Posso dunque sono

di Nicoletta Pirrotta

Dalle richieste di eguaglianza durante la Rivoluzione Francese a quella per il diritto al voto del movimento delle suffragiste, dalla rivendicazione della “differenza” alle riflessioni e agli studi sull’identità di genere ed alle  conquiste sociali e legislative  del movimento delle donne negli anni ’70 le donne, in ogni epoca e in differenti situazioni sociali e politiche, hanno sempre cercato di rendere migliore la loro vita.

Il femminismo, inteso come prodotto di dinamiche che, con linguaggi e pratiche diverse, si sono realizzate in molte parti del mondo, ha offerto un orizzonte di senso e una prospettiva di azione all’aspirazione ad una vita migliore. Da una parte rendendo evidente la necessità per le donne di svincolarsi dai ruoli loro attribuiti dal pensiero maschile – sposa, madre, prostituta, madonna – per mettere  in discussione le esigenze di una società, a misura di uomo, che fa della donna “un inessenziale”, il “secondo sesso” come ebbe a dire Simone de Beauvoir . Dall’altra svelando la natura sessuata del potere e la specificità della relazione di potere fra i sessi, Una specificità che non può essere assimilata ad altre perché fondata sul sistema patriarcale, una dominazione millenaria ancora non del tutto conclusa e, in molte parti del mondo, nemmeno posta davvero in discussione, che continua a voler considerare le donne incapaci di essere “padrone di loro stesse”.

In particolare grazie al femminismo degli anni ’70 sono riecheggiate  parole capaci di rivoluzionare i poteri dominanti. L’aver affermato che ”Io sono mia”  e che “il personale è politico”  ha significato aprire, attraverso la pratica conflittuale, alla possibilità di una rottura  con i fondamenti abituali del vivere comune proponendo una riflessione sul senso dell’essere e dell’agire.

Di pari opportunità, conciliazioni e tetti di cristallo

Il  femminismo che si è reso egemone dopo il riflusso del grande movimento delle donne degli anni ’70 ha centrato il proprio interesse sulla ”identità di genere”, assolutizzandone le differenze. Senza voler disconoscere i meriti di un tale femminismo, il risultato concreto è stato quello di una deriva accademica e di una concentrazione esclusiva sui temi identitari a scapito delle questioni che hanno a che vedere con la vita reale delle donne. Purtroppo però la svolta femminista verso una politica fondata sull’esaltazioni delle differenze si è alleata strettamente con un neo-liberismo nascente che desiderava, ossessivamente, cancellare ogni ricordo delle battaglie per l’eguaglianza sociale. Mentre ci sarebbe stato bisogno di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica, il femminismo più in voga ha enfatizzato la critica del sessismo culturale. In questo modo il femminismo identitario, per dirla con Nancy Fraser, è divenuto, suo malgrado e forse senza volerlo,una ”ancella del capitalismo”.

Nello stesso tempo, non a caso,  abbiamo assistito all’esaltazione delle politiche delle “pari opportunità”, del mainstreaming, della rottura del “vetro di cristallo”. Hanno tentato di farci credere che l’aumento quantitativo di manodopera femminile, le pratiche di conciliazione fra casa e lavoro,  la cooptazione delle donne nei luoghi di potere avrebbero “naturalmente”  modificato la natura e la funzione del potere stesso. Anche in questo caso non sarebbe corretto negare in toto la validità di queste politiche perchè hanno consentito l’ingresso al lavoro di molte donne e la presenza di più donne nei luoghi di potere determinando così positive dinamiche emancipatorie. Ma nello stesso tempo è bene mettere in luce come queste politiche abbiano narcotizzato il conflitto, mistificato in una certa parte la realtà e nascosto, o rimosso, l’asimmetria di potere fra sessi che ha continuato a sussistere e per certi aspetti a rafforzarsi.

Il “re è nudo” ovvero lo svelamento di alcune mistificazioni

La crisi economica e sociale, che sembra essere una costante del sistema capitalista odierno, ha fatto sì che fossero svelate alcune mistificazioni.

Il fenomeno della femminilizzazione del lavoro ha consentito un aumento considerevole di manodopera femminile in molte parti del mondo anche a seguito della dislocazione di alcune attività produttive. Ciò ha determinato senza dubbio importanti dinamiche emancipatorie ma al contempo ha consentito di generalizzare verso il basso le condizioni di lavoro “grazie” all’utilizzo di una manodopera (quella femminile appunto)  abituata a dover fare i conti, spesso in solitudine, con i compiti di riproduzione sociale e domestica e quindi più rassegnata alla flessibilità ed alla precarietà. Prima mistificazione svelata: l’aver assegnato al tasso di occupazione un valore primario nella spiegazione dell’emancipazione di entrambi i generi e ancor più di quello femminile si è rivelato non vero. L’aumento dell’occupazione non ci dice nulla rispetto alla qualità dell’occupazione ed alla sua stabilità.

L’aumento di occupazione femminile non ha prodotto nemmeno verso l’alto gli effetti che si erano immaginati. Nei paesi occidentali ( in particolare negli Stati Uniti) lo sfondamento del cosiddetto “tetto di cristallo” ha certamente condotto alla realizzazione professionale di alcune donne, ma non ha arrecato alcun beneficio alle altre. La presunzione quindi che le donne possano migliorare individualmente le proprie condizioni di vita facendosi avanti e contrattando (la tendenza conosciuta come “lean in feminism”) si schianta di fronte alle migranti che lavorano come badanti, alle precarie dei call-center, alle disoccupate, alle insegnanti sotto pagate, alle pensionate al minimo. Seconda mistificazione svelata: rivendicare parità di salario, diritto alla maternità, fine delle discriminazioni di genere e tempi di lavoro compatibili con la riproduzione domestica e biologica è corretto e legittimo ma non basta  perché non viene affatto intaccata la divisione sessuale e razzista del lavoro all’interno del mercato capitalista..

Le politiche di austerità fondate sulla logica del debito pubblico hanno ridotto in maniera drastica tutta una serie di servizi pubblici, sociali ed educativi, che avevano consentito una timida socializzazione dellavoro di riproduzione sociale e domestica. Un lavoro che grava ancora, essenzialmente, sulle spalle delle donne. La costante diminuzione di servizi pubblici porta con sé due conseguenze: in presenza di un figlio molte donne sono costrette ad abbandonare il lavoro salariato oppure ad appaltare il lavoro di riproduzione sociale e domestica ad altre donne, quasi sempre immigrate, con il risultato,in questo caso, che l’emancipazione delle donne occidentali viene sempre più spesso garantita dalle donne migranti.  Terza mistificazione svelata: le politiche di conciliazione casa-lavoro sono, spesso, solo fumo negli occhi perché non hanno modificato quasi per nulla la suddivisione fra generi di riproduzione sociale e domestica.

Oggi vi è un numero maggiore di donne  che partecipano direttamente alla struttura di potere in tutte le sue articolazioni. Le donne che fanno le politiche, le giudici, le magistrate, le giornaliste, le ricercatrici, le scienziate sono molte. Il fatto di per sé è positivo perché offre alle donne la possibilità di svolgere le mansioni ed i ruoli che desiderano . Tale percorso emancipatorio  però non ha saputo modificare né la piramide gerarchica, che è ancora saldamente in mano ai maschi, né la natura e la funzione del potere. Quarta mistificazione svelata: la presenza di più donne nelle “stanze” del potere non ne modifica “naturalmente” la struttura anzi, se non è sostenuta da una “coscienza di genere”, rischia di rinsaldarla e ribadirla.

L’imprevisto della storia

In ragione del fatto che si fa sempre più solida una  rinnovata alleanza fra patriarcato e capitalismo, diventa via via più feroce e violento  l’attacco alla condizione donne, seppur con gradualità differenti a seconda della condizione economica, dell’età, della provenienza geografica, dell’orientamento sessuale. Eppure nonostante questo (oppure proprio per questo) assistiamo, imprevedibilmente ed in moltissime parti del mondo,  all’ascesa di un movimento femminista nuovo  e ad un ritrovato protagonismo di donne che scendono in piazza per reclamare il diritto all’autodeterminazione contro ogni forma d’alienazione e di dominio.

Oggi le donne  in moltissime parti del mondo costruiscono pratiche di resistenza e di opposizione. Si sono mobilitate e si stanno mobilitando  contro la violenza maschile in India, in Brasile, in Messico e in Argentina (dove è nata la coalizione “Ni una menos”/ Nonunadimeno ), mentre in Spagna,  in Polonia, in Irlanda sono scese in piazza contro la penalizzazione dell’aborto, in Islanda hanno lottato contro la disparità salariale, in Turchia contro la legalizzazione dello stupro, in Arabia Saudita contro il divieto di guidare, in Iran contro l’obbligo del velo, negli Stati Uniti, sull’onda del “#metoo”, contro le molestie sul lavoro e la violenza di genere. Il movimento delle donne curde ha combattuto contro il Daesh e  si è assunto responsabilità politiche importanti e riconosciute nella realizzazione del progetto del Rojava.

Il femminismo dunque torna sulla scena politica in moltissime parti del mondo, per ragioni e con modi differenti, ma con la medesima determinazione: sperimentare nuove forme di convivenza e nuovi modelli di relazioni sociali unendo la lotta contro la violenza maschile sulle donne a quella contro la precarizzazione del lavoro  contrastando insieme l’omofobia, il sessismo, il razzismo.

Un movimento femminista di dimensione internazionale capace di svelare le intersezioni fra genere, classe e “razza”.

Un movimento che sembra aver riscoperto, per dirla con Michel Focault, che “il potere della dominazione è  al tempo stesso il potere di contestare la dominazione”

Gli esiti di questa ripresa di lotta, di pratica e di parola non sono scontati. Risiedono nella capacità di capire cos’ è questa nuova ondata di protagonismo femminista e qual’è la sua origine, nella volontà di costruire rotte, percorsi, tappe condivise, nella paziente tessitura di relazioni, nella capacità di contaminare e contaminarsi per dare gambe alla lunga marcia delle donne non ancora terminata ed appena ricominciata.