Palestina: che ne è Stato?

di Stefano Galieni – Non è arbitrario affermare che una risoluzione equa della situazione esistente nei territori attualmente definiti Israele o amministrati dall’Autorità Nazionale Palestinese, influirebbe in processi di trasformazione diplomatica delle crisi che attraversano l’intero vicino oriente e di parte dei paesi del Nord Africa. La scelta di Trump, grossolana e foriera di ulteriori conflitti, allontana qualsiasi soluzione e, unita ad un plateale disimpegno dalle aree di tensione, rovescia soprattutto sui paesi europei le conseguenze che ne derivano. I due Stati (tenendo conto di quelli che sarebbero i confini stabiliti nel 1967) occuperebbero complessivamente un territorio poco più grande di Lazio e Abruzzo eppure, in un’area così ristretta si concentrano ormai oltre 100 anni di conflitti.

Alcuni dati sono emblematici: una parte enorme della popolazione palestinese è costretta all’esilio, in condizioni di totale subalternità in Libano, con maggiori possibilità di divenire cittadini in Giordania, ma soprattutto dispersa in gran parte del pianeta. Una condizione avvilente: i “fratelli palestinesi” sono considerati tali in gran parte del mondo arabo ma quando poi si tratta di garantire diritti, fornire supporto a quella che è una vera e propria perenne diaspora, effettuare pressioni diplomatiche per rendere possibile anche il ritorno e intanto l’organizzazione degli esuli, allora entrano in ballo interessi nazionali, diffidenza, per alcuni Paesi prevale la necessità di mantenere rapporti commerciali, più o meno dichiarati, con Israele e di non creare troppe frizioni con gli USA e i suoi partner. Un tempo e senza alcuna nostalgia, la divisione in blocchi offriva maggiori chance alle organizzazioni palestinesi nei Territori occupati e della diaspora ma oggi né la Lega Araba né tantomeno gli organismi internazionali si sentono vincolati da far rispettare almeno le risoluzioni approvate. Da alcuni anni, sui gommoni che partono dalla Libia o dagli altri paesi nordafricani, è aumentata la presenza di richiedenti asilo palestinesi per cui all’assenza di prospettive politiche si sommano la repressione costante – non si conta il numero di caduti e di feriti, soprattutto minori, nelle quotidiane manifestazioni – e l’assenza di occupazione o di accesso a forme di reddito sufficienti. Una debacle umanitaria oltre che politica i cui effetti più drammatici forse non si sono ancora potuti percepire.

Elencando alcune delle problematiche principali, nel loro riflesso sui conflitti dell’area, è più facile comprenderne l’entità. C’è una questione solo apparentemente simbolica che riguarda Gerusalemme (per i palestinesi e i musulmani tutti Al Quds, “La Santa”). È stato già difficile accettare la sua divisione in aree di influenza ma è impossibile poterla considerare la capitale di Israele. Basti pensare che nelle sue piccole dimensioni il Muro del Pianto, luogo fondamentale per chi professa la religione ebraica è antistante la spianata della grande moschea Al Aqsa e della “Domus of the rock” luogo di culto per i palestinesi e meta agognata per buona parte del mondo arabo. In buona parte del pianeta o questo diviene luogo libero e aperto o inevitabilmente sarà simbolo di un contrasto che più che fra “civiltà” (Hudginton ha una visione prettamente geopolitica) è fra colonizzati e colonizzatori, fra oppressi e oppressori. Oggi chi innalza la bandiera palestinese e proclama l’intenzione di rimettere al centro tale questione riacquista un consenso politico e popolare che va ben al di là delle reali volontà di dare seguito a tali dichiarazioni. In seconda battuta si pone il problema annoso del “diritto al ritorno”, considerato inaccettabile da Israele, necessario dai paesi che ospitano le più grandi comunità di rifugiati, in particolar modo Libano, Siria e Giordania. In alcune aree del Libano la condizioni di esclusione dei tanti profughi hanno portato a forme di autoorganizzazione che garantiscono margini di autonomia in alcune enclaves. Campi certamente che separano dal resto del Paese ma in cui si determinano forme di autorità parallele e meno disponibili a qualsiasi compromesso con Israele rispetto a quanto accade all’interno dei Territori occupati di West Bank e Gaza. E questo, terzo punto, demanda alla necessità, anch’essa ormai connotata con dimensione internazionale, rispetto alle prospettive future. Il silenzio assenso con cui si è permesso dal 1967 ad oggi di realizzare insediamenti nei Territori Occupati ( i cosiddetti settlement) dotati di propria autonoma vita, con proprie vie di circolazione che oltre che essere inibite alle popolazioni palestinesi separano città e villaggi riducendole a piccole molecole il cui collegamento è permesso o, più spesso, vietato dalle autorità del Paese occupante, rende impossibile fattualmente di tornare alla logica dei “due popoli, due Stati”.

Oggi di Stato ne esiste soltanto unico, profondamente nazionalista e caratterizzato dall’appartenenza religiosa. La presenza in parlamento, peraltro cresciuta, delle popolazioni arabe abitanti i territori occupati nel 1948, non garantisce alcun equilibrio mentre l’amministrazione palestinese, anche con le sue divisioni interne in West Bank e Gaza Strip, può gestire a stento solo parzialmente la propria già debole autonomia. Si fa strada, per ora nei circoli più politicizzati delle elites di sinistra israeliane e palestinesi, l’ipotesi dello Stato binazionale, in cui venga messa in secondo piano l’appartenenza religiosa e vengano garantiti i diritti di entrambi i popoli. Ma questo presuppone il ritorno degli esuli, lo smantellamento dei muri eretti soprattutto attorno a Gerusalemme, la rinuncia israeliana ad almeno una parte degli insediamenti che impediscono all’economia palestinese di esistere. Fra i tanti problemi che la situazione attuale determina c’è quello dell’accesso alle fonti idriche oggi in gran parte in mano a Israele. Se un percorso del genere provasse a muovere i primi passi, sovvertendo anche le rigidità degli Accordi di Oslo oramai inapplicabili e se le Nazioni Unite facessero il loro imparziale dovere si aprirebbe uno spiraglio che rafforzerebbe percorsi di democratizzazione che non riguarderebbero solo Israele e Palestina ma buona parte dei Paesi interessati al conflitto.

Un sogno del genere – è realistico definirlo solo così- metterebbe però in crisi regimi consolidati, dirotterebbe anche tante rivendicazioni verso i detentori del potere in alcuni Paesi e porterebbe a cercare un rapporto diverso con l’UE e con gli Stati Uniti. Forse è anche per questo che si preferisce dopo un secolo, continuare ad usare la Palestina come simbolo ma mai come tema concreto di scelte politiche, economiche e sociali. La questione palestinese è e resta scomoda a Damasco come a Tripoli, a Riad come a Il Cairo e proprio in ragione di ciò non può restare ai margini o essere gestita alla Trump ma dovrebbe e potrebbe vedere, anche nell’UE un attore attento.

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San Michele e la Bestia
Il cambiamento è necessario

3 Commenti. Nuovo commento

  • Pier Giuseppe Arcangeli
    5 Febbraio 2020 19:45

    Molto vero, molto difficile da praticare… ma anche per questo molto vero e in certo senso ‘nuovo’ anche a sinistra, se lo si prende sul serio. Grazie Stefano.

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  • Sì, lo stato unico esiste già nella Palestina storica, nel senso che Israele la possiede, la occupa e la controlla interamente, con un sistema di apartheid per i palestinesi della Cisgiordania e di “etnodemocrazia” per i cittadini israeliani ebrei (o, come gran parte di quelli originari dalla Russia, non ebrei ma almeno bianchi ed europei). Israele è per legge “stato ebraico” in cui solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione. Ne consegue che uno stato binazionale significherebbe l’ennesima turlupinatura per i palestinesi che continuerebbero a dipendere interamente da Israele per i rifornimenti di acqua, energia elettrica, rete di telefonia mobile, aeroporti, ecc. L’unica soluzione “equa” è uno stato unico, laico e democratico NON per ebrei e arabi, bensì per israeliani e palestinesi, inclusi i profughi. Quindi fine del progetto sionista dello stato ebraico. Non è per domani né finché durano gli attuali equilibri geopolitici.

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  • Sì, lo stato unico esiste già nella Palestina storica, nel senso che Israele la possiede, la occupa e la controlla interamente, con un sistema di apartheid per i palestinesi della Cisgiordania e di “etnodemocrazia” per i cittadini israeliani ebrei (o, come gran parte di quelli originari dalla Russia, non ebrei ma bianchi ed europei). Israele è per legge “stato ebraico” in cui solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione. Ne consegue che uno stato binazionale significherebbe l’ennesima turlupinatura per i palestinesi che continuerebbero a dipendere interamente da Israele per i rifornimenti di acqua, energia elettrica, rete di telefonia mobile, aeroporti, niente esercito, non uno stato sovrano . L’unica soluzione “equa” è uno stato unico, laico e democratico NON per ” ebrei e arabi” bensì per israeliani e palestinesi, inclusi i profughi, in altre parole la fine del progetto sionista di uno stato ebraico su l’intera Palestina storica, privo di palestinesi. La pulizia etnica si può fare in molti modi!

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