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Pedro Castillo visto dall’Italia

di Franco
Ferrari

Le procedure di conteggio che devono sancire il vincitore delle elezioni presidenziali in Perù sono terminate confermando la prevalenza – di misura – del candidato di sinistra Pedro Castillo sull’esponente della destra liberista e autoritaria Keiko Fujimori. La situazione resta complicata perché è evidente che non si possono escludere tentativi dell’oligarchia e dei suoi rappresentanti politici per impedire che Castillo possa effettivamente insediarsi al potere. Ma questo articolo non si propone di approfondire i vari aspetti della situazione peruviana a cui avevo già dedicato un precedente intervento1 e per la quale offre ulteriori elementi di valutazione l’articolo del marxista latino-americano Manuel Martinez che Transform Italia! ospita in questo numero e a cui rimando. Il mio obbiettivo è di valutare come il successo di Castillo, del tutto inaspettato fino a pochi mesi fa, è stato commentato e interpretato in Italia.

La vittoria del candidato di Peru Libre ha sollevato opinioni contrastanti e anche controversie che possono fornire uno stimolo a considerazioni di valore più generale. Queste riflessioni toccano questioni di metodo e di sostanza che possono orientare giudizi relativi a situazioni politiche diverse. Vicende che suscitano prese di posizioni a volte molto contrastanti anche a sinistra (che sia la Bielorussia o la Siria, la Russia o la Cina, per fare qualche esempio).

Nel caso del vincitore delle elezioni peruviane le posizioni che si sono espresse sulla rete sociale vanno dall’ostilità completa, dovuta alle posizioni conservatrici assunte su temi relativi a cosiddetti diritti civili (aborto, riconoscimento delle unioni dello stesso sesso, ecc.), a esaltazioni entusiaste per la vittoria del “comunista” (o addirittura, per chi ama l’espressione un po’ vetusta, del “marxista-leninista”) Castillo.

Il primo punto che mi sembra necessario richiamare è la necessaria attenzione ai fatti, quale premessa indispensabile a dare una valutazione politica che sia il più oggettiva possibile. Certo i “fatti” non sono tutto (saremmo positivisti) perché vanno interpretati ed inseriti in un contesto, ma contrariamente a quanto sostiene qualche corrente culturale, esistono anche i “fatti” e non solo le interpretazioni o le narrazioni.

Si parla molto da un po’ di tempo, qualche volta in modo strumentale, della diffusione delle “fake news” che in sé non sono un fatto nuovo. Basta andare a rivedere le grandi vicende politiche, soprattutto se sono controverse, come queste abbiano coinciso, nel momento in cui avvenivano, ad una grande quantità di notizie false, per lo più finalizzate a ragioni di propaganda. Quello che è realmente avvenuto è da un lato la velocizzazione e l’aumento esponenziale delle informazioni che circolano, dall’altro la “democratizzazione” della produzione di informazioni (quindi anche di quelle false) che non sono più devolute ai grandi mezzi di informazioni o ai centri di propaganda. Le reti però offrono in generale, a chi lo voglia, molte possibilità di verificare se una determinata notizia sia vera o falsa. Aiuta in questo un approccio che riconosca la contraddittorietà del reale (non esistono solo le notizie che ci confortano nelle nostre opinioni) e che non sovrapponga schemi ideologici alla ricerca delle ragioni di fondo di ciò che accadde.

Nel caso specifico, ad esempio, è possibile verificare con una certa precisione le due questioni che hanno sollevato opinioni contrastanti nelle reti sociali italiane. Le posizioni conservatrici (ma in qualche caso potremmo pure dire reazionarie) di Castillo su alcuni temi socio-culturali erano fatto noto a chi aveva seguito con una certa attenzione la vicenda peruviana. Ne avevo riferito nel mio articolo richiamando anche un testo molto tranchant sul candidato di Perù Libre apparso sul sito della rivista nordamericana Nacla Report, che ha posizioni di sinistra e che si occupa specificamente da decenni della realtà latinoamericana2. Se questo è vero ed è opportuno non nascondere questi aspetti della posizione di Castillo è altrettanto utile, prima di formulare un giudizio politico troppo sommario, tenere conto da altri fatti. Come l’intesa raggiunta da Castillo con Veronika Mendoza, candidata perdente di Juntos por el Peru, che ha posizioni certamente più avanzate di Castillo sulle questioni controverse, ma ha ugualmente deciso di sostenerlo, valutando la necessità preminente di rompere con le politiche neoliberiste e di impedire la vittoria della destra autoritaria della Fujimori. Così come è utile considerare la presa di posizione di Gahela Cari, una delle principali esponenti del movimento transessuale in Peru, militante del partito di Veronika Mendoza, candidata non eletta nelle ultime elezioni legislative, che ha pubblicato sul suo profilo twitter un video che invitava al voto “critico” per Castillo3. Altrettanto necessario è sapere che, a ridosso delle elezioni, il candidato di sinistra ha incontrato esponenti della comunità LGBT+ che in maggioranza hanno deciso di votare per il suo “partito della matita”, tenendo aperto contemporaneamente il dialogo per portarlo sul terreno di una politica coerentemente anti-discriminatoria4.

E a proposito sempre di “fatti” è bene sapere che con Pedro Castillo siamo certamente in presenza di un candidato antiliberista, di opposizione alle politiche economiche e sociali dell’oligarchia limena, ma non di un “comunista”. Avevo ricordato, sempre nel mio articolo, che Castillo era stato per molti anni esponente di primo piano, a livello provinciale, del partito “Peru Posible” fondato da Alejandro Toledo. Partito decisamente schierato contro il regime Fujimori (padre e figlia) ma non collocabile nella sinistra radicale e forse nemmeno nella sinistra tout court. Semmai in un moderato centro-sinistra. Questo è un fatto. Va anche aggiunto che i partiti peruviani negli ultimi decenni sono stati spesso veicoli personali, aggregazioni ideologicamente deboli e quindi l’adesione all’uno o all’altro partito è avvenuta su questioni politiche contingenti piuttosto che su una visione politica complessiva. Comunque questo è un elemento che serve a valutare l’orientamento di Castillo. Così come è un fatto che lo stesso candidato della sinistra abbia dichiarato pubblicamente in diverse occasioni di non essere comunista. In un video disponibile su Youtube si può ascoltare un suo comizio nel quale dichiara: “Non siamo comunisti, non siamo chavisti, non siamo terroristi. Siamo lavoratori”5.

Una volta che si è cercato di approfondire e rendere il più vicino possibile alla realtà il profilo politico e sociale di Castillo resta il problema del giudizio politico. E’ un fatto positivo la sua vittoria elettorale oppure no? Personalmente, se fossi peruviano, al primo turno avrei votato per Veronika Mendoza perché a me pareva, nel complesso, più vicina alle posizioni politiche che considero corrette. Ma un dato di fatto che la campagna elettorale di Veronika non ha avuto successo mentre quella di Castillo ha creato un sommovimento reale nella società peruviana. Ed è anche utile capire perché senza per questo pensare che certe formule o certe impostazioni siano generalizzabili.

Senza nascondere i limiti del candidato e della sua proposta politica (che non sono solo quelli relativi alle questioni di diritti socio-culturali) ma valutando complessivamente l’importanza della scesa in campo di un vasto movimento che ha la sua base nei settori sociali tradizionalmente discriminati della società peruviana, il risultato delle elezioni è un fatto positivo. Considerando l’aspirazione al cambiamento che è emersa con forza si innesta in una ripresa di movimenti progressisti in gran parte dell’America Latina. Si tratta di Paesi (la “Patria Grande”) che presentano al loro interno differenze anche profonde, livelli diversi di maturazione politica e sociale, contraddizioni che, con formula maoista, potremmo collocare “in seno al popolo”.

Se prendiamo la questione dell’aborto, la presenza di comunità con una forte identità religiosa (cattolica spesso ma ultimamente anche evangelica) conduce a posizioni che noi consideriamo – giustamente – sbagliate. In altri Paesi, pensiamo all’Argentina con il grande movimento femminile che ha conquistato il diritto all’aborto, o al Cile con la nuova generazioni di militanti femministe comuniste e di sinistra radicale, si riscontrano diversi gradi diversi di consapevolezza dell’unitarietà della lotta contro tutte le forme di oppressione e di discriminazione.

Preso atto delle differenze penso sia sbagliato un atteggiamento che valuta lo stato dei movimenti di liberazione e di progresso in Paesi diversi dal nostro misurandoli sulla base di uno schema rigido, fissato nel tempo e automaticamente ritenuto applicabile qui e ora in tutto il mondo. Più utile valutare le dinamiche e i processi cercando di cogliere se questi indichino un percorso positivo o regressivo. Penso sia diverso ad esempio il posizionamento di Castillo in Perù, arretrato su temi importanti ma che può evolvere positivamente alla luce dell’azione politica di altre forze presenti sul terreno, rispetto a quello della direzione politica nicaraguense (Daniel Ortega e sua moglie) dove certe prese di posizione rappresentano un arretramento rispetto al punto a cui era arrivato il sandinismo negli anni ’80 e ancora all’inizio degli anni ’90.

Evitare di mettersi a valutare col pennarello le risposte giuste o sbagliate, tenere conto delle posizioni delle forze che riteniamo più vicine e che operano nelle diverse realtà, considerare che i processi reali sono contradittori e che queste contraddizioni non vanno nascoste sotto il tappeto mi sembrano alcuni criteri utili.

Considerare anche, come abbiamo imparato nella storia più antica e in quella più recente, che non sempre basta affidarsi ai nomi che le forze politiche si danno per ritenerle parte di un processo positivo. Non tutte le forze che si proclamano “comuniste” lavorano realmente per fare avanzare un processo di liberazione che si basi sulle classi popolari. D’altra parte sappiamo che questo non è un percorso lineare ma semmai un processo storico denso di contraddizioni. E ciò che è “attuale”, va detto, non è il “comunismo”, ma le contraddizioni e le potenzialità che consentono di far avanzare la costruzione di una società fondata sulla cooperazione sociale e la libertà condivisa e non sul profitto. Il nome che si danno le forze che spingono in avanti il percorso storico, che danno una soluzione positiva alle contraddizioni esistenti, non è nemmeno troppo importante, a mio parere. Più importante il contenuto che esprimono questi movimenti e queste forze politiche. E la nostra capacità di guardale con spirito solidale e senso critico.

  1. https://transform-italia.it/peru-al-voto-america-latina-in-movimento/.[]
  2. La stessa rivista ha poi pubblicato un articolo che valuta positivamente la vittoria di Castillo. https://nacla.org/pedro-castillo-peru-fujimori.[]
  3. https://twitter.com/Gahelatrans/status/1401398474936049665.[]
  4. https://larepublica.pe/elecciones/2021/06/04/elecciones-2021-castillo-converso-con-activistas-sociales-y-reafirmo-lucha-contra-la-discriminacion-pltc/.[]
  5. https://youtu.be/5B-eWLCD0HY.[]
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Dialettica della politica. Rispondendo ad Andrea Amato

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