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Primi effetti della crisi globale del debito: caos economico e politico in Sri Lanka

di Alessandro
Scassellati

Un tempo considerata una “storia di successo” dell’Asia meridionale da parte della Banca Mondiale, lo Sri Lanka attraversa ora la sua peggiore crisi economica dall’indipendenza nel 1948, avendo affrontato anche mesi di violenti disordini e crisi politica. Tuttavia, il “momento della verità” del Sri Lanka ora offre lezioni per altri Paesi a medio e basso reddito altamente indebitati e pesantemente investiti da pandemia da Covid-19, prezzi crescenti per cibo ed energia e impatti negativi dell’avvio di politiche monetarie restrittive da parte delle banche centrali dei Paesi ricchi. Evoluzioni critiche che mettono alla prova la tenuta non solo dei Paesi più poveri, ma anche del sistema finanziario globale ai tempi della guerra in Ucraina.

Crisi del debito dei Paesi poveri

Il sistema economico globale neoliberista è ancora una volta sotto stress nel momento in cui gran parte dei Paesi a medio e basso reddito è ancora alle prese con la pandemia, le vaccinazioni delle popolazioni e deboli riprese economiche1. Al tempo stesso, si stanno confrontando con livelli di debito pubblico e privato estero diventati insostenibili, prezzi di cibo, fertilizzanti e energia in rapido aumento, anche a seguito dell’invasione russa della vicina Ucraina, e la prospettiva di crescenti tassi di interesse decisi dalle banche centrali dei Paesi ricchi che rende più costoso il finanziamento di debiti denominati in dollari, accrescendo il rischio che i Paesi indebitati non riescano a servire e rimborsare i prestiti (sui temi della crisi inflazionistica globale si vedano i nostri articoli qui, qui e qui). Questo scenario impone alle banche centrali di questi Paesi di alzare i loro tassi (influenzando negativamente la crescita e la sostenibilità del debito), per tentare di scongiurare le fughe di capitali verso la sicurezza delle monete forti (dollaro, euro, franco svizzero, etc.) e conseguente deprezzamento delle loro valute (attraverso l’abbassamento dei tassi di cambio) che alimenterebbe l’inflazione. Una combinazione molto pericolosa per questi Paesi e potenzialmente per l’intero sistema finanziario globale2.

Il settimanale The Economist si domanda se le economie emergenti sono sull’orlo di un altro decennio perduto. L’ONU ha cercato di quantificare il problema. Il suo braccio finanziario e di sviluppo, UNCTAD, ha affermato in un recente rapporto che ci sono 107 Paesi che stanno affrontando almeno uno dei tre shock: aumento dei prezzi dei generi alimentari, aumento dei prezzi dell’energia e condizioni finanziarie più restrittive. Tutti e tre gli shock colpiscono 69 Paesi: 25 in Africa, 25 in Asia e nel Pacifico e 19 in America Latina e nel Pacifico.

L’ONG Debt Jubilee Campaign (che presto si chiamerà Debt Justice) ha sottolineato che 54 Paesi stanno attraversando una crisi del debito. Anche la Banca Mondiale ha avvertito che c’è il rischio concreto di una crisi del debito, con 50-70 Paesi a medio e basso reddito che stanno lottando per pagare gli interessi su debiti diventati ingenti, lievitati durante la pandemia da CoVid-19, tra il 2020 e il 2021. Nel 2020 si è registrato il maggiore aumento del debito globale in un anno dalla seconda guerra mondiale, per cui il debito mondiale è oggi pari al 256% del PIL globale, quando politiche monetarie accomodanti e tassi di interesse a zero o sottozero hanno spinto banche e investitori privati globali a concedere loro dei prestiti per fronteggiare gli effetti della crisi3.

Durante la crisi pandemica, l’unica cosa che i Paesi a medio e basso reddito hanno potuto fare è stata quella di aumentare il debito pubblico, attingendo a tutte le possibili fonti di credito. Non hanno potuto godere del rilassamento fiscale e monetario che hanno avuto EU, USA, UK e Giappone4. Non avevano la forza politico-finanziaria per perseguire questo tipo di opzione.

Ora, circa il 60% dei Paesi più poveri è in difficoltà o ad alto rischio di essere in difficoltà per debito (“debt distress5). C’è il rischio che tanti Paesi a medio e basso reddito vadano a sbattere contro un muro e si crei una valanga di defaults, un nuovo “tsunami del debito”.

Al momento solo nei Paesi ricchi esiste un margine di manovra per un’azione fiscale per proteggere le loro economie e soprattutto i segmenti più vulnerabili della loro popolazione dagli effetti dolorosi dell’aumento dei prezzi (ad esempio, in poco meno di un anno l’Italia ha speso circa 20 miliardi di euro per schermare almeno in parte popolazione ed imprese dagli aumenti dei prezzi energetici globali e si appresta a spenderne altri 33). Molti dei Paesi emergenti e quasi tutti i Paesi poveri, invece, devono affrontare – oltre agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici in atto che stanno già sconvolgendo agricoltura e allevamento, causando picchi nei prezzi dei generi alimentari – livelli di indebitamento che stanno diventando preoccupanti e, quindi, hanno uno scarso o nullo spazio fiscale per poter proteggere la popolazione dagli effetti negativi del carovita attraverso sussidi e/o l’imposizione di prezzi calmierati per i beni di prima necessità, proprio perché queste misure contribuirebbero a far aumentare ulteriormente un debito già insostenibile.

Possono certamente fare tutto quello che sono in grado di fare – estendere le scadenze del debito, mettere a posto i tassi di cambio, tenere i conti pubblici in ordine, allargare la base fiscale, combattere e reprimere la corruzione -, ma proprio nel momento in cui questi Paesi dovrebbero spendere di più per diventare più resilienti in relazione agli shock derivanti dai cambiamenti climatici6 e riprendere il cammino per realizzare gli obiettivi del millennio concordati in sede ONU (il 75% dei poveri del mondo vivono nei Paesi poveri), c’è poco spazio fiscale e ci sono pochi finanziamenti disponibili a lungo termine e a basso costo messi a disposizione dalle istituzioni finanziarie internazionali.

E’ evidente che il FMI, Banca Mondiale e le altre istituzioni finanziarie multilaterali dovranno intervenire per aiutare questi Paesi a ristrutturare il debito al più presto attraverso tagli, allungamenti e monetizzazioni, altrimenti entro l’anno la situazione diventerà assai problematica, anche in considerazione degli effetti che deriveranno dai rapidi aumenti dei tassi di interesse da parte della FED (e forse anche della BCE).

La crisi economica e finanziaria del Sri Lanka

In queste ultime settimane, è all’ordine del giorno la crisi del debito di un piccolo Paese asiatico di 22,6 milioni di abitanti, il Sri Lanka che ha dichiarato default su 51 miliardi di dollari di debito estero, non essendo più in grado di pagare interessi e, al contempo, importazioni di cibo, carburanti e altri beni di prima necessità (ma ci sono tanti altri casi: Tunisia, Zambia, Egitto, Ghana, Kenya, Sud Africa, Etiopia, Turchia, Pakistan, El Salvador, Argentina, Venezuela, Perù). Lo Sri Lanka, nel 2014 considerato un caso di successo di sviluppo economico dell’Asia meridionale dalla Banca Mondiale7, sta ora affrontando una grave crisi finanziaria e umanitaria con l’inflazione che sale a livelli record, i prezzi dei generi alimentari alle stelle e le casse pubbliche svuotate. Il Paese ha esaurito le riserve di valuta estera, per cui non è più un grado di pagare interessi sul debito estero8 e importazioni. Mancano carburanti9, gas per cucinare, cibo, carta10 e medicine.

Ci sono state grandi proteste popolari, (concentrate nel Sud del Paese dove vive la maggioranza Sinhala buddista, mentre i territori Tamil del nord e dell’est sono rimasti relativamente tranquilli), con un movimento popolare, la Aragalaya (la lotta), repressione e alcuni feriti e morti, con le dimissioni dei ministri del governo e del capo della Banca centrale. La folla inferocita ha preso d’assalto la casa del presidente Gotabaya Rajapaksa11 e lui ha imposto lo stato d’emergenza (che consente alle forze di sicurezza di arrestare e detenere sospetti per lunghi periodi senza accuse) in aprile e in maggio, mentre sono stati ripetutamente bloccati gli accessi ai social networks e le truppe armate di fucili d’assalto hanno ricevuto l’ordine di sparare a vista sui manifestanti. Il 9 maggio sostenitori filogovernativi hanno poi attaccato violentemente con sbarre di ferro e bastoni di legno i manifestanti pacifici e la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. La violenza si è diffusa rapidamente in tutto il sud del Paese. Le case, le attività commerciali e le auto di circa 40 politici pro-Rajapaksa, la residenza del primo ministro Mahinda Rajapaksa (che è stato presidente per un decennio tra il 2005 e il 2015) e un albergo di lusso che si dice appartenga a un parente Rajapaksa, sono stati dati alle fiamme. Nove persone sono state uccise e oltre 300 ferite. Un tragico sviluppo che è stato stigmatizzato dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea Joseph Borrell.

L’economia del Sri Lanka non è diversificata ed è soggetta agli andamenti altalenanti dei prezzi di alcune commodities alimentari. Quindi, è sempre a rischio di crisi nel mercato dei cambi. Si basa, infatti, sull’export di , caffé, spezie, banane, altri alimenti e gomma, oltre che sulle rimesse degli emigrati (con grandi diaspore in Medio Oriente, Europa, Malaysia, Singapore, Canada ed Australia), ma deve importare fertilizzanti, carburanti e quasi tutti prodotti industriali. L’industria locale opera nei settori alimentari e tessile-abbigliamento, rifornendo marchi globali come Nike, Victoria’s Secret, Calzedonia e Lulu Lemon.

Una certa rilevanza aveva il settore turistico internazionale (che di solito contribuiva per oltre il 10% del PIL), ma è andato in crisi con la pandemia da CoVid-19 e, ancor prima, dopo i gravi attentati realizzati da otto attentatori suicidi appartenenti ad un gruppo jihadista, il National Thoweed Jamatth (NTJ), legato all’ISIS in tre chiese cristiane e tre hotel di lusso in occasione della Pasqua il 21 aprile 2019, nel corso dei quali sono state uccise 269 persone e altre 500 sono state ferite (inclusi 45 cittadini stranieri)12. Il settore turistico valeva 4,4 miliardi di dollari prima degli attentati e della pandemia da CoVid-19, con oltre 200 mila persone che lavoravano nei settori dei viaggi e del turismo che hanno perso i propri mezzi di sussistenza, secondo il World Travel and Tourism Council, con i più giovani e istruiti che hanno cominciato a lasciare il Paese da mesi. La crisi economica, l’instabilità politica e le proteste negli ultimi tre mesi hanno dato un nuovo colpo al settore turistico, con la compagnia turistica leader nel mondo, la tedesca TUI, che ha deciso di interrompere tutti i voli e i tour in Sri Lanka almeno fino alla fine di maggio.

La pandemia da CoVid-19 ha colpito duramente popolazione ed economia, mentre il governo etno-populista ha fatto dei gravi errori: una riforma fiscale neoliberista (“supply side economics” alla Reagan) che ha drasticamente tagliato le tasse, erodendo la base contributiva13, e il tentativo fallimentare di trasformare dall’aprile 2021, da un giorno all’altro, senza un piano, senza preavviso e senza preparare gli agricoltori, l’intero settore agricolo in agricoltura biologica, vietando vendita e uso di tutti i fertilizzanti e pesticidi. Una decisione giustificata come un tentativo di migliorare la salute del suolo e affrontare una misteriosa malattia renale tra gli agricoltori che si ritiene sia collegata all’eccessiva esposizione ai nitrati, il divieto ha creato una “tempesta perfetta” che ha messo in ginocchio una comunità agricola precedentemente prospera poiché molti agricoltori, che si erano abituati a usare – e spesso ad abusare – fertilizzanti e pesticidi, sono stati improvvisamente lasciati senza. Molti, temendo una perdita, hanno deciso di non coltivare affatto i raccolti, aumentando la carenza di cibo in Sri Lanka. Il governo ha fatto una drammatica inversione di marcia alla fine di ottobre e gli agricoltori hanno penato per coprire gli alti costi dei fertilizzanti importati senza sussidi pubblici, mentre i raccolti di riso, frutta e verdure sono scesi del 30-50% alla fine della stagione agricola a marzo14. Il calo della produzione di tè e gomma ha anche ridotto i proventi delle esportazioni, esacerbando le carenze in valuta estera.

Inoltre, l’inflazione galoppante, a due cifre dal novembre 2021, è stata stimolata da governo e banca centrale che hanno lasciato svalutare la rupia srilankese – tra il 7 marzo e il 13 maggio ha perso l’80% del suo valore – e hanno stampato denaro per coprire le spese correnti e ripagare i prestiti interni e le obbligazioni estere. Il declassamento dello Sri Lanka da parte di agenzie di rating come Moody’s ha aumentato la difficoltà di ottenere ulteriori prestiti per pagare interessi e ripagare il debito estero.

La Banca Mondiale stima che 500 mila persone siano scese al di sotto della soglia di povertà dall’inizio della pandemia alla fine del 2021, l’equivalente di cinque anni di progressi nella lotta alla povertà. Per cercare di alleviare la situazione critica, lo Sri Lanka riceverà fino a 600 milioni di dollari dalla Banca Mondiale nei prossimi quattro mesi per acquistare medicinali e altri beni essenziali.

Il rapido aumento dei prezzi, le interruzioni delle forniture di elettricità, la mancanza di cibo e carburante hanno lasciato coloro che prima stavano bene a dover lottare per sfamare le proprie famiglie, mentre i beni di prima necessità sono diventati inaccessibili per molti. Il governo ha dichiarato l’emergenza economica e ai militari è stato dato il potere di garantire che beni essenziali, inclusi riso, zucchero, latte in polvere e pollame, fossero venduti a prezzi stabiliti dal governo, ma ha fatto ben poco altro per alleviare i problemi della popolazione.

Per mesi il governo si è rifiutato di fare qualcosa di concreto per fronteggiare la situazione e soprattutto di rivolgersi al FMI, forse pensando che la congiuntura economica potesse cambiare in senso positivo, senza quindi dover pagare alcun prezzo politico. Dal 1965 ci sono stati 16 interventi di sostegno del FMI e tutti hanno imposto delle condizionalità onerose. L’ultimo è avvenuto nel 2016, fornendo 1,5 miliardi di dollari nel 2016-19. Le necessarie misure di austerità hanno compresso gli investimenti pubblici, danneggiando la crescita e il benessere del Paese.

Da alcune settimane la questione aperta riguarda chi mette a posto le cose e come, evitando la totale bancarotta del Sri Lanka. Da questo punto di vista, la crisi del debito del Sri Lanka rappresenta un test per le istituzioni finanziarie multilaterali – FMI, Banca Mondiale, Asian Development Bank, UNDP, UNCTAD, etc. – su come gestire la nuova ondata di crisi del debito dei Paesi a medio e basso reddito.

Al momento, l’India, in funzione anti cinese15, è emersa come un attore chiave, fornendo 3,5 miliardi di dollari di sostegno (prestiti, linee di credito, swapline tra le due banche centrali per garantire l’accesso alle valute internazionali), forniture di riso e altro cibo, e chiedendo il pronto intervento del FMI (una richiesta appoggiata anche dalla Cina)16. E il FMI ha posto le sue condizioni per un intervento di sostegno da 3 miliardi di dollari per fare fronte al pagamento delle obbligazioni sovrane internazionali da 1 miliardo di dollari in scadenza il 25 luglio e sostenere la bilancia dei pagamenti dell’isola nei prossimi tre anni: lo Sri Lanka deve inasprire la politica monetaria, aumentare le tasse, adottare tassi di cambio flessibili per affrontare la crisi del debito, privatizzare e tagliare le reti di previdenza sociale.

Intanto, la banca centrale ha aumentato il tasso di interesse di 700 punti base al 14,5% ad aprile per cercare di domare l’inflazione che aveva raggiunto il 18,7% a marzo, mentre ora è già al 30% e dovrebbe salire fino al 46% nel terzo trimestre. E’ probabile che nei prossimi giorni il tasso sarà aumentato di almeno un altro 2%. Il drastico aumento dei tassi ha messo in ginocchio le aziende (le banche stanno ora prestando denaro a tassi insostenibili dal 25-30%) e gli imprenditori del settore abbigliamento sono anche preoccupati per i loro dipendenti poiché gli stipendi non riescono a tenere il passo con l’inflazione galoppante.

Una guerra civile interetnica e intereligiosa permanente

Il Sri Lanka è stato investito per 26 anni da un brutale e sanguinoso conflitto etnico – tra la minoranza Tamil (originaria dell’India meridionale, dove oggi esiste lo Stato Tamil Nadu, la “terra dei Tamil”, ma presente in Sri Lanka da circa 2.500-3.000 anni), prevalentemente di religione indù con una significativa minoranza cristiana, e la maggioranza (70%) Sinhala (termine che significa del cuore o del sangue di un leone17) di religione buddista Theravada – che è ufficialmente terminato il 16 maggio 2009 e in cui 100-170 mila persone sono state uccise e le Tigri per la Liberazione del Tamil Eelan (LTTE), il gruppo militante separatista Tamil, ampiamente noto come Tigri Tamil, è stato sconfitto dall’esercito dello Sri Lanka18. Nonostante siano passati 13 anni dalla fine della guerra, le radici del conflitto rimangono irrisolte. Il Paese è segregato come sempre, con la maggioranza buddista Sinhala concentrata nel ricco sud e i Tamil19 che vivono nelle regioni del nord e dell’est (dove sono maggioranza) meno sviluppate e pesantemente militarizzate20.

Negli ultimi anni alcuni dei peggiori abusi diffusi negli anni dopo la guerra, dai rapimenti con i furgoni bianchi, alle torture e ai crimini sessuali contro i Tamil, sono diminuiti. Quello che non è mai scomparso è stato il draconiano Prevention of Terrorism Act (PTA). Era stato approvato (apparentemente come una misura temporanea) durante la presidenza del neoliberista Jayewardene nel 1979 per prendere di mira principalmente i giovani Tamil, dopo che l’idea di uno stato separato Tamil divenne dominante nel 1976 con la creazione del Tamil United Liberation Front (TULF). Da allora, il PTA è stato una macchia nella documentazione sui diritti umani dello Sri Lanka, consentendo arresti arbitrari, detenzioni prolungate senza accuse o prove, confessioni forzate e torture di chiunque sia sospettato di terrorismo (ricostituire il LTTE).

La narrazione ufficiale è che la guerra è finita, ma militari e polizia antiterrorismo continuano a fare quello che hanno sempre fatto ai Tamil: rapimenti, torture, requisizioni di terre21 e uso del PTA per imprigionarli senza prove. Di fatto, i Tamil continuano a vivere in una prigione a cielo aperto. Un rapporto del 2020 della Commissione per i diritti umani dello Sri Lanka ha rilevato che l’84% dei prigionieri della PTA è stato torturato dopo l’arresto e sono regolarmente trattenuti per un periodo compreso tra cinque e dieci anni senza processo. Il Parlamento Europeo ha recentemente dichiarato che l’atto “viola i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto”.

Le speranze per l’abrogazione della legge PTA sono svanite alla fine del 2019, quando, con quasi 7 milioni di voti, è stato eletto presidente Gotabaya Rajapaksa, un feroce nazionalista Sinhala (con anche cittadinanza americana) che era a capo dell’esercito negli ultimi sanguinosi anni della guerra civile. Rajapaksa è stato accusato di sovrintendere ai crimini di guerra (per la sua brutalità è stato soprannominato “il Terminator”) e ha sfruttato gli attentati di Pasqua per salire al potere con un mandato securitario, mobilitando con successo il sentimento della maggioranza buddista Sinhala contro Tamil, musulmani (circa il 10% della popolazione) e cristiani (circa il 7,4%)22. Nell’agosto 2020, Rajapaksa si era assicurato una maggioranza di due terzi alle elezioni parlamentari, consolidando il suo controllo sullo Stato. Negli ultimi due anni ha utilizzato questa maggioranza parlamentare per emendare la costituzione rafforzando i poteri esecutivi del presidente (ottobre 2020). Dalla sua elezione gli abusi del PTA sono diventati più palesi e vengono utilizzati per molestare e intimidire organizzazioni della società civile e giornalisti.

Negli ultimi due anni, le organizzazioni per i diritti umani e le Nazioni Unite hanno denunciato un’escalation di molestie, sorveglianza e detenzioni arbitrarie di Tamil, giornalisti e attivisti per i diritti civili e una politica di “colonizzazione“, che prevede il sequestro sistematico della terra Tamil da parte del governo e dell’esercito.

All’indomani degli attentati suicidi di Pasqua perpetrati in chiese e hotel da militanti islamisti nell’aprile 2019, anche i musulmani sono diventati bersagli dello Stato23. Nel novembre 2021, la polizia scozzese ha sospeso il programma di formazione degli agenti di polizia dello Sri Lanka sulle questioni relative ai diritti umani.

Il governo Rajapaksa, di fronte alle crescenti pressioni internazionali e alla prospettiva di perdere un accordo multimilionario con l’Unione Europea, ha negato tutti gli abusi del PTA. Il ministro degli Esteri ha dichiarato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che “ci stiamo sforzando di trovare un giusto equilibrio tra i diritti umani e la sicurezza nazionale quando si affronta il terrorismo.

Nel tentativo di placare i critici internazionali, a metà marzo il governo di Rajapaksa ha approvato un disegno di legge che modifica il PTA. Ma, gli esperti delle Nazioni Unite, i gruppi per i diritti umani e l’opposizione politica hanno criticato gli emendamenti, considerandoli solo degli aggiustamenti cosmetici, avendo lasciato “intatte alcune delle disposizioni più eclatanti del PTA“, e hanno messo in discussione il vero impegno di Rajapaksa per la riforma.

La crisi finanziaria è diventata una crisi politica

Negli ultimi tre mesi, la crisi economico-finanziaria si è trasformata in una crisi politica e ha messo in discussione, forse definitivamente, l’egemonia della dinastia dei Rajapaksa24 che, nonostante i massicci disordini e la profonda impopolarità, continua ad aggrapparsi al potere supportata dall’esercito e dalle forze di polizia. Gotabaya Rajapaksa ha nominato più di due dozzine di ufficiali militari in servizio o in pensione in incarichi chiave25.

Ma, la crisi e le proteste sembrano aver innescato un cambiamento politico del Paese, basato sulla formazione di un vero senso di comunità. Le proteste sono diventate un luogo di connessione e celebrazione tra gli strati sociali, con un cambiamento apparente nell’etnonazionalismo Sinhala. La maggioranza buddista Sinhala protesta contro presidente e governo fianco a fianco con i Tamil. Monaci buddisti e sacerdoti cristiani stanno insieme e conversano. Le proteste sindacali si verificano accanto alle proteste musulmane e queste accanto a quelle della comunità LGBTQ+26. Cose mai viste prima in Sri Lanka, con la gente che parla di tradimento dei Rajapaksa, di essere stata allevata con la menzogna della maggioranza e della minoranza, della politica nazionalista e divisiva.

Sajith Premadasa, il leader del principale partito di opposizione della comunità Sinhala, il Samagi Jana Balawegaya (SJB), ha adottato una posizione più inclusiva e pluralistica nell’impegnarsi con la comunità Tamil. Considerando la complessità della procedura di impeachment del presidente in Sri Lanka, ne ha chiesto le dimissioni (chieste anche dal settimanale globalista neoliberista The Economist), ormai rimasto l’unico membro della famiglia Rajapaksa ancora al potere, dicendosi disposto a formare una nuova maggioranza in Parlamento in grado di sostenere un nuovo governo. Oltre 40 parlamentari sono usciti dall’alleanza parlamentare con il partito del presidente che così ha perso la maggioranza. L’alleanza dei partiti guidata dai Rajapaksa detiene circa 100 dei 225 seggi del parlamento, mentre l’opposizione ha 58 seggi. Il resto sono parlamentari diventati indipendenti.

Una settimana fa, con poco più di 50 milioni di dollari in riserve estere utilizzabili, lo Sri Lanka era sostanzialmente in bancarotta e dipendeva dagli aiuti e dalle linee di credito di altri Paesi (India, Cina e Bangladesh) per cibo, carburante e farmaci. Il nuovo capo della banca centrale ha avvertito che l’economia dello Sri Lanka sarebbe “crollata” definitivamente e che si sarebbe dimesso se non fosse stato nominato un nuovo primo ministro entro pochi giorni. Molti osservatori hanno espresso preoccupazione per il fatto che i militari potessero tentare di entrare nel vuoto di potere. Premadasa ha accusato i Rajapaksa di orchestrare la violenza contro i manifestanti al fine di introdurre la legge marziale “in modo da poter stabilire un governo militare“.

Finalmente, il 12 maggio il presidente ha conferito l’incarico di primo ministro a Ranil Wickremesinghe e si è dichiarato disponibile ad una riduzione costituzionale dei suoi poteri esecutivi. Wickremesinghe è un politico navigato che ha costruito la sua carriera politica attraverso intrighi dietro le quinte, ricoprendo la carica di primo ministro cinque volte in precedenza27. Wickremesinghe si è dichiarato disposto a guidare un “governo di unità nazionale” e ha detto ai giornalisti che lavorerà in Parlamento sia con l’opposizione sia con il partito del presidente per trovare soluzioni alle difficoltà affrontate dalla popolazione. “Vogliamo riportare la nazione in una posizione in cui la nostra gente avrà di nuovo tre pasti al giorno. I nostri giovani devono avere un futuro“, ha detto.

Wickremsinghe è considerato un riformista neoliberale pro-Occidente, che potenzialmente rende più agevoli i negoziati di salvataggio con il FMI, Banca Mondiale, Asian Development Bank, i principali Paesi creditori (Giappone28, Cina, India, UE e USA) e con gli operatori finanziari privati dei mercati dei capitali – società d’investimento come BlackRock, Ashmore Group, Fidelity, T Rowe Price e Tiaa – con i quali è stato contratto il 47% del debito (con prestiti di mercato ottenuti attraverso titoli di Stato emessi in dollari o in euro), ma è chiaro che il suo sarà soprattutto un governo di una difficile transizione che tenderà a proteggere lo status quo, cercando di dare nuova linfa al regime del presidente Rajapaksa e della sua famiglia29. Premadasa e il suo partito di opposizione si sono uniti ai manifestanti anti-governativi nel respingere la nomina del nuovo primo ministro, insistendo affinché il presidente si dimettesse per assumersi la responsabilità della disastrosa crisi economica del Paese. Ma, pochi giorni dopo Wickremesinghe ha trovato gli appoggi sufficienti in Parlamento (compreso il SJB, che ha deciso di appoggiarlo per evitare di dividersi) per mettere insieme un governo di coalizione che potrebbe durare fino alle prossime elezioni (circa 18 mesi), anche se la sua maggioranza sarà messa alla prova nei prossimi giorni, poiché il Parlamento dovrà votare una mozione di sfiducia al presidente (anche se è stata bocciata l’adozione dell’iter accelerato richiesta dal partito di opposizione Alleanza Nazionale Tamil) e far passare la legge di bilancio dello Stato (con un possibile deficit del 13%).

L’economia dello Sri Lanka ha “toccato il fondo“, il governo ha anche esaurito i contanti per pagare gli stipendi a 1,4 milioni di dipendenti pubblici e beni e servizi essenziali, per cui stampa denaro come ultima disperata risorsa, contribuendo a far crescere l’inflazione. Wickremesinghe ha detto che i prossimi due mesi saranno durissimi. Ha anche avvertito che le tariffe del carburante e dell’elettricità saranno aumentate in modo sostanziale e il suo governo venderà anche la compagnia aerea nazionale in perdita per ridurre le spese.

Uscire dalla crisi sarà un percorso lungo e difficile. E’ assai probabile che Wickremesinghe non sarà in grado di sistemare le cose nel breve e medio periodo e, soprattutto, di far dissipare la rabbia dei manifestanti verso il presidente e il suo clan, che, secondo loro, è in definitiva responsabile della peggiore crisi economica che ha colpito la nazione da quando è diventata indipendente dalla Gran Bretagna nel 1948. “Vai a casa, Gota. Vai a casa”, cantano, riferendosi al presidente dello Sri Lanka Gotabaya Rajapaksa. “Got. Ora. Ora. Ora.” (“Gota. Ladro. Ladro. Ladro.“). Hanno chiamato “Gota Go Village” la loro comunità – una sorta di quartier generale della protesta – nata su quello che era un prato vuoto fuori dall’ufficio del primo ministro, sul lungomare Galle Face di Colombo. Ci sono tende, stand gastronomici, una biblioteca, un memoriale, installazioni artistiche, palchi per musica e discorsi e persino l’inizio di una piccola fattoria che coltiva ortaggi e frutta da alberi piantati di recente. Nelle vicinanze, un appezzamento è stato riservato alla coltivazione di riso. Il 9 maggio il “Gota Go Village” è stato attaccato con violenza dai sostenitori dei Rajapaksa fatti venire con gli autobus da fuori la capitale, ma gli attivisti hanno resistito e lo hanno ricostruito.

Nonostante la nomina di un nuovo primo ministro, i manifestanti continuano a volere che il presidente si dimetta e lasci il Paese. Hanno etichettato Wickremesinghe come un tirapiedi del presidente (“vino vecchio in una bottiglia nuova”) e hanno criticato la nomina di quattro ministri da parte del presidente, tutti membri del partito politico guidato dalla sua famiglia.

Apportare cambiamenti duraturi dipenderà dalla capacità dei manifestanti di dare vita ad un movimento politico unito e a lungo termine. Se non riescono a farlo, l’etnonazionalismo e la violenza statale continueranno a condizionare il futuro del Paese. I manifestanti hanno bisogno di un piano, che devono ancora creare. In particolare, devono articolare il tipo di protezione e garanzie che le minoranze, e in particolare Tamil e musulmani, possono aspettarsi per la loro partecipazione. Ciò richiederà che i Sinhala affrontino conversazioni difficili su argomenti come il ruolo dei monaci buddisti in politica e la definizione delle priorità del buddismo nella Costituzione del 1978 al fine di costruire uno Stato laico, democratico, federale ed inclusivo per tutti i cittadini srilankesi, indipendentemente dalla loro identità etnico-religiosa30. I manifestanti devono anche assorbire le richieste delle organizzazioni della società civile della minoranza Tamil nel cuore delle loro proteste, in particolare quelle riguardanti la giustizia per crimini di guerra, le sparizioni forzate e la detenzione arbitraria dovuta al PTA. Infine, anche per alleviare gran parte della crisi economica, l’enorme spesa del governo per l’esercito deve essere ridotta, smilitarizzando la società.

Una crisi finanziaria globale sistemica senza che ci siano strumenti per affrontarla in modo sistematico

Secondo molti osservatori il caso del Sri Lanka rappresenta un’anteprima di tanti altri casi di crisi del debito di Paesi a medio e basso reddito che potranno esplodere nel corso del 2022, in una sorta di effetto domino spinto da difficoltà economiche aggravate dalla guerra della Russia all’Ucraina. Il sistema finanziario multilaterale esistente è in grado di affrontare questi problemi solo Paese per Paese, ma questi sono problemi che stanno diventando sistemici e attualmente non c’è modo di affrontarli in modo sistematico. Tra l’altro, questo avviene mentre il sistema multilaterale deve ora affrontare maggiori ostacoli al tipo di coordinamento politico transfrontaliero necessario per affrontare problemi globali urgenti come i cambiamenti climatici, le pandemie e la migrazione pericolosa per la vita dei migranti. L’economista mainstream Mohamed El-Arian ha avvertito dei gravissimi rischi che “un nuovo modello mondiale di “piccoli incendi ovunque” potrebbe [comportare] per il benessere economico a lungo termine. Nel tempo, questi piccoli incendi possono fondersi in uno altrettanto minaccioso come è il grande incendio iniziale [la guerra in Ucraina] che ha agito da catalizzatore.” I “piccoli incendi ovunque” possono danneggiare il benessere economico globale, indebolendo ulteriormente la crescita, aumentando il rischio di una recessione e alimentando un’ulteriore instabilità finanziaria e geopolitica in un momento in cui il sistema globale è già soggetto a crescenti pressioni di frammentazione.

Il fatto è che i creditori del Sri Lanka – come degli altri Paesi a medio e basso reddito a forte indebitamento – sono molti e di tipo differente: FMI, Banca Mondiale (9%), Asian Development Bank (13%) e altre istituzioni finanziarie multilaterali, banche private e altri operatori privati internazionali (BlackRock ed altri), detentori anonimi di obbligazioni (compresa una del valore di un miliardo di dollari che scadrà il 25 luglio)31, Giappone (10%), Cina (10%), India e altri Stati. Per ristrutturare il debito del Paese ormai diventato insostenibile, tutti questi diversi soggetti dovrebbero essere portati al più presto allo stesso tavolo attraverso qualche meccanismo di risoluzione. Ma, è proprio su questo punto che al momento sta crollando tutta l’architettura finanziaria globale del debito. Non esiste alcun buon meccanismo per coordinare i diversi creditori mondiali ed arrivare ad un accordo che li impegni ad offrire debito a termini ragionevoli e sostenibili, ossia a condizioni altamente agevolate come prestiti a lungo termine, a basso interesse o sovvenzioni a titolo definitivo (grants).

Durante la crisi da CoVid-19 nell’aprile 2020 era stato sospeso il pagamento di 13 miliardi di dollari di interessi sul debito a 48 Paesi poveri da parte del G-20. Un supporto modesto che si è concluso nel dicembre 2021 e che non ha offerto un vero sollievo, solo un allungamento dei tempi di pagamento degli interessi.

Alla fine del 2020 il G-20 ha elaborato un “Common Framework” che contiene un insieme di principi a cui creditori e debitori dovrebbero attenersi, ma finora solo tre Paesi – Zambia, Etiopia e Sudan – hanno provato a percorrere questa strada, con risultati fallimentari.

In sostanza, mancano dei buoni meccanismi condivisi e strumenti coordinati per risolvere crisi del debito complesse che coinvolgono creditori pubblici e privati bilaterali e multilaterali. Un nuovo meccanismo permanente per la ristrutturazione del debito sovrano dovrebbe essere basato sui principi già concordati da 136 Stati membri delle Nazioni Unite (l’Italia si è astenuta), ma probabilmente i passi coraggiosi necessari arriveranno solo quando ci sarà una reale volontà politica ai massimi livelli, in particolare quando la Cina e gli Stati Uniti saranno pronti a sedersi insieme ad un tavolo e riconoscere il loro comune interesse in una prosperità globale per tutti. Con la Guerra Fredda USA-Cina ormai in corso (su questo tema si vedano i nostri articoli qui e qui), purtroppo, questa prospettiva rimane solo una buona intenzione, lasciando miliardi di persone nella prospettiva di vivere una vita in sofferenza e povertà. “I piccoli incendi ovunque” rischiano di causare un grande devastante inferno in grado di distruggere sia le vite o i mezzi di sussistenza delle persone più vulnerabili del mondo, sia lo stesso sistema finanziario globale.

 

 

  1. Alla fine del 2021, circa il 41% dei Paesi ricchi ha raggiunto la soglia del livello di reddito pro capite del 2019, rispetto al 28% dei Paesi a medio reddito e solo al 23% dei Paesi a basso reddito. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ritiene che la ripresa del mercato del lavoro globale dallo shock pandemico sarà lenta, disomogenea ed incerta. Per molti Paesi a medio e basso reddito l’OIL ritiene che il tasso di disoccupazione potrebbe essere superiore ai livelli pre-pandemici fino al 2023/24. Ci vorranno anni per riassorbire completamente l’impatto della crisi nel mondo del lavoro. A farne le spese sono e saranno soprattutto i Paesi più poveri con evidenti rischi sociali e politici.[]
  2. E’ bene ricordare che uno dei drammatici effetti collaterali della terapia d’urto contro l’inflazione statunitense nei primi anni ’80 è stata la crisi del debito latinoamericano. I Paesi che si erano pesantemente indebitati in dollari nella seconda metà degli anni ’70 con le banche statunitensi (impegnate nel riciclaggio dei petrodollari dei Paesi arabi) hanno scoperto che i prestiti non erano rimborsabili quando i tassi di interesse americani sono aumentati vertiginosamente con il “Volker shock” e la recessione globale che ne è scaturita ha soffocato le loro esportazioni.[]
  3. Solo nel 2021 sono stati pagati 11 trilioni di dollari di interessi sul debito, l’equivalente di quattro o cinque volte il PIL di un Paese come l’Italia. Ora, tutto questo è successo grazie ad un costo del credito molto basso. In effetti, il capitalismo ha vissuto di tempo preso in prestito negli ultimi due decenni o più. Il credito a buon mercato alimentava il boom. Ora l’epoca del credito a buon mercato sta per finire e il quadro è destinato a diventare molto problematico e conflittuale soprattutto per i Paesi a medio e basso reddito, ma anche un Paese ricco come l’Italia dovrà presto tornare a confrontarsi con la questione della sostenibilità del suo debito pubblico, una questione che all’interno dell’Unione Europea oramai riguarda anche Belgio, Cipro, Francia, Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno tutti debiti superiori al 100% del PIL. Anche il debito pubblico statunitense ha ha superato il 100%, raggiungendo a fine 2021 la cifra record di 28.900 miliardi di dollari.[]
  4. I Paesi più ricchi hanno speso in media circa il 6,5% del PIL per lo stimolo fiscale CoVid-19, che è quasi il doppio del 3,3% del PIL speso dai Paesi a medio e basso reddito.[]
  5. Molti dei Paesi poveri stanno già ora spendendo oltre il 20% delle proprie entrate per pagare gli interessi sul debito, con Angola e Ghana che spendono entrambi oltre il 35%, decimando tutte le voci della spesa pubblica, ed in particolare salute, istruzione e altri servizi pubblici di cui le persone hanno un assoluto bisogno. Oltre 60 Paesi – Congo, Gambia, Ghana, Kenya, Zambia, e Sierra Leone – stanno spendendo di più per il servizio del debito che per sanità e istruzione messe insieme. Questi Paesi a basso reddito non hanno scelto casualmente di tagliare la spesa sanitaria. Per decenni, il FMI ha concesso loro dei prestiti, ma sappiamo che le condizioni coercitive legate a questi prestiti hanno richiesto il congelamento dei salari del settore pubblico. A questi Paesi è stato chiesto di contenere o tagliare i salari, col risultato di avere un minor numero di medici, insegnanti e infermieri. In pratica, questo ha significato che questi Paesi non hanno potuto spendere di più per la salute e l’istruzione senza cadere venire penalizzati dal FMI. Due dei Paesi più colpiti dall’Ebola, Sierra Leone e Guinea, hanno programmi del FMI che prevedono un calo dei bilanci sanitari. Nel 2019, il Cameroun ha speso il 23,8% del suo budget per il pagamento del debito, rispetto al 3,9% delle entrate del Paese speso per la salute. I Paesi che stanno cadendo in difficoltà nel debito includono la Tunisia e il Libano, che hanno visto sconvolgimenti politici, così come lo Zambia e il Ghana. Lo Zambia è stato il primo Paese africano a fare default sul debito nel 2020 durante la pandemia e ora deve destinare il 44% delle sue entrate annuali del governo ai creditori. Il Ghana spende circa il 37% del suo bilancio nazionale per il pagamento degli interessi sul debito. Per molti di questi Paesi è complicato arrivare alla cancellazione del debito perché hanno contratto debiti a condizioni non agevolate da istituti di credito privati.[]
  6. I Paesi a medio e basso reddito hanno un’esposizione molto maggiore agli shock ambientali, che diventeranno più frequenti e gravi a causa del cambiamento climatico. Gli eventi meteorologici estremi in effetti agiscono come shock negativi dell’offerta, causando un calo della produzione e un aumento dei prezzi, le condizioni più difficili per i responsabili delle politiche monetarie. Diversi Paesi, tra cui Nigeria e Sri Lanka, stanno attualmente affrontando prezzi alimentari alle stelle, mentre la siccità e la conseguente carestia di Madagascar e Paesi di Sahel e Corno d’Africa sono un altro forte promemoria della vulnerabilità dei Paesi poveri africani. Purtroppo, il vertice sul clima della Cop26 a Glasgow nel 2021 ha offerto per lo più discorsi retorici, lasciando il mondo sulla buona strada per subire un devastante riscaldamento di 3°C in questo secolo.[]
  7. Lo Sri Lanka è stato il primo Paese dell’Asia meridionale ad abbracciare la liberalizzazione del mercato nel lontano 1977 sotto la guida del presidente J.R. Jayewardene, un sostenitore delle riforme neoliberiste del mercato. Il governo ha rimosso i controlli sulle importazioni, eliminato i sussidi su cibo e benzina e ridotto significativamente l’occupazione statale civile. A seguito di queste riforme lo Sri Lanka è stato spesso paragonato a Singapore. Appena un decennio fa, un rapporto per l’International Growth Center salutava il tasso di crescita del 7% dello Sri Lanka e la sua “sostanziale riduzione della povertà“. Di recente, nel 2018, il PIL pro capite dello Sri Lanka era di oltre 4.000 dollari (nel 2020 era sceso a 3.680). Secondo l’UNESCO, un sorprendente 92,5% degli abitanti dello Sri Lanka ha un’istruzione, con il progetto Borgen che dichiara che il sistema educativo relativamente nuovo del paese “ha scioccato il mondo con il suo successo“. L’assistenza sanitaria gratuita e universale dello Sri Lanka è stata celebrata come “una storia di successo nell’Asia meridionale“.[]
  8. Nel 2022, i settori pubblico e privato, dovrebbero rimborsare circa 7,3 miliardi di dollari in prestiti nazionali ed esteri, incluso un rimborso di 500 milioni di dollari di obbligazioni sovrane internazionali eseguito a gennaio. Secondo la Banca Mondiale, lo Sri Lanka ha un debito obbligazionario di 15 miliardi di dollari, per lo più indicizzato in dollari, su un totale di circa 51 miliardi di dollari di debito a lungo termine. Il costo del servizio del debito estero sarebbe di 4,8 miliardi di dollari fino ad ottobre 2022. A novembre 2021, le riserve di valuta estera disponibili erano di appena 1,6 miliardi di dollari, abbastanza per pagare solo circa un mese di importazioni. Il governo aveva annunciato di sperare di saldare i debiti petroliferi passati con l’Iran pagandoli con il tè, inviando 5 milioni di dollari di tè ogni mese al fine di risparmiare “la tanto necessaria valuta“.[]
  9. A fine febbraio due navi che trasportavano diesel e una petroliera erano nel porto, ma il loro carico essenziale non poteva essere scaricato in quanto il governo non aveva i dollari per pagarlo. Una situazione che si è ripetuta ad aprile e a maggio.[]
  10. Il ministero dell’Istruzione ha annullato gli esami scolastici di fine anno per milioni di studenti dopo aver esaurito la carta e l’inchiostro da stampa. Anche i giornali hanno dovuto interrompere le pubblicazioni cartacee. Le scuole hanno tagliato anche la somministrazione di pasti per studenti e professori.[]
  11. Dalla fine del 2019 la famiglia Rajapaksa ha governato l’isola. Fino alle dimissioni del governo i fratelli del presidente sono stati il primo ministro, il ministro delle Finanze  e il ministro dell’Agricoltura, mentre suo nipote è stato ministro dello Sport.[]
  12. Questa strage sarebbe stata una rappresaglia per quella avvenuta in due moschee a Christchurch, in Nuova Zelanda (15 marzo 2019), realizzata dal giovane ”ecofascista” e “suprematista bianco” australiano Brenton Tarrant, che ha ucciso 51 persone e ferite altre 49, secondo Tarrant ree di essere degli “invasori” musulmani “che sovraffollano il mondo” (in un Paese dove i musulmani sono meno di 50 mila su 4,8 milioni di abitanti). Il processo contro i 25 uomini accusati di aver ideato gli attentati di Pasqua è iniziato nel novembre 2021. I sospettati devono difendersi da un totale di 23 mila accuse, tra cui cospirazione per omicidio, favoreggiamento negli attacchi e raccolta di armi e munizioni. Un processo che potrebbe durare per un decennio. Il processo è uno dei tre che si terranno in relazione agli attentati. Sempre nel novembre 2021 è iniziato il processo per diversi alti funzionari accusati di negligenza criminale per non aver agito in base alle informazioni dell’intelligence che avrebbero potuto impedire gli attentati. L’ex capo della polizia dello Sri Lanka Pujith Jayasundera e l’ex segretario alla Difesa Hemasiri Fernando sono tra coloro che vengono processati, con Jayasundera da solo che deve difendersi da un totale di 855 accuse.[]
  13. Il gettito fiscale del governo è diminuito dal 18,4% del PIL (media 1990-92) al 12,7% (2017-19) e all’8,4% nel 2020, durante la pandemia. L’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto è stata ridotta dal 15% all’8%, mentre la soglia di registrazione dell’IVA è stata aumentata da uno a 25 milioni di rupie al mese. Sono state abolite altre imposte indirette e il sistema del “paga mentre guadagni“. La soglia minima dell’imposta sul reddito è stata aumentata da 500 mila rupie all’anno a 3 milioni, con pochi che guadagnavano così tanto. Le aliquote dell’imposta sul reddito delle persone fisiche non solo sono state ridotte, ma sono anche diventate ancora meno progressive. L’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è stata ridotta dal 28% al 24%. Con un calo del 33,5% dei contribuenti registrati (aziendali e privati) tra il 2019 e il 2020, la base imponibile si è ridotta. Per finanziare i disavanzi di bilancio, il governo ha sempre più preso in prestito denaro dai mercati internazionali dei capitali, a tassi commerciali più elevati, con scadenze più brevi. Come ha osservato Alan Kennan, analista dell’International Crisi Group: “Il disastro economico dello Sri Lanka ha radici profonde: il Paese ha vissuto a lungo al di sopra delle sue possibilità – prendendo troppo in prestito e tassando troppo poco – e ha prodotto al di sotto del suo potenziale. Ma, la grave negligenza dell’amministrazione Rajapaksa in materia economica da quando è salita al potere nel novembre 2019 ha notevolmente aggravato i problemi cronici dell’isola.[]
  14. I circa 2 milioni di coltivatori sono stati una base di voto fondamentale per la famiglia nazionalista Rajapaksa, che per anni li ha sostenuti con sussidi e prezzi dei raccolti più elevati. Il settore agricolo contribuisce per il 7% al PIL del Paese, ma impiega circa il 27% della forza lavoro, principalmente nelle aree rurali. Non avendo i soldi per comprare i fertilizzanti dall’estero, il governo ha ordinato a migliaia di soldati di produrre 2,5 milioni di tonnellate di fertilizzanti organici in pochi mesi. Ma, per la prossima stagione agricola che va da maggio ad agosto, in molti hanno deciso di non coltivare.[]
  15. Uno dei maggiori creditori del Sri Lanka è la Cina. Il Sri Lanka ha più di 5 miliardi di dollari di debiti con la Cina (10% del totale) e nel 2021 ha preso un prestito aggiuntivo di 1,3 miliardi per cercare di alleviare l’acuta crisi finanziaria. Inoltre, la Banca centrale cinese ha fornito a quella del Sri Lanka uno swap di 1,5 miliardi di dollari. La Cina ha anche già impegnato circa 31 milioni di dollari in aiuti di emergenza, tra cui 5 mila tonnellate di riso, medicine e materie prime. Ha affermato di stare valutando una richiesta di 2,5 miliardi di dollari di assistenza economica, inclusa una linea di credito per l’acquisto di beni essenziali e un prestito. E’ sul caso del Sri Lanka che è stata elaborata da think-tank indiani la falsa tesi della “trappola del debito” cinese nell’ambito della ambiziosa strategia Belt and Road Initiative (BRI), che è stata più volte smentita dai fatti. I maggiori creditori del Sri Lanka sono in realtà banche e istituzioni finanziarie giapponesi. In ogni caso, il progetto di sviluppo del porto meridionale di Hambantota, situato nel sud del Paese (nel distretto roccaforte della dinastia Rajapaksa) lungo le vitali rotte marittime internazionali est-ovest, realizzato dalla China Harbor Engineering Company, è andato fallito. Il governo dello Sri Lanka, dopo aver cercato di ripagare il debito di 1,4 miliardi di dollari che aveva contratto con finanziatori occidentali per la costruzione del porto che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto far crescere l’economia locale come un vivace centro commerciale paragonabile a Singapore, nel 2017 lo ha ceduto ad un’azienda statale cinese con un contratto di locazione di 99 anni, inclusi 15 mila acri di terra. Negli ultimi anni il governo del Sri Lanka è stato il più grande emittente di obbligazioni ad alto rendimento dell’Asia con cui ha finanziato anche altri diversi ambiziosi progetti infrastrutturali, come la torre autoportante più alta dell’Asia meridionale, stadi e grandi autostrade nell’entroterra. I critici chiamano questi progetti “gli elefanti bianchi Rajapaksa“. Oltre a Cina e India, lo Sri Lanka è anche al centro degli interessi degli Stati Uniti. Nel 2017 è stato firmato un accordo aperto di acquisizione e servizi incrociati (ACSA), che facilita il supporto logistico militare. Gli USA stanno anche cercando di firmare un accordo sullo statuto delle forze militari (SOFA), che trasformerebbe di fatto lo Sri Lanka in una base militare americana. Anche se la proposta degli Stati Uniti di un Millennium Challenge Corporation Compact (un accordo che gli USA hanno stipulato finora con 49 Paesi in via di sviluppo per alleviarne la povertà) è stata per ora rifiutata a causa delle proteste locali, l’obiettivo dell’accordo – il controllo USA sulle infrastrutture terrestri, di trasporto e di comunicazione in Sri Lanka – sta comunque procedendo.[]
  16. Il governo del Sri Lanka ha fatto ricorso a linee di credito per importare alimenti, medicinali e carburante dalla vicina alleata India, nonché a scambi di valuta (swaplines) con India, Cina e anche con il più povero Bangladesh e a prestiti per l’acquisto di petrolio dall’Oman. Tuttavia, questi prestiti hanno fornito solo un sollievo a breve termine e devono essere rimborsati rapidamente a tassi di interesse elevati, aumentando il carico di debiti dello Sri Lanka.[]
  17. Si ritiene che il popolo Sinhala discendano dai principi di Vanga, che, secondo la leggenda, copularono con una leonessa, dando alla luce una figlia chiamata Sinhasiavali e un figlio di nome Sinhabahu che aveva lineamenti da leone e persino la forza di una bestia. Il re Vijaya, del lignaggio di Sinhabahu, arrivò nell’odierno Sri Lanka e alla fine diede origine al popolo Sinhala. Quindi, i Sinhala hanno anch’essi un’origine indiana, ma provengono dal Bengala, dal nord dell’India, e anch’essi sono presenti in Sri Lanka da circa 2.500-3.000 anni. La società Sinhala è stata organizzata per secoli sulla base di un sistema sociale gerarchico diviso in caste.[]
  18. I leader Sinhala avevano concordato da tempo che il conflitto armato sarebbe terminato solo con una vittoria militare. Per cui, le forze armate sono state rapidamente potenziate, passando da 120 mila effettivi nel 2005 a 300 mila nel 2009, e acquistando caccia bombardieri e armi pesanti dalla Cina. La guerra è culminata in quello che i gruppi per i diritti dei Tamil definiscono un genocidio (il 18 maggio i Tamil commemorano la Giornata del Genocidio di Mullivaikkal, mentre i Sinhala celebrano la loro vittoria sul LTTE). Le forze dello Sri Lanka hanno ripetutamente bombardato le zone civili che erano state concordate come “no-fire”; i combattenti che si arrendevano sono stati sommariamente giustiziati; centinaia di resoconti di violenze sessuali e stupri; e centinaia di persone sono state prese in custodia militare e non sono state mai più viste dai loro cari.[]
  19. I Tamil sono circa 3,1 milioni di persone, hanno anch’essi un sistema sociale gerarchico strutturato in caste e sono divisi in due gruppi: i Tamil del nord, ufficialmente denominati “Ceylon Tamil“, discendenti di gruppi di lingua Tamil emigrati dall’India meridionale 2.500-3.000 anni fa, che sono quasi 2,3 milioni; gli “Up-country Tamil“, noti anche come “Indian Tamil“, che sono circa 840 mila. Questi ultimi sono i discendenti dei braccianti portati sull’isola dagli inglesi per lavorare nelle piantagioni di tè negli altipiani centrali. All’alba dell’indipendenza, furono resi apolidi e privati dei loro diritti politici attraverso gli Atti sulla cittadinanza del 1948-1949. Gli accordi con il governo indiano del 1964, che prevedevano il rimpatrio o l’assegnazione della cittadinanza srilankese, non sono stati pienamente attuati. Negli anni ’70 l’India e lo Sri Lanka hanno stipulato un patto in cui l’India ha accettato di concedere la cittadinanza a 600 mila Indian Tamil che volevano tornare in India, mentre lo Sri Lanka ha accettato di concedere la cittadinanza a quei Indian Tamil che hanno deciso di rimanere. Nel 2000 c’erano ancora circa 300 mila Indian Tamil che erano apolidi e vivevano in Sri Lanka. Nel 2003 un nuovo atto ha autorizzato la concessione della cittadinanza a tutte le persone di origine indiana.[]
  20. Oggi, l’esercito dello Sri Lanka ha ancora oltre 317 mila effettivi (quasi tutti selezionati all’interno della comunità buddista Sinhala), nonostante siano passati 13 anni dalla fine del conflitto armato. Un numero inferiore solo a Cina e India in Asia. Il bilancio statale per il 2022 ha stanziato il 12,3% per l’esercito (una percentuale superiore a quella di Israele). Dopo la fine della guerra civile, l’esercito ha ampliato la sua occupazione del territorio Tamil del nord ed est (con 14 delle 21 divisioni di stanza nel nord), nonché il suo mandato di gestire attività economiche nel turismo (una serie di hotel e resort di lusso, numerosi campi da golf, compagnie aeree e una riserva naturale) e in agricoltura. Sotto il regime di Gotabaya Rajapaksa, questo impegno si è ulteriormente gonfiato con generali incaricati delle dogane, delle autorità portuali, dello sviluppo, dell’eradicazione della povertà e persino della risposta alla pandemia da CoVid-19. Ma, questa espansione militare anche dopo che nel 2015 Mahinda Rajapaksa (fratello dell’attuale presidente) è stato estromesso dal governo a causa della crescente insoddisfazione per la corruzione della sua amministrazione. Maithripala Sirisena si era assicurato la presidenza con il sostegno di Tamil e musulmani, promettendo un’era di “buon governo“. Nonostante la retorica, il suo governo ha rifiutato di arginare l’espansione militare o di perseguire i crimini di guerra e per la corruzione.[]
  21. In tutto il nord-est, i Tamil si sono mobilitati contro l’accaparramento di terre in corso e i tentativi di rimodellare il loro paesaggio attraverso l’imposizione di monumenti buddisti e insediamenti Sinhala. Questo mentre in tutto il Paese proseguono intimidazioni e conflitti intereligiosi, a volte violenti, orchestrati dai nazionalisti Sinhala buddisti.[]
  22. Non è un segreto che la maggioranza che ha votato per me allora era sinhalese“, ha detto Rajapaksa al parlamento il 19 novembre 2020. “Si sono mobilitati perché avevano paure legittime che la razza Sinhala, la nostra religione, le risorse nazionali e l’eredità sarebbero state minacciate di distruzione di fronte a varie forze e ideologie locali e straniere che sostengono il separatismo, l’estremismo e il terrorismo”.[]
  23. Sulla scia degli attentati di Pasqua 2019, anche i musulmani sono stati sempre più spesso oggetto di ampi arresti arbitrari sotto il PTA. All’indomani degli attacchi, è stato imposto lo stato di emergenza per quattro mesi e da allora centinaia di musulmani sono stati arrestati, tra cui un membro musulmano del parlamento. Più di 500 musulmani arrestati dopo gli attentati languono in carcere da più di 36 mesi senza accusa, tra cui due maulvis – leader religiosi islamici – che hanno denunciato davanti ai tribunali di essere stati torturati e picchiati con le pistole. Uno degli arresti più importanti è stato quello di Hejaaz Hizbullah, un avvocato musulmano per i diritti umani di Colombo, che aveva criticato le azioni intraprese dal governo Rajapaks. Arrestato ai sensi del PTA nell’aprile 2020 per ciò che i gruppi per i diritti umani hanno descritto come “nessuna prova credibile“, Hezbollah è stato tenuto in prigione per più di 22 mesi senza accusa, mentre le agenzie di sicurezza cercavano di dimostrare una teoria infondata secondo cui aveva “aiutato e favorito” gli attacchi di Pasqua. Alla fine non è stata trovata nessuna prova e, dopo pressioni internazionali, inclusa Amnesty International che lo ha designato come “prigioniero di coscienza“, è stato rilasciato su cauzione a febbraio, anche se è ancora accusato di radicalizzazione dei bambini attraverso un ente di beneficenza. Ultimamente anche i membri della comunità cattolica affermano di essere molestati per le loro azioni tese a richiedere giustizia. Padre Cyril Gamini, direttore del Centro nazionale cattolico per le comunicazioni sociali che ha accusato le autorità di complicità con gli attentatori, è stato recentemente sottoposto a tre giorni di interrogatorio da parte del Dipartimento centrale dell’intelligence. Tra i manifestanti contro il presidente nella capitale Colombo, sede dell’élite politica e finanziaria del Paese, c’erano centinaia di suore e sacerdoti cattolici. “I nostri leader corrotti devono essere sensibili al grido della gente“, ha detto padre Cecil Joy Perera.[]
  24. Intanto, un tribunale ha vietato all’ex primo ministro, a suo figlio Namal Rajapaksa e a 15 loro alleati di lasciare l’isola in connessione all’attacco alla protesta pacifica del 9 maggio. Pochi giorni dopo il procuratore generale ha ordinato di arrestare 22 persone, inclusi parlamentari ed ex ministri.[]
  25. I principali alleati di Gotabaya Rajapaksa includono il capo dell’esercito dello Sri Lanka, il generale Shavendra Silva, che è stato sanzionato dagli Stati Uniti con l’accusa di crimini di guerra commessi durante l’ultima fase del conflitto con le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam, e Kamal Gunaratne, segretario del ministro della Difesa accusato di simili azioni. Entrambi gli uomini hanno negato la trasgressione.[]
  26. Il codice penale criminalizza le relazioni omosessuali ed è stato utilizzato per l’arresto di persone transgender, ma i membri della comunità LGBTQ+ hanno manifestato apertamente al Lipton Circus di Colombo a dispetto di uno Stato che li perseguita.[]
  27. Wickremesinghe è un politico Sinhala 73enne attivo da oltre quattro decenni. E’ stato primo ministro per l’ultima volta tra il 2015 e il 2019 dopo un’elezione che aveva spodestato il potente clan Rajapaksa dal potere dopo oltre un decennio. Un’esperienza di governo che era partita con grandi speranze e aspettative, avendo promesso giustizia e pacificazione, ma che alla fine è precipitata in disfunzioni e lotte intestine. È a capo del Partito Nazionale Unito (UNP), di cui è anche l’unico parlamentare, avendo subito un’umiliante sconfitta alle elezioni parlamentari del 2020. Appartiene ad una famiglia Sinhala d’élite le cui radici risalgono allo Sri Lanka pre-indipendenza. Suo nonno materno D.R. Wijewardena ha pubblicato una serie di giornali a sostegno del movimento indipendentista, mentre suo nonno paterno, C.G. Wickremesinghe, era il più alto funzionario Sinhala del governo coloniale britannico. Suo padre, Esmond Wickremesinghe, era parte integrante dell’establishment postcoloniale. Prima, come amministratore delegato di Lake House, un impero editoriale iniziato da suo suocero, e poi come uno dei più stretti confidenti della leadership dell’UNP. Suo cugino materno J.R. Jayawardene è stato leader dell’UNP, nonché primo ministro e poi presidente esecutivo del Paese dal 1977 al 1989.[]
  28. Il Giappone, insieme all’India, da qualche anno ha lanciato un piano infrastrutturale – la strategia “Free and Open Indo-Pacific” (FOIP) – da 200 miliardi di dollari per sviluppare centrali elettriche, ferrovie e strutture portuali in Sri Lanka, Bangladesh, Myanmar e nelle isole dell’Oceano Indiano. Il FOIP è un piano teso a promuovere un “Corridoio della crescita Asia-Africa” e a contrastare l’espansionismo economico e politico della Cina.[]
  29. L’influente clero buddista e il Consiglio degli avvocati dello Sri Lanka sostengono che questo governo dovrebbe guidare il Paese per 18 mesi mentre i legislatori elaborano emendamenti costituzionali per limitare i poteri presidenziali. Ma, se anche il governo avrà un ampio sostegno parlamentare è probabile che sia instabile.[]
  30. Oltre a Sinhala, Ceylon Tamil e Indian Tamil, nei certificati di nascita nello Sri Lanka sono indicati altri gruppi etnici minoritari: i Veddah, gli aborigeni dello Sri Lanka; i Mori del Sri Lanka di origine indiana, araba o malesiana e di religione musulmana; i Malesi del Sri Lanka, con discendenza totale o parziale dall’arcipelago indonesiano, dalla Malaysia o da Singapore; gli Europei; e i Burghers, discendenti da portoghesi, olandesi, britannici e altri uomini europei che si stabilirono in Sri Lanka e svilupparono relazioni con donne native.[]
  31. La capitalizzazione dei bond globali, sia governativi sia corporate, ormai sfiora la soglia dei 70 mila miliardi di dollari, pari a circa tre quarti del PIL globale (stimato a 93 mila miliardi nel 2021). Un dato senza precedenti per questa classe di investimento, aggravato dalla quota di bond che hanno tassi negativi (chi li compra paga un interesse al debitore, invece di riceverlo) che è stimata essere intorno ai 17 mila miliardi.[]
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