondo delle associazioni caritatevoli e di volontariato.

Per anni la coesione sociale è stata garantita da un mix di politiche redistributive del welfare state, di familizzazione e femminilizzazione del lavoro di cura, mentre il ridimensionamento (e per alcuni ambiti il vero e proprio azzeramento) della spesa sociale ha colpito in via prioritaria la dimensione universalistica (la gratuità dei settori sanitario e dell’istruzione), mettendo in discussione il “patto di cittadinanza”.

Il Servizio Sanitario Nazionale e il diritto alla salute sono in pericolo

Il Servizio Sanitario Nazionale e il diritto alla salute (previsto dall’articolo 32 della Costituzione) sono in pericolo perchè ormai da decenni, a seguito delle politiche neoliberiste seguite dai governi, mancano le risorse, il sistema è sommerso dai debiti ed è stato in gran parte destrutturato da una serie di controriforme. Un problema chiave per il benessere degli italiani che in campagna elettorale non ha trovato alcuno spazio nel dibattito tra i partiti. Nessuno partito ha affrontato il tema della sostenibilità del SSN e della riforma di un sistema pubblico diventato sempre più regressivo, che offre sempre meno ai cittadini e a chi ci lavora, ma costa allo Stato sempre di più. Come evitare un ulteriore round di privatizzazione e di regionalismo differenziato destinato a far crescere ulteriormente le disuguaglianze.

Negli ultimi anni, la sostenibilità del sistema sanitario è stata resa possibile grazie all’aumento della compartecipazione alla spesa in prestazioni e farmaci da parte delle famiglie e nella riduzione della spesa per gli stipendi del personale e dal blocco delle assunzioni. Secondo l’Istat, il 23,3% della spesa sanitaria è ormai a carico delle famiglie, per cui secondo il rapporto Censis-Rbm, 13 milioni di persone (soprattutto nelle fasce sociali più fragili e deboli) sono messe economicamente a dura prova per far fronte a spese sanitarie private, un popolo di “espulsi” dal Servizio Sanitario Nazionale, di cui 2/3 affetti da malattie cronico-degenerative, non autosufficienti e a basso reddito, che hanno dovuto mettere mano al portafoglio per curarsi. Non solo, ben 7,8 milioni hanno dovuto dare fondo a tutti i loro risparmi per le proprie spese sanitarie o sono stati costretti a indebitarsi con parenti, amici o con banche. E 1,8 milioni di persone sono entrate nell’area della povertà.

Il Servizio Sanitario Nazionale, nato nel 1978 come un servizio universale per tutti, gratuito, finanziato dalla fiscalità generale è stato prima “aziendalizzato” (1992), per cui i diritti sono diventati subordinati alla disponibilità delle risorse. Il SSN è diventato “selettivo”, con i ticket, superticket, analisi a pagamento (se si vogliono effettuare gli esami in tempo utile) ed enormi differenze territoriali regionali16, per cui chi ha possibilità economiche va nel privato (contribuendo a comprimere i ceti medi che devono contribuire pesantemente ai costi), mentre gli altri si mettono in lista d’attesa o “emigrano” in un’altra regione.

Anche la privatizzazione, avviata nel 1999, attraverso la presenza dell’intramoenia – cioè i servizi a pagamento resi dai medici ospedalieri come liberi professionisti, fuori dall’orario di lavoro, che consentono l’uscita dalle liste d’attesa – differenzia i cittadini. Chi è benestante o usufruisce di assicurazioni private risolve rapidamente le sue esigenze di visite, interventi chirurgici o esami, mentre le persone di più basso livello socio-economico devono aspettare anche mesi nelle liste d’attesa. Dal 2014, con il Jobs Act voluto dal governo Renzi, è stato creato anche una sorta di welfare on demand, spianando la strada ai fondi e alle mutue definite attraverso i contratti di lavoro che ha opposto la sanità pubblica al welfare aziendale. Mentre al privato sanitario e al privato sociale sono state date grandi deleghe, attraverso il sistema delle convenzioni, soprattutto per i soggetti più deboli (anziani, non auto-sufficienti, malati cronici).

D’altra parte, non tutti i cittadini hanno eguali diritti per le cure. Gli ammalati delle 7 mila malattie rare sono abbandonati perché all’industria non interessa fare ricerca “antieconomica”, come pure lo Stato non finanzia questo tipo di ricerche in modo adeguato. Non solo: anche gli anziani e le donne sono penalizzati perché gli studi clinici controllati da cui dipendono dosi e tempi di terapia vengono condotti prevalentemente su maschi adulti.

Si calcola che manchino circa 65 mila infermieri e almeno 10 mila medici, la cui assunzione resta subordinata a tetti di spesa. La discussione è prevalentemente centrata sull’abolizione del numero chiuso per l’ammissione alle scuole di medicina. È una valutazione errata perché in realtà mancano le scuole di medicina che sono già insufficienti per ospitare e formare gli attuali studenti. Inoltre, mancano i giovani, perché circa vent’anni orsono c’erano 1 milione di diciottenni mentre oggi ce ne sono solo 400 mila. Non solo: i medici e gli infermieri emigrano all’estero o nella sanità privata perché nella sanità pubblica sono sottopagati rispetto alla media degli stipendi europei.

Bisogna assumere i medici di medicina generale (che ora lavorano in convenzione), pagare gli straordinari, concentrare più medici e infermieri nelle stesse strutture. Allo stesso tempo, la medicina del territorio ha bisogno di una nuova organizzazione. Ci sono in questo senso le risorse che derivano dai fondi europei, ma non bisognerebbe spenderli solo attraverso i cantieri edilizi. Si vogliono realizzare 400 Ospedali di Comunità e più di un migliaio di Case della Comunità, ma per ora senza indicare con quale personale e con quali compiti, lasciando al contempo sul territorio anche i medici di medicina generale. Forse si dovrebbe concentrare tutto sulle Case di Comunità, mettendo insieme più medici con una efficiente segreteria informatizzata, con infermieri, pediatri di famiglia, psicoterapeuti, per tenere aperti gli ambulatori sette giorni su sette. Le Case di comunità dovrebbero inoltre avere a disposizione apparecchiature per le analisi di routine e telemedicina. Si dovrebbero raccordare con i servizi sociali e con i volontari del Terzo settore per realizzare un efficiente servizio a domicilio e ascoltare i bisogni dei cittadini.

Tagli di risorse e nuovo welfare

Sanità, scuola, università, servizi sociali ed edilizia pubblica: settori che già vedevano una spesa comparativamente inferiore agli altri Paesi europei sono stati drasticamente tagliati e sottoposti incessantemente alle campagne politico-mediatiche contro gli sprechi e le inefficienze, utilizzando le retoriche del fannullone, dello scroccone, dell’insegnante conservatore, dei falsi invalidi, etc.. Nella scuola italiana mancano 220 mila insegnanti su 850 mila, secondo il sindacato CGIL, mentre per il ministro sarebbero solo 50 mila. Gli insegnanti di sostegno con contratti di lavoro precari che devono fornire l’aiuto educativo agli studenti con difficoltà di vario tipo ed ampiezza, sono 91 mila.

Le trasformazioni in atto nella società, il sistema economico-produttivo mutato, la scomparsa della grande azienda con le produzioni di massa, un mercato del lavoro centrato sulla flessibilità, ma ancor più sulla precarietà, i mutamenti significativi della famiglia, la transizione alla vita adulta autonoma spostata in avanti così come l’ingresso nel mercato del lavoro, una maggiore partecipazione delle donne in esso, una ridotta fecondità (dell’1,24 per donna), l’invecchiamento della popolazione (l’età media della popolazione è di 45 anni e 4 mesi, mentre le persone con più di 65 anni sono oltre 13,5 milioni, il 22,3% del totale, e quelli con più di 80 anni sono 4,1 milioni, il 6,8%) e il rapido aumento delle prime e seconde generazioni di popolazioni straniere immigrate (quasi 6 milioni gli stranieri residenti, circa il 10% della popolazione), inducono a pensare che non sia possibile mantenere il vecchio sistema di welfare prestazionistico ed assistenziale creato nei decenni in cui il sistema socio-economico italiano si stava strutturando (almeno parzialmente) sul modello Fordista, ma che si imponga la necessità di una sua rifondazione.

Occorre un nuovo sistema di welfare universalistico di comunità che modifichi alcune tipiche connotazioni del sistema di welfare italiano, ancora sostanzialmente centrato su un impianto settoriale, categoriale, riparatorio e lavoristico, imperniato sulla prevalenza delle prestazioni monetarie e dei contributi economici temporanei alle famiglie (bonus, sussidi, voucher e social card), a scapito della fornitura di servizi (nidi per l’infanzia, tempo pieno e mense scolastiche, servizi domiciliari per persone non autosufficienti, inserimenti socio-lavorativi ed occupazionali, social housing, etc.) e della promozionalità. Un welfare di comunità in grado di coniugare crescita economica, coesione sociale, innovazione e sostenibilità e, soprattutto, capace di innescare circuiti di cittadinanza attiva che permettano alla persona di arricchire e tutelare la propria autonomia e di tornare a partecipare attivamente alla vita della comunità in cui è inserita.

In sintesi, si dovrebbe lavorare per giungere ad una nuova idea di benessere e per sostituire all’idea della riparazione quella della reciproca assicurazione all’interno di una comunità coesa, solidale, responsabile e consapevole. L’ipotesi è quella di un nuovo welfare che sappia promuovere la partecipazione e il protagonismo degli attori sociali del territorio, l’ampliamento dei diritti di cittadinanza, generare nuove risorse, essere agente di cambiamento e di nuova socialità grazie a politiche sociali che devono poter intervenire sul disagio estremo, ma anche sul terreno della vulnerabilità, ossia della probabilità che individui e famiglie incorrano nel tempo in condizioni di grave deprivazione (in cui oggi si trova una larga fascia del lavoro sia autonomo sia dipendente) con misure a carattere preventivo, di informazione-animazione, di arricchimento e partecipazione attiva dei cittadini, non solo beneficiari, ma quanto più possibile co-protagonisti (in quanto titolari di diritti, soggetti attivi, propositivi e con capacità di autorganizzazione). C’è l’urgenza, quindi, di pensare a nuove politiche specifiche di inclusione sociale, incentrate sulla bassa soglia, l’ascolto e un approccio olistico e integrato al benessere globale delle persone che sia in grado di tutelarne la dignità (evitandone la stigmatizzazione) e di promuovere percorsi personalizzati di “capacitazione” e di accompagnamento sociale alla cittadinanza.

A oltre 22 anni dalla sua approvazione, la legge di riforma 328/2000 – che affermava, in tema di politiche sociali, il passaggio da un approccio di tipo riparativo, strettamente assistenziale, alla creazione di un sistema di protezione sociale attivo, un modello di welfare comunitario integrato e multidimensionale, modulato su una organizzazione a rete del lavoro sociale che deve cercare di promuovere il benessere del territorio locale (distretti sociali e socio-sanitari) e delle persone che lo abitano – è stata applicata solo parzialmente e a “macchia di leopardo”, in maniera multiforme ed adattiva, producendo un sistema nazionale di servizi sociali territorialmente differenziato sulla base della disponibilità di risorse (regionali), delle strutture, del personale e delle competenze professionali degli enti locali, del ruolo istituzionale del sistema del volontariato e del grado di articolazione della cosiddetta “economia sociale”.

Purtroppo sul territorio si incontrano grandi difficoltà nell’attivare interventi per promuovere la coesione sociale che richiedono responsabilità interistituzionali, sussidiarietà orizzontale e capacità di governance multilivello fondata su un metodo aperto di partecipazione, che si tratti dell’educazione degli adulti o dell’accoglienza dei profughi e dei rifugiati. La capacità dello Stato, e delle sue articolazioni istituzionali locali, di essere efficiente e farsi regolatore autorevole del bene comune e facilitatore sussidiario di una pluralità di erogatori di servizi dovrà necessariamente aumentare di molto in futuro. La governance presuppone schemi duttili e flessibili di funzionamento, basati sulla negoziazione e sull’inclusione nel gioco pluralistico degli interessi in campo. Nei sistemi di welfare, questo tema significa una metodologia negoziale finalizzata ad un processo condiviso di costruzione collettiva delle politiche sociali e che rimanda a forme di relazione e regolazione tra i soggetti-chiave del territorio (reti fiduciarie, modelli di cooperazione, “densità” delle relazioni, riconoscimento e valorizzazione delle complementarietà e sinergie tra i diversi attori territoriali).

Alessandro Scassellati

  1. Dopo 5 anni di gestazione e alcuni mesi di negoziazioni tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, nella notte del 6-7 giugno scorso è stato raggiunto un accordo sul testo della Direttiva relativa a salari minimi adeguati nell’UE1. Il 12 luglio 2022 la commissione Lavoro del Parlamento europeo ha approvato l’accordo sul testo della Direttiva UE sul salario minimo con 34 voti a favore, 8 contrari e 2 astenuti. Infine, il voto in plenaria è arrivato il 14 settembre a Strasburgo (505 favorevoli, 92 contrari e 44 astenuti) con la ratifica finale sulla misura dopo i negoziati del trilogo. Trattandosi di una Direttiva, i singoli Stati Membri dovranno ratificarla entro due anni per darle effetto. Qui il testo della Direttiva sul salario minimo https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-9-2021-0325-AM-107-107_IT.pdf. In Italia, nell’ultima legislatura, il disegno di legge Catalfo () auspicava la fissazione di un salario minimo orario di 9 euro.[]
  2. Il RdC rimane una misura “lavoristica” (condizionata all’accettazione di proposte di lavoro, spesso sottopagato e precario, pena la sospensione dell’erogazione) che ha complessivamente supportato 3,7 milioni di persone nel corso del 2020 e 3.8 milioni nel 2021, mentre i nuclei familiari beneficiari di almeno una mensilità di RdC o di Pensione di Cittadinanza (PdC) sono stati 1,61 milioni, per un totale di 3,52 milioni di persone coinvolte (di cui 226 mila cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno UE e 88 mila cittadini europei) nei primi sette mesi del 2022. La misura è stata modificata nella recente Legge di Bilancio 2022 con provvedimenti che la rendono ancora più stringente per i percettori sul piano della condizionalità e sul piano dei controlli, che diventano preventivi (e “punitivi”) e ritardano l’erogazione del sussidio.[]
  3. L’ultima edizione del Rapporto Annuale dell’INPS (https://www.inps.it/dati-ricerche-e-bilanci/rapporti-annuali/xxirapportoannuale) include uno studio, di particolare interesse per la ricchezza dei dati amministrativi a disposizione dell’Istituto, sui pensionati poveri che riguarda sia gli attuali pensionati sia i lavoratori ancora attivi in relazione al rischio che una carriera sfavorevole li trasformerà, appunto, in pensionati poveri. Nel 2021, escludendo dall’analisi chi ha lasciato l’attività prima dei 50 anni di età, la quota di pensionati con reddito pensionistico lordo inferiore a 10.000 euro annui era pari al 20%.[]
  4. Da almeno 25 anni il quadro della situazione del Mezzogiorno è sempre più drammatico in presenza di un drastico declino demografico, un esodo dei giovani, altissimi livelli di disoccupazione ed inattività, la desertificazione industriale, la presenza invadente della malavita organizzata, l’evasione fiscale, l’economia sommersa, lo sfruttamento dei braccianti italiani e stranieri nelle campagne, l’abusivismo edilizio, il dissesto idrogeologico, ma anche il disastroso stato della viabilità locale, dei trasporti pubblici e ferroviari, e dell’accesso ad internet ad alta velocità, l’assenza di cura, manutenzione e valorizzazione dei beni comuni, l’abbandono dei beni culturali, la carenza e il degrado dei servizi sanitari, la mancanza di servizi sia per anziani e non autosufficienti sia per l’infanzia, a partire dai tempi pieni scolastici, una carenza che contribuisce al divario nello sviluppo cognitivo tra bambini del Sud e del Centro-Nord.[]
  5. Il PNRR stanzia 500 milioni per il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture. Ci sono poi 350 milioni, di cui 300 del Piano Nazionale Complementare e 50 della Legge di Bilancio, mirati alle strade. E 100 milioni per le farmacie nei centri con meno di 3 mila abitanti. Con il Fondo Sviluppo e Coesione, nei prossimi 5 anni ci sarebbero 2,1 miliardi, ma lo stesso PNRR stima che un miglioramento dei servizi nelle “aree interne”, con oltre 13 milioni di persone, richiede un impegno finanziario di 250 euro per abitante, ossia 3,3 miliardi.[]
  6. L’effetto dei tagli alle spese e ai servizi sociali da parte dei governi è stato di fatto uno scaricamento del peso del lavoro di cura su donne, famiglie, comunità e municipalità locali, allorquando è progressivamente diminuita la loro capacità di svolgerlo in modo adeguato, per mancanza di tempo e/o risorse umane e finanziarie. Questo ha portato ad una generalizzata crisi della riproduzione sociale, testimoniata dal crollo degli indici di natalità, e ad una nuova organizzazione dualistica della stessa riproduzione sociale, mercificata per coloro che possono permetterselo e privatizzata per quanti non possono farlo. Alcune componenti femminili della seconda categoria (oltre a donne immigrate dai Paesi poveri) forniscono lavoro riproduttivo e di cura per coloro che appartengono alla prima in cambio di bassi salari, molto spesso senza benefits, ferie pagate o congedi per malattia e senza il sostegno di un sindacato, o sono impiegate nell’assistenza sanitaria.[]
  7. Dopo il 2000 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla, con modifiche profonde della struttura industriale. Dal 2000 al 2016, la produzione industriale, a prezzi costanti, è diminuita del 25,5% (del 19,5% tra il 2007 e il 2016), di contro un aumento di quella mondiale del 36,1%. Il tasso di produttività è restato troppo basso perché l’organizzazione del lavoro non è stata efficiente, si è smesso di investire e si è continuato a lavorare con impianti superati, e si è continuato a produrre prodotti o servizi che oramai il mercato non voleva più. Molte imprese hanno cercato e continuano a cercano di recuperare i margini di profitto utilizzando tutta la flessibilità disponibile, abbassando il costo del lavoro o non pagando gli straordinari, invece che innovando l’organizzazione produttiva, adottando nuove tecnologie, investendo per crescere in dimensioni e qualità o per elevare le competenze dei propri collaboratori. L’assenza di una dinamica salariale ha spinto le imprese a puntare sulla concorrenza dei costi piuttosto che sulla concorrenza sulla produttività stimolata dagli investimenti.Dai primi anni 2000 – secondo il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: “le imprese si sono mantenute competitive non innovando, ma sostituendo persone che andavano in pensione con compensi elevati con giovani magari più preparati e produttivi, ma pagati meno e con contratti precari. E quando c’è una crisi, sono loro i primi a perdere il lavoro”. Su questo tema si veda Scassellati A., I salari in Italia e in Europa negli ultimi 30 anni, Transform! Italia, 20 ottobre 2021, https://transform-italia.it/i-salari-in-italia-e-in-europa-negli-ultimi-30-anni/#footnote_2_20342.[]
  8. Tra i requisiti per beneficiarne, il cittadino deve appartenere ad un nucleo familiare con indicatore ISEE non superiore a 8.265 euro (limitatamente ai bonus sociali elettrico e gas il valore soglia dell’ISEE di accesso alle agevolazioni per l’anno 2022 è stato elevato a 12.000 euro), oppure appartenere ad un nucleo familiare con almeno 4 figli a carico (famiglia numerosa) e indicatore ISEE non superiore a 20.000 euro, o ancora deve appartenere ad un nucleo familiare titolare di Reddito di cittadinanza o Pensione di cittadinanza. Secondo il rapporto Coop sui consumi e gli stili di vita degli italiani 2022, quasi un terzo degli italiani si troverà in difficoltà a pagare le bollette di luce e gas da qui alla fine dell’anno. Le spese per la casa incidono per il 38% sul totale di quelle delle famiglie (nel 2020 erano il 32%). La spesa media delle famiglie per le bollette è passata da 560 a 1.110 euro per le utenze elettriche e da 990 a 1.700 per quelle del gas.[]
  9. I salari medi sono ottenuti dividendo la massa salariale nazionale per il numero di lavoratori nell’economia totale, moltiplicato poi per il rapporto tra ore settimanali di lavoro per i lavoratori a tempo pieno e ore settimanali di tutti i lavoratori. Nel 2020, nel mezzo della pandemia, il salario medio annuale di un cittadino lussemburghese era il doppio di quello di un greco, e quasi tre volte quello di uno slovacco. In generale, ad avere i salari medi più alti sono i Paesi dell’Europa nord occidentale (Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca), mentre quelli più bassi li registrano Stati membri dell’Europa centrale (Slovacchia e Ungheria) e meridionale (Grecia e Portogallo).[]
  10. In Italia, come nell’Unione Europea, il problema più rilevante è stato il taglio delle ore lavorative, mentre quello della perdita del lavoro è stato in buona parte arginato da misure di salvaguardia a livello nazionale, che sono riuscite a contenerne gli effetti più negativi. Questo in Italia si è concretizzato con il blocco dei licenziamenti, in vigore da febbraio 2020 a fine giugno 2021 (fine ottobre per le aziende che accedono agli ammortizzatori sociali introdotti dal Decreto sostegni e fine dicembre per i datori di lavoro che accederanno alla Cassa integrazione).[]
  11. In tutti i Paesi europei OCSE, fatta eccezione per l’Italia, dal 1990 ad oggi il salario medio annuale è aumentato. L’aumento maggiore si è registrato nei Paesi dell’Europa centrale e orientale. In Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, ad esempio, il salario medio annuale è raddoppiato. Ma, le percentuali più alte si riscontrano nei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), dove tra il 1995 e il 2020 i salari sono più che triplicati. Si tratta di Paesi in cui i salari medi annuali, 30 anni fa, erano molto più bassi rispetto a quelli degli altri Paesi europei. La Lituania, ad esempio, è il Paese europeo OCSE che ha registrato il più grande miglioramento in questo senso, nel 1995 la retribuzione era pari a poco più di 8 mila dollari l’anno. Nel 2020, invece, è salita a circa 32 mila. I Paesi dell’Europa meridionale, come Spagna e Portogallo e in misura minore la Grecia hanno invece registrato degli aumenti decisamente più modesti (13,7% per il Portogallo e 6,2% per la Spagna). Rispetto ai Paesi dell’Europa centrale e orientale, i Paesi dell’Europa meridionale hanno registrato degli incrementi piuttosto modesti negli anni. In Spagna, ad esempio, il salario medio annuale nel 1990 era pari a circa 36 mila dollari, mentre nel 2020 è arrivato a 38 mila. Una situazione analoga è quella del Portogallo, passato da 25 mila dollari di salario medio nel 1995 a poco più di 28 mila nel 2020. Un po’ diverso invece il caso della Grecia che, partendo da circa 21 mila dollari nel 1995, ha registrato un aumento piuttosto importante fino al 2009 (34 mila), per poi calare progressivamente. Rispetto sia ai Paesi dell’Europa settentrionale e occidentale che a quelli dell’Europa centrale ed orientale, nei Paesi europei più meridionali c’è stata quindi una sostanziale stagnazione dei salari.[]
  12. Tra i Paesi dell’UE, il salario minimo non esiste, oltre che in Italia, anche in Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia, qui i salari sono disciplinati dai contratti collettivi nazionali.[]
  13. Finanziato con 50 milioni di euro per il 2022, questo intervento normativo cerca di ridurre le differenze di retribuzione tra uomo e donna. Infatti, in Italia, secondo i dati ISTAT la retribuzione oraria è pari a 15,2 euro per le donne e a 16,2 euro per gli uomini. Il differenziale retributivo di genere è più alto tra i dirigenti (27,3%) e i laureati (18%). Inoltre, stando ai dati ISTAT pubblicati lo scorso febbraio: su 101.000 nuovi disoccupati, 99.000 erano donne. La legge prevede una serie d’interventi di sensibilizzazione e premialità per le azione per abbassare il cosiddetto “gender pay gap” (ovvero la discrepanza in opportunità, status e attitudini tra i due sessi) che raggiunge picchi del 44% in Italia. La legge sulla parità salariale si muove secondo due direttrici. La prima prevede una serie di interventi per contrastare a monte il gap retributivo di genere, attraverso misure premiali per le aziende che rimuovono le discriminazioni. La seconda prevede provvedimenti volti a favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Si intende dunque, realizzare la conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro.[]
  14. Il salario minimo era stato previsto nel Jobs Act, ma poi è rimasto escluso dai decreti attuativi. L’articolo 1, comma 7, lettera g) della Legge 10 dicembre 2014, n. 183, prevedeva l’introduzione di un “compenso orario minimo”. Questa soglia andava a soddisfare soltanto i settori non coperti da contrattazione collettiva. Tale norma prevedeva un sistema dove la maggior parte dei compensi era stabilito dai contratti collettivi nazionali di settore vincolanti, mentre veniva istituito un salario minimo legale per i settori non disciplinati dai CCNL. Come accennato però, questa legge non è mai stata attuata. Invece, il Jobs Act ha reso possibili e legali decine e decine di tipologie contrattuali anche atipiche e a chiamata, “a gettone”, anche di poche ore, a somministrazione. Contratti legali che precarizzano le condizioni di lavoro, ma in ogni caso offrono paghe orarie relativamente più alte anche dei minimi tabellari.[]
  15. Vedi https://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=89&furtherNews=yes&newsId=9378&langId=en.[]
  16. La sanità pubblica regionale è il risultato della controriforma costituzionale del Titolo V voluta dal PDS, allora guidato da D’Alema, con l’obiettivo di arginare alla fine degli anni ’90, l’avanzata della Lega. Ora, siamo alla vigilia di un ulteriore passaggio, quello dell’autonomia regionale differenziata sostenuta dalla Lega, ma anche da settori rilevanti del PD.[]
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