Pensare la scuola ai tempi del COVID19

di Francesca
Lacaita

La data di inizio dell’anno scolastico 2020-2021 è stata fissata ufficialmente per il 14 settembre, con l’utilizzo già delle prime due settimane del mese per le attività di recupero degli apprendimenti. Per quanto riguarda le modalità nel loro dettaglio, esse sono naturalmente demandate alle singole scuole secondo il principio dell’autonomia, ovvero all’esito delle consultazioni tra scuole, uffici scolastici regionali, enti locali, istituzioni pubbliche e private ecc., previste dalle linee guida del Piano scuola 2020-2021. I problemi maggiori sono dati innanzitutto dai tempi: riusciranno le scuole a funzionare in sicurezza a partire da settembre, considerate le poche settimane a disposizione dalla pubblicazione delle linee guida, che è avvenuta solo alla fine di giugno? Certezze su come si configureranno le scuole post-lockdown chiaramente non ci sono, ma qualcosa comunque si sa. E su quella vale la pena riflettere.

Si sa, per prima cosa, che non si è voluto o potuto procedere per tempo all’assunzione straordinaria di docenti, anche a tempo determinato, per consentire sdoppiamenti o articolazioni particolari delle classi, optando invece per possibili aggiustamenti caso per caso. In altri termini, il Coronavirus non è stato ritenuto ragione sufficiente per invertire una politica decennale di sostanziale disimpegno dal punto di vista delle “risorse umane”. A suo tempo l’allora ministra Gelmini aveva (falsamente) dichiarato che il 97% della spesa per l’istruzione andava in stipendi, che il numero di docenti in Italia era in eccesso e che andava ridotto per una migliore qualità didattica. Fatti i tagli, oggi i toni non sono più così truci, ma resta sottintesa l’idea che la via a una maggiore qualità dell’istruzione passi soprattutto per le “tecnologie” o per “metodologie didattiche” la cui bontà pare direttamente proporzionata alla sua vaghezza in termini operativi. Naturalmente non si vuole qui fare i passatisti; le nuove tecnologie e metodologie sono di per sé senz’altro apprezzate. Ma ci si aspetterebbe quantomeno di vedere un rapporto esplicito, diretto, con i bisogni “umani” (degli studenti, o degli insegnanti). Altrimenti si riduce a una sorta di “consumismo dall’alto”. O alla subordinazione delle necessità “umane” a interessi di altro tipo, mortificando le stesse ragioni della pedagogia e della didattica.

L’introduzione dell’informatica nella scuola (una delle famose tre i) è significativa da questo punto di vista. Il libro di Marco Gui, Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio? (Il Mulino, 2019), ripercorre, in maniera sfumata e articolata, le problematiche sul tema, mostrando come sia proprio il prescindere acriticamente dalle situazioni concrete e da considerazioni didattiche a produrre gli inconvenienti maggiori. Di tale acritico prescindere si sono date varie manifestazioni, soprattutto all’inizio del lockdown, nella pubblicistica e in settori della burocrazia scolastica, quando sembrava che si volesse approfittare dell’occasione per tentare una terapia shock digitale sulla scuola italiana. Certamente, la realtà delle gravi disuguaglianze digitali nella didattica a distanza ha in parte ridimensionato le velleità, anche se la portata di tali disuguaglianze e le loro implicazioni non sembrano essere pienamente percepite o comprese né dai decisori né dalla pubblicistica. Il Piano Scuola da un lato opportunamente esclude dalla didattica a distanza gli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, dall’altro cerca di dare appigli per una normalizzazione di tale didattica, annunciando Linee guida per la Didattica digitale integrata (a tutt’oggi non note) con indicazioni su materie quali, tra l’altro, le metodologie e gli strumenti per la verifica, la valutazione, e gli alunni con bisogni educativi speciali.

La didattica digitale da potenziare è senz’altro quella che si può fare in classe, o per far fronte a determinate, specifiche situazioni. Una didattica a distanza causata da una ripresa della pandemia deve essere vista come una tragica emergenza, alla cui eventualità è certamente bene essere pronti, ma senza dimenticarne mai il carattere sia emergenziale sia tragico. Durante il lockdown oltre il 12% degli studenti è stato escluso dalle attività didattiche. Non è la stessa cosa seguire una lezione da un computer, da un tablet o da un telefono cellulare, dalla propria camera o dal bagno, quale unico punto tranquillo della casa (e magari essere costretti ad attivare la videocamera). Per non dire di tutti i problemi legati alla connessione internet, che costituiscono la maggiore criticità della didattica a distanza e che sono stati infatti lamentati da quasi la metà degli studenti. Si comprende facilmente che una lezione in cui la voce scompare o si riduce a un rumore indistinto o il volto si “congela” è in ogni caso una lezione pessima, che solo una tragica emergenza potrebbe costringere ad accettare. Naturalmente si sta parlando ora solo degli studenti più motivati o diligenti, senza considerare quelli che (e sono tanti) senza il contesto della classe si demotivano e “si perdono”, e che quindi vengono liquidati senza remore come “non meritevoli”, sostanzialmente esclusi. Il fatto che tali situazioni vengano derubricate a inconvenienti inevitabili o a problemi individuali o a questioni di “merito”, dà la misura della deresponsabilizzazione del sistema nei confronti della disuguaglianza e dell’esclusione, e dallo scarto che si è venuto a creare con i principi della scuola della Costituzione.

C’è un solo caso, oltre a una ripresa della pandemia, in cui è invece auspicabile la didattica a distanza. In varie scuole superiori (non nella mia, con voto all’unanimità) si ottempererà all’obbligo di distanziamento, in mancanza di spazi, con la cosiddetta “didattica mista”: a turno, un gruppo di studenti sarà in classe e un altro seguirà la lezione a distanza. Mi è difficile pensare a qualcosa di più contrario alla ragione pedagogica di tale modo di organizzare la didattica. La comunicazione e le modalità di gestione della lezione sono diverse in ciascun caso, e sarà ben difficile mantenere la motivazione o l’interesse nel gruppo “in remoto”, di fatto escluso. Chiunque abbia sperimentato, anche in età adulta, la frustrazione di seguire riunioni in presenza “da remoto” (“mi raccomando, intervenite quando volete”) può ben immaginare l’effetto su adolescenti di questa orrenda parodia della lezione accademica, o della scuola dell’Ottocento. Piuttosto meglio la didattica a distanza per tutti, quale tragica emergenza. Finché non si aboliranno le “classi pollaio”, introdotte, lo si ricordi sempre, con lo scopo di migliorare la qualità dell’insegnamento. Finché non si troveranno spazi adeguati. Finché non si potrà tornare in classe, che è il vero contesto in cui può avvenire il dialogo, l’aiuto reciproco, l’osservazione critica, la crescita. Da anni ormai l’imperativo a cui sono sottoposti le varie componenti del mondo della scuola (dagli insegnanti al personale non docente, dagli allievi ai genitori) è adattarsi. Adattarsi ai tagli, all’aumento dei compiti e delle mansioni, a classi grandi in aule piccole, a strutture e attrezzature carenti, a “innovazioni” calate dall’alto, a confronti e competizioni interscolastici, “interregionali” e internazionali, al lockdown e al post-lockdown, senza che vengano mai considerati gli impatti sulle relazioni e sulle condizioni reali e concrete del maggior numero, mentre permane nel mondo esterno l’immagine di una scuola pachidermica e inerte. Un tempo a sinistra si era comunque interessati alle condizioni e alle relazioni reali e concrete della scuola e nella scuola. Che cosa è successo nel frattempo per passare a un disinteresse quasi totale?

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Loredana Fraleone
    30 Luglio 2020 9:31

    Apprezzo e condivido l’articolo, anche sulla pagina Cultura Scuola Università Ricerca del PRC, l’unica obiezione è che bisogna ormai essere precisi quando si parla di sinistra, ci si riferisce al PD? che si considera ancora di sinistra? Il PRC che si occupa costantemente di scuola non esiste perché non è in Parlamento? Mi piacerebbe interloquire su questo.

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    • Francesca Lacaita
      3 Settembre 2020 13:15

      Ciao Loredana, scusa se ti rispondo così tardi ma vedo il tuo commento solo adesso. Personalmente NON considero il PD di sinistra (al massimo di centrosinistra), ma non volevo fare un discorso di partito. Mi riferivo alla cultura “diffusa” di sinistra, dentro e fuori il parlamento, dentro e fuori i media, che include di fatto anche elettori del PD. È il disinteresse GENERALE per la scuola che fa sì che anche il lavoro che si fa all’interno del PRC non venga adeguatamente valorizzato, a livello di opinione pubblica e di “comune sentire”. Spero di avere risposto…

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