Pandemia: chi ci guadagna

di Corrado
Oddi

Riparte l’economia, salgono i profitti e cresce la diseguaglianza

E’ stato detto praticamente da tutti. “Niente sarà più come prima”, da questa crisi sanitaria, economica e sociale usciremo diversi da come ne siamo entrati, in meglio o in peggio.
Penso allora sia sensato vedere ora, a qualche mese di distanza dall’emersione della pandemia Covid, qual è la direzione che si sta intraprendendo, quali sono le intenzioni in campo, sapendo che, peraltro, nessuna tendenza è già consolidata e che, da qui al prossimo anno-anno e mezzo molto può succedere.

Però, per l’intanto, diverse cose si possono già dire. Ci si è molto soffermati sia sul tema del crollo della produzione, del deficit/debito pubblico in forte crescita e sulle sostanziose risorse che ci arriveranno dall’Europa, alimentando, da ultimo, anche un certo ottimismo, di un “rimbalzo” maggiormente positivo del previsto degli indicatori economici.


A me interessa, però, provare a prendere le questioni da un altro punto di vista, e cioè quello della crescita delle disuguaglianze e della perdita di reddito e lavoro.


Già il Governatore della Banca d’Italia Visco, nella sua relazione annuale di fine maggio, avvertiva che “per le famiglie che prima dell’emergenza sanitaria erano nel quinto più basso della distribuzione (del reddito), la riduzione del reddito sarebbe stata due volte più ampia di quella subita dalle famiglie appartenente al quinto più elevato”.


Se poi allarghiamo lo sguardo, sono di particolare interesse gli studi dell’Ong Oxfam sulle conseguenze della pandemia: quello uscito ad aprile stimava in circa 500 milioni le persone nel mondo che, a causa di essa, avevano incrementato il numero di quelle collocate sotto la soglia di povertà, mentre quello, uscito qualche giorno fa, segnala l’impennata dei profitti previsti nel 2020 di 32 aziende multinazionali più grandi nel mondo, in particolare i colossi tecnologici, farmaceutici e del commercio online. Si parla di circa 109 miliardi di $ in più rispetto alla media degli ultimi 4 anni, destinati per l’88% alla distribuzione tra gli azionisti. Sempre Oxfam stima una perdita di 400 milioni di posti di lavoro nel mondo nell’ultimo semestre. Per tornare all’Italia, l’Istat ha da poco diffuso i dati sull’occupazione del secondo trimestre del 2020. Rispetto allo stesso periodo del 2019, il numero di occupati scende di 841 mila unità (-3,6% in un anno): calano soprattutto i dipendenti con contratti a termine (-677 mila, -21,6%) e continuano a diminuire gli indipendenti (-219 mila, -4,1%) e quasi la metà di questa diminuzione riguarda la fascia d’età sotto i 35 anni.

Insomma, tutto lascia pensare che ci si stia avviando in un mondo ancora più diseguale di quanto lo era già prima del Coronavirus e dove il lavoro (e il reddito) si riduce, diventa sempre più precario e povero.


Il punto, però, è che queste non sono tendenze naturali o spontanee. C’è chi lavora per questi obiettivi, chi, come peraltro è avvenuto anche per altre grandi crisi del passato, pensa che questa sia una ricetta, se non proprio giusta, perlomeno necessaria.
Poteri economici e finanziari potenti, multinazionali e anche nostrani, che, per riprendere un celebre aforisma del noto magnate della finanza Warren Buffett, pensano che  “la lotta di classe esiste eccome, e la stiamo vincendo noi”.

Di fronte ad una crisi reale del meccanismo di accumulazione capitalistico e anche della sua versione finanziarizzata, si ragiona, da una parte, sul fatto di creare nuovi prodotti/mercati ( da un salto potente verso la digitalizzazione e infomatizzazione del mondo all’estensione del mercato nei beni ambientali) e, dall’altra, ad una conseguente e ridefinita sottomissione del lavoro e della cittadinanza a quest’imperativo.


Prendiamo, per ragionare in piccolo, la Confindustria di Carlo Bonomi. Dopo aver sparso contumelie a destra e manca su un presunto spirito antindustriale che aleggerebbe nel Paese, ora scopre le proprie carte: “rivoluzionare” i contratti di lavoro e “riformare” il sistema degli ammortizzatori sociali. Dove il primo proposito significa riconoscere aumenti salariali irrisori ai 10 milioni di lavoratori dell’industria con contratti nazionali scaduti ( e 3 milioni del settore pubblico), però ricompensati da tanti buoni pasto e risorse per la sanità e previdenza integrativa detassata e privatizzata. Ancor più, per questa via, di fatto ridurre il contratto nazionale ad un simulacro e lasciar spazio alla contrattazione aziendale come leva principale per il riconoscimento salariale e professionale. Il secondo obiettivo, la “ riforma” della cassa integrazione, poi, consisterebbe fondamentalmente nel lasciare ancor più mano libera alle aziende di espellere i lavoratori “esuberanti”, a cui corrispondere una qualche indennità e incentivo per la loro futura ricollocazione (?).


Non  si fa fatica a vedere in quest’impostazioni un’idea per cui il lavoro deve essere sempre più subordinato alle logiche aziendali, di volta in volta fidelizzato o ricattato, in una situazione di sempre più estesa precarietà, che, questa sì, diventa progressivamente la condizione normale del lavoro. Facendo della “solitudine competitiva” delle persone rispetto agli imperscrutabili andamenti di mercato la cifra della dimensione sociale e del lavoro in questi e negli anni a venire. Peraltro, a fronte di ciò, stupisce leggere nelle “Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza ( quello per accedere al Recovery fund, per intenderci) predisposto dal governo che occorre “incentivare la produttività del lavoro con il rafforzamento degli incentivi fiscali al welfare contrattuale e la promozione della contrattazione decentrata”.

Per fortuna, la prospettiva delineata sopra non è né ineluttabile, né così forte. Anche durante la vicenda della pandemia, è potenzialmente emerso un altro punto di vista, quello che parla di una “società della cura” anziché di una “società del profitto”. C’è una percezione diffusa del fatto che l’obiettivo del massimo profitto e la crescita del PIL non possono essere assunti come regolatori di fondo degli assetti sociali e produttivi, soprattutto quando parliamo di beni comuni.


E un’altrettanta domanda diffusa di sanità pubblica, Welfare universalistico, sviluppo orientato da finalità sociali, creazione e redistribuzione di buona occupazione. Per tramutare tutto questo in un processo che possa concretamente realizzarsi serve, però, uno scatto in avanti: del movimento sindacale, che dovrebbe rinnovare la propria rappresentanza e essere capace di unificare le varie figure del lavoro, a partire da quelle più deboli e precarie, dei movimenti sociali, che sono chiamati a superare frammentazione e settorialismi, più in generale, della sinistra politica che dovrebbe avvertire la necessità di delineare anch’essa un progetto alternativo di società. Penso che bisogna almeno provarci.


Artiicolo già pubblicato da ferraraitalia.it, qui riproposto con autorizzazione dell’autore

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