Per una Toscana di sinistra

di Moreno
Biagioni

ovvero riusciranno i nostri eroi a ritrovare in Toscana quel “popolo della sinistra” misteriosamente, ma non troppo, scomparso nel nostro Paese? –                 

Un’esperienza positiva – La lista “Toscana a sinistra” che si presenta alle prossime elezioni regionali, candidando Tommaso Fattori alla presidenza della Regione, prosegue un’esperienza positiva, nata 5 anni fa dal tentativo di rimettere insieme quel che rimaneva della sinistra partitica con realtà associative e di movimento presenti in varie parti della Toscana: 

un tentativo che è riuscito ad eleggere due consiglieri (Tommaso Fattori e Paolo Sarti),

una esperienza che si è caratterizzata per la sua capacità di collegarsi alle vertenze locali, alle lotte per l’ambiente, per il lavoro, per i diritti, contro il razzismo, ed ogni tipo di intolleranza e discriminazione.

Si è avuto così una presenza in Consiglio che non ha dato tregua alla Giunta ed alla maggioranza, contestandone le scelte, avanzando proposte alternative, riuscendo anche a farne approvare alcune dall’assemblea consiliare.

La sua importanza è data, quindi, dal ruolo che ha svolto ed anche dal fatto di essere un progetto di ricostruzione della sinistra in un momento in cui la sinistra in Italia è ai suoi minimi storici, anzi sembra quasi cancellata dalla vita politica: a meno di non considerare di sinistra PD e Cinquestelle – ma bisognerebbe essere dotati di parecchia immaginazione -, è l’unico Paese in Europa, o quasi, ad averne una così scarsamente rappresentata nelle istituzioni (in alcuni – Portogallo e Spagna – è addirittura al Governo, in altri – Gran Bretagna, Francia, Germania – si presenta come forza di opposizione, con consistenze diverse, ma comunque di un certo rilievo).

Tanto che la destra nostrana, sempre invece ben presente, unitaria benchè articolata – si va dal fascio-leghismo, attualmente egemone, al conservatorismo berlusconiano -, se la inventa una sinistra, qualificando in tal modo il PD ed il partito pentastellato (anzi, definendo comunisti gli ultramoderati “democratici” e il governo attuale quello più di sinistra che ci sia stato in Italia).

TINA (There is not alternative) – Si ha così una situazione paradossale, per cui “there is not alternative” – il famoso TINA della Signora Thachter -: l’unica alternativa possibile al governo attuale di centro (non lo sposta da tale collocazione la partecipazione della piccola pattuglia di LEU – Liberi ed uguali – con il Ministro Speranza), incapace fino ad oggi di annullare gli orrendi decreti sicurezza salviniani, sarebbe Salvini medesimo al         2 potere, con tutto quello che ne consegue – di indubbio peggioramento          rispetto alla situazione odierna (si andrebbe addirittura nel “bestiale”, come si può ben dedurre dai provvedimenti presi dal Salvini ministro, nel breve periodo in cui ha ricoperto, con la connivenza dei Cinque-stelle, tale incarico) -.

Si direbbe che chi ha ancora idee e propositi di sinistra si trova in un vero e proprio “cul de sac”.

Molteplici sono le ragioni di una simile condizione, a cominciare dal suicidio del PCI, che era punto di riferimento dell’allora “popolo di sinistra”, ritrovatosi orfano, nonostante una fiducia mal riposta, ma solo per un certo periodo, in quello che avrebbe dovuto esserne l’erede, il PDS, poi PD. 

Molto ha giocato, in questa opera di decostruzione, il mito della modernizzazione, intesa come adesione al neo-liberismo (entra in campo nuovamente il TINA di thacteriana memoria), l’abbandono completo della prospettiva socialista, la messa in discussione, per una certa fase, del termine stesso di “sinistra” (sulla base del ragionamento che, non esistendo più le classi – facendo propria la teoria della “fine della storia” e del “pensiero unico” – non aveva più senso dividersi in destra e sinistra: ciò, in effetti, dimostrava che la lotta di classe c’era ancora, ma la stavano vincendo i detentori del potere, come ha sostenuto in un suo libro Luciano Gallino).

Non è certo stato sufficiente a contrastare tale deriva il riproporre vecchie gloriose, ed un po’ logore, bandiere, senza dar corso, nella teoria e nella pratica, ad un rinnovamento profondo del progetto della sinistra, in grado di tener conto dei “saperi” non accademici, nati dal basso, di quanto cioè stava maturando nei movimenti femminista, ambientalista, per i diritti delle minoranze, e nelle nuove condizioni di lavoro, sempre più basate sul precariato.

La frattura tra società civile attiva e e realtà politico-partitiche – Di conseguenza, vi è stata una frattura netta, un fossato che è cresciuto nel tempo, fra la società civile attiva – quella impegnata in iniziative di solidarietà, di accoglienza, di inclusione, di tutela dei diritti, dell’ambiente, della convivenza pacifica – e la militanza, sempre più ridotta, politico-partitica. Per cui ha continuato ad esistere una “sinistra” sociale (gli obiettivi su cui si muove la fanno definire come tale), molto frammentata, divisa, auto-referenziale – ciascuno spezzone si occupa soltanto dei temi che affronta,  senza una visione generale – ed è venuta quasi del tutto a     3   mancare quella politico-partitica, che avrebbe potuto dare all’altra una rappresentanza nelle istituzioni, limitata ormai, quasi del tutto, ad una       questione, molto personalizzata, di occupazione di posti di potere. Da     questo punto di vista il popolo di sinistra si è disperso (nell’illusione di trovare un punto di riferimento nei Cinquestelle, nell’astensione dal voto, in crescita progressiva, nella perdurante e masochistica adesione al PD, nel sostegno, ultraminoritario, ai minipartiti della sinistra).

Sono sopravvissute soltanto alcune esperienze locali che hanno cercato di tenere insieme soggetti ed esperienze diverse, di ambito sia sociale che partitico. Ne indichiamo due:

“Firenze città aperta”, che è riuscita ad eleggere due consiglieri al Comune di Firenze (Antonella Bundu e Dimitri Palagi) ed alcuni Consiglieri di Quartiere – uno per Quartiere, due al Quartiere 1 -,

“Toscana a sinistra”, citata all’inizio, in Regione.

Ve ne sono indubbiamente altre di esperienze simili, in giro per l’Italia, importanti perché sono la dimostrazione della possibilità di percorsi unitari, radicali nei contenuti, ma ancor più importanti se divengono parti di un processo più ampio di ricostruzione della sinistra.

Ripartiamo da tre – Sono in qualche modo la riprova che non si parte da zero, ma, alla Troisi, per lo meno da tre.

Ciò non significa che sarà un processo facile e breve.

Comporta la necessità di sviluppare una notevole azione sul piano della cultura, per avere un ruolo nella contesa per l’egemonia culturale.

Significa riaffermare con forza i principi costituzionali, che si sono alquanto persi di vista nel corso del tempo, a partire dall’articolo 11, che “ripudia la guerra” (ed a varie guerre, l’Italia, seppure ammantate di aggettivi nobilitanti – umanitarie e simili – ha partecipato ed ha comunque contribuito, e contribuisce, con il commercio delle armi), per proseguire poi con l’articolo 10, che afferma  il diritto di asilo (a cui siamo venuti meno, ostacolando in più occasioni lo sbarco di chi avrebbe potuto richiederlo), e con l’articolo 3, alquanto inattuato, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale  che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini.

La tensione verso l’eguaglianza – L’eguaglianza, la tensione continua verso l’eguaglianza, è il punto basilare per un soggetto di sinistra, un punto inconciliabile con quanto presuppone l’ideologia della libera concorrenza, della meritocrazia, della corsa al successo, dell’impresa come pilastro       4

della società e del “ciascuno imprenditore di se stesso”, che ha fatto breccia anche a sinistra a partire dagli anni ’80. E non è sufficiente che scenda in campo quella che, ai tempi dei “girotondi”, Paul Ginsborg definì “il ceto medio riflessivo”: occorre che del processo che auspichiamo siano parte   4 attiva gli ultimi/ le ultime, gli/le “invisibili”, quelli/e, per esemplificare, a cui ha dato voce Aboubakar Soumahoro con l’iniziativa degli “Stati Popolari” di domenica 5 luglio a Roma. Perché è soltanto con il loro protagonismo che si potrà recuperare la tensione per il cambiamento – a livello sociale, culturale, politico -, ingrediente indispensabile di ogni progetto di sinistra.

Non avere più un’idea di società, anche utopica, verso cui tendere è stato, e continua ad essere, un nostro gravissimo limite.

L’utopia è l’orizzonte che non si raggiungerà mai, che si sposta sempre in avanti mentre avanziamo, ma che, come afferma Eduardo Galeano, ci sprona a continuare il cammino.

Senza ombra di dubbio, la ricostruzione complessiva che dovrà andare avanti ha bisogno di tempo.

Per il momento l’impegno maggiore deve essere indirizzato al sostegno pieno a ciò che è già in campo con caratteristiche che prefigurano il futuro.

Per questo adesso occorre indirizzare tutti gli sforzi nel far riuscire il progetto di “Toscana a sinistra” – in modo che si caratterizzi sempre di più come espressione della sinistra che verrà e non come un coacervo, più o meno amalgamato, di quella che fu -.

Ritroviamo nei suoi punti programmatici quelli che sono stati gli obiettivi di lotte, movimenti, esperienze condotte sul territorio toscano.

Ne indico alcuni fra i principali, e cioè quelli riguardanti:

l’ambiente, contro gli inceneritori ed i termovalorizzatori, contro la cementificazione, contro le grandi opere inutili e dannose, contro il dissesto idro-geologico, per il recupero delle zone abbandonate;

la promozione del lavoro non precario;

una Toscana dell’accoglienza, dell’inclusione, della solidarietà;

una Toscana promotrice di pace, che non abbia più basi militari USA o NATO, od anche italiane, per di più dotate di armi atomiche;

una Toscana sostenitrice della laicità e dei diritti civili.

Si tratta, in conclusione, di impegnarsi – contrastando gli elementi divisivi, che, per smania di protagonismo, vengono comtinuamente introdotti nel dibattito, e trovando le forme più adatte di comunicazione, di sensibilizzazione, di incontro e di confronto – perché tutto ciò non ce lo continuiamo a dire all’interno di un ristretto ambito di attivisti/e, ma         5          divenga patrimonio di una più ampia cerchia di persone, contribuendo alla ricostruzione della sinistra e di quello che fu il “popolo della sinistra”.

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