Per una infrastruttura della sinistra che guarda all’Europa

di Alessandro Tedde –

Noi tutti sappiamo, o quantomeno sentiamo, che esiste uno spazio terzo tra l’europeismo liberal e il nazionalismo social, a cui abbiamo provato a dare un nome alle scorse elezioni: chiamare la lista che abbiamo promosso “la Sinistra” è stato un elemento di chiarezza che si aggiungeva alla presenza dei simboli dell’europartito della Sinistra Europea (SE) e dell’eurogruppo della Sinistra unitaria europea (GUE).

Questa chiarezza nominale ha avuto il limite di essere emersa a ridosso delle elezioni, dove i tempi frenetici non consentono di trasformare gli auspici di “unità e autonomia” in molto più che un sentimento di “tolleranza e diffidenza”: è un limite che, memori del passato, ci è noto e che è possibile superare non lasciando decadere il comune perimetro costruito, anzi tenendolo al riparo dai continui rovesci che conosce la politica nazionale.
“Viviamo in tempi in cui lo stato di emergenza è divenuta la regola”, ha scritto Walter Benjamin. Per non limitarci a sopravvivere, non possiamo guardare alla singolarità di ogni evento imprevisto, ma alla regolarità con cui si ripropongono e provare a dare una regola alla emergenza, ovverosia a lavorare come se essa non fosse tale.

Per questo voglio ritornare su di un passo della recente lettera che ho condiviso con Andrea Allamprese, dove accennavamo alla opportunità di dare un nome e un volto agli elettori de “la Sinistra”, rilanciando che, oltre ai loro nomi e ai loro volti, dovremmo puntare a conoscere le loro storie, non solo attraverso gli strumenti freddi dell’analisi della composizione sociale del voto (qualcuno l’ha fatto?), ma anche attraverso un’inchiesta, scientificamente fondata, per capire chi effettivamente componga questo terzo spazio che sappiamo esistere, ma che non siamo ancora in grado di individuare con nettezza.

È chiaro che senza strumentarla, questa proposta rischia di trovare esclusivamente spazio nel libro dei buoni propositi: serve evidentemente una infrastruttura italiana dello spazio europeo della sinistra. Uno spazio che si compone di un gruppo parlamentare che ha al suo centro un partito: un punto su cui vorrei fare chiarezza.

L’affinità ideologica tra il Partito della Sinistra Europea e il gruppo della Sinistra Unitaria Europea non è sinonimo di sovrapponibilità: non solo perché, a differenza di quanto pensino i liberali (da ultimo Matteo Renzi), un gruppo parlamentare non è un partito, in quanto assolvono a funzioni diverse seppur coordinate, ma anche perché, nel caso specifico, il gruppo del GUE è un’entità più articolata di quella della SE. Esso ha una dimensione confederale che tiene all’interno, ad esempio, la specificità della sinistra verde nordica, ma anche altre esperienze, come Podemos, che non sono riconducibili in via immediata alla storia tradizionale della sinistra. Ecco, nel mio voto a “La Sinistra”, io ho sentito con forza che tale lista rappresentasse innanzitutto questa pluralità e articolazione che sono proprie dell’eurogruppo del GUE, trattandosi d’altronde della lista elettorale che competeva per eleggere dei parlamentari che poi sarebbero confluiti in quel gruppo.
Altresì è vero che la lista de “La Sinistra” non sarebbe potuta esistere in quei termini se non avesse avuto al suo interno il nucleo italiano del partito della SE, così come, in Europa, mi è difficile immaginare un GUE senza la EL. Ecco dunque che, per quella necessaria regolarità della politica che stiamo cercando, dovremmo provare a rispettare questa duplice esistenza, che è anche una duplice funzionalizzazione, anche da noi.

Ritengo che il perimetro de “La Sinistra”, che accomuno a quello del GUE, debba presentarsi come fortemente poroso, cioè capace di consentire con semplicità – anche organizzativa – il dialogo con ciò che si muove, sempre a sinistra, nel terreno più ampio della militanza strettamente politica: immagino (perché solo questo posso fare, nella posizione in cui mi trovo) un meccanismo di porte aperte, molti luoghi di discussione e di confronto tematico fortemente connessi all’operato dell’eurogruppo del GUE, anche con riferimento e a supporto delle delegazioni nelle varie commissioni tematiche dell’Europarlamento, cercando di superare il limite di non avere una rappresentanza “nazionale” con il richiamo internazionalista alla comune affiliazione europea. Non richiedendo un’adesione “forte” a chi vorrà partecipare, questa infrastruttura italiana del GUE sarebbe conseguentemente una struttura sì articolata, ma leggera, di raccordo verticale tra Bruxelles (Strasburgo) e il territorio nazionale, oltre che di raccordo orizzontale tra settori tematici e segmenti di società, militanza e movimento, sempre con l’intento di uno sbocco nelle istituzioni europee.

Diversamente, credo che l’adesione (collettiva o individuale) all’europartito della SE costituisca un elemento più forte e strutturato: una questione che dovremmo porre anche in Europa, perché necessita di una risposta politica e organizzativa più solida.

Il partito della SE, e le organizzazioni come transform! che con esso si rapportano, svolgono meritoriamente sul piano europeo un’opera di analisi e approfondimento che andrebbe maggiormente veicolata in Italia, anche investendo di più sul gruppo italiano dell’uno e dell’altra, con il fine di sprovincializzare il dibattito nazionale: un problema ricorrente in Italia, se si pensa che gli stessi costituenti eliminarono la più parte dei riferimenti nazionali dal testo della Costituzione, con l’intento di costruire una Carta a vocazione “più che nazionale”, ovverosia che fosse rivolta a “rifondare l’ordinamento a partire da un processo di ‘sprovincializzazione’ dei punti di riferimento e dall’accoglimento di un’impronta e di una vocazione universalistiche (1), che poi si ritrovano, fin da subito, nell’affermazione di fondare la repubblica democratica sul lavoro, fattore e soggetto universalistico per eccellenza.

Sprovincializzare lo Stato e intanto costruire una repubblica delle autonomie: sembrerebbe quasi un ossimoro questo duplice intento dei costituenti, che invece non è tale.

Proprio la conformazione, passata e presente, della sinistra ci mostra che, spesso, federare significa unire i vertici, cioè rafforzare i centri esclusivi di potere, mentre costruire una res publica, cioè una libera comunità di eguali partecipanti, significa investire sulla loro autonomia, cioè sulla capacità di darsi delle regole senza attendere imposizioni dall’alto, ma senza neanche pretendere di imporsi agli altri (ché autonomia non è sovranità: ma questo meriterà un approfondimento successivo).

Ecco, noi sappiamo che questo terzo spazio della sinistra pullula di autonomie collettive (partiti, associazioni, movimenti) e individuali (intellettuali, ricercatori, militanti). Ciò che possiamo (dobbiamo) fare noi è costruire una infrastruttura che le colleghi in una res publica, cioè in una res populi, uno spazio comune a tutti i consociati. Un compito per l’oggi, ma che guarda al futuro e non alla contingenza.

1. Onida, Valerio. La Costituzione ieri e oggi. Mulino, 2008; cfr. Casonato, Carlo. Lezioni sui principi fondamentali della Costituzione. Torino: Giappichelli, 2010, p.3.

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