Ovvero quando i bianchi si accorsero di tutte quelle statue di bronzo

di Francesca Sabatini e Valeria Morea da http://www.culturefuture.net/

Aneddoto contestuale 

A fine 2017, un treno mi portava da Bruxelles a Rotterdam, dove mi sarei trasferita. Pressappoco all’altezza di Anversa, assistevo a un dialogo profondamente imbarazzante. Un ragazzo di Varese – professione tatuatore – incalza una ragazza statunitense – professione artista visiva – con l’insistente domanda ‘where are you from, exactly’. Dopo cinque sei volte che la domanda veniva rispedita al mittente – I’m from the U.S. – il ragazzo cedeva, svelando l’intenzione di scoprire perché quella ragazza americana avesse la pelle così scura, quasi nera. Lei lo gela – There are centuries of history you should be aware of that will answer your question. 

Statua di Edward Colston rimossa dai manifestanti a Bristol il 7 giugno 2020. © BBC Bristol.

È caduto Colston a Bristol

La semantica conta. Contano le parole, contano i segni (quelli sulla carta, quelli sullo spazio). I simboli contano. Non è una “semplice” questione culturale – la cultura, in realtà, non è mai semplice – ma un processo che porta con sé storia, politica e la sottile arte della narrativa del potere. E infatti i simboli iniziano a cadere, formando crepe nel muro della geografia urbana.

Non molto dopo l’inizio di proteste che la storia contemporanea globale non potrà dimenticare facilmente, le persone hanno cominciato a prendersela con statue pubbliche di figure di rilievo: conquistatori, coloni, capi di stato, giornalisti. Wikipedia ha una pagina a riguardo in continuo aggiornamento. A Bristol, domenica 7 giugno 2020, i manifestanti solidali col movimento americano Black Lives Matter hanno -letteralmente- tirato giù la statua di Edward Colston, filantropo E commerciante di schiavi. Quasi parallelamente, è partita l’iniziativa ‘topple the racists’, una mappa interattiva e collaborativa per rilevare i monumenti, le statue, le targhe di personaggi celebrati secondo una visione prettamente occidentocentrica (cioè razzista) della storia. 

Mentre la statua di Colston fa in qualche modo da apripista all’allargamento su scala globale di questa ondata iconoclasta per una rappresentazione inclusiva delle parti nella storia pubblica dei Paesi occidentali e non solo, non è di certo la prima volta che qualcuno pone l’accento sulla questione. A ritroso, si ricordino il movimento Rodhes must fall in Sudafrica nel 2015, o l’abbattimento della statua di Cristoforo Colombo a Caracas 2004, successivamente rimpiazzata da quella dell’eroe indigeno Guaicaipuro. Il New York Times ha pubblicato una panoramica di episodi del genere relativamente recenti qui.

Gli studenti attaccano la statua di Cecil Rhodes, rimossa dall’Università di Cape Town il 9 aprile 2015, Sudafrica. © AFP PHOTO / RODGER BOSCH

Cronistoria contemporanea del dissenso

Oggi, oltre a Colston, tante altre statue hanno subito la stessa sorte. Negli Stati Uniti, tanti monumenti ai confederati – il più rappresentativo dei quali è Jefferson Davis – continuano a essere rimossi. 

Una sorte analogamente diffamatoria è toccata, in Europa, alle statue di Churchill (cui è stato affibbiato l’epiteto di racist) e a Leopoldo II re del Belgio – la cui storia, caduta nel calderone di pubblica dimenticanza, è stata in realtà recentemente ripassata nel romanzo Uno scià alla corte d’Europa (Iperborea): sono morti in milioni per le violenze compiute dai suoi soldati. E lì i Belgi hanno tagliato le mani a migliaia di giovani uomini. Se a ciò si aggiunge che Leopoldo aveva un’amante giovane, fin troppo giovane, che suscitava tumulti durante le sue apparizioni pubbliche (sì, questo accadeva ben prima che Montanelli comprasse una dodicenne), il quadro è completo.

Rimuovere una statua, proprio per il valore simbolico di cui è carica(ta), è un gesto che segna un passaggio, inevitabilmente politico, ancor prima che culturale. Un fenomeno per tutti, la distruzione delle effigi dei dittatori, tra cui quelli sovietici particolarmente vividi nella memoria collettiva del recentissimo passato.  Ironia della sorte, proprio gli USA hanno reso celebre questa pratica al rovescio, con la rimozione della statua di Saddam Hussein, creando un contenuto mediatico pubblico (il video della deposizione e la sua martellante riproduzione televisiva) che ha servito uno scopo di propaganda paradossalmente analogo a quello che serviva la statua: celebrare un obiettivo politico.

Gli insigni (e controversi) precedenti storici percorrono la trama dell’umanità dall’antichità a oggi: il Faraone Akhenathen (1385  – 1350 a.C.), iniziato al culto monoteista (eterodosso nel mondo egizio), ordinò la distruzione di tutte le statue che venerassero altre divinità; ma è la distruzione di immagini religiose durante l’impero bizantino l’esempio più significativo – fra l’VIII e il IX secolo i pauliciani, sotto l’influsso dei vicini fratelli islamici, avviarono la sistematica distruzione delle immagini sante in quella che divenne una guerra ideologica a colpi di simboli di insospettabile efferatezza, fatta di eccidi e avvelenamenti. La Riforma Protestante, con la sua rilettura radicale di dogmi e simbologie, non poteva parimenti essere esente dal fervore iconoclasta: e infatti statue, manoscritti e dipinti furono distrutti in nome dei versetti del Pentateuco che proibivano la venerazione delle immagini.

Infine, la suggestione per l’iconoclastia, e la testimonianza dell’importanza dei simboli “pubblici” nelle narrative del potere, arriva fino a oggi ed è quella da cui prende le mosse Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk; la guerra delle effigi, frutto di un’inquieta recalcitranza verso la modernità, è quella che muove i miniaturisti islamici in Turchia e Persia a osteggiare le immagini che provengono dall’Occidente, perché dotate di un dettaglio fatalmente imperdonabile: la prospettiva.

Iconoclastia 

Cosa significa togliere una statua? Facciamo un passo indietro. Cosa significa mettere una statua? In un articolo ispirato da fatti recenti, Jonathan Beecherd Field ha affermato che alcune statue sono come filo spinato: la visione semplicistica per cui abbattere le statue significa “cancellare la storia”, secondo lo storico, pone in sordina una dimensione cruciale di questo atto distruttivo, ovvero che le statue sono un simbolo imposto allo spazio dalla volontà concorde di alcuni individui. In altre parole, le statue non vengono erette per “non dimenticare la storia”, cioè per contestualizzare e far riflettere: le statue sono lì per celebrare. Ed è su questo significato che occorrerebbe indagare. In effetti, un’occhiata un po’ meno che superficiale a Wikipedia permette di scoprire che alcuni monumenti rimossi negli stati confederati degli USA erano stati installati in un periodo storico successivo e già molto diverso da quello cui gli individui rappresentati appartengono. Ad Asheville, North Carolina, il monumento al leader sudista Zebulon Baird Vance è stato inaugurato nel 1938 (lo stesso anno della notte dei cristalli). 

Arrivano i moderati

La distruzione delle statue, soprattutto quando ha assunto una dimensione sistematica e “trasferibile” a più contesti e realtà, ci ha fatto parlare: ho intrattenuto conversazioni innumerevoli con conoscenti e amici sulla questione.

Alcuni si mostravano costernati da cotanta violenza: “non è così che ottieni un cambiamento”, mi hanno detto in molti, condannando indignati il furor di popolo. Ma allora come, esattamente, si ottiene il cambiamento? Da dove partire? C’è anche chi mi ha detto che quelle statue sono “un problema culturale”, non politico. Ma davvero i due piani possono essere realmente scissi? E quand’anche possono essere scissi, davvero il valore artistico o culturale (ma che vuol dire, in questo contesto, culturale?) di quelle statue può essere considerato “intoccabile” a fronte della problematica semantica del potere che implica?

Dopotutto, nessuna di quelle statue è stata posizionata lì in ragione della sua bellezza intrinseca; non è lì per dilettare, o per far sostare i passanti sotto la sua ombra protettiva in un giorno assolato. Quella statua, si è detto, è lì non in quanto arte, ma in quanto simbolo encomiastico. Quella statua, più specificamente, è un’operazione semantica, un significante, e in quanto tale ha un significato che a sua volta risulta da una Weltanschauung in cui ci si imbatte, che ci viene imposta storicamente e geograficamente).

Banksy, 9 giugno 2020, Instagram. © @Bansky

In media stat virtus. Non distruggere le statue ma tenerle come monito, come Forrest Gump, che era stato chiamato col nome di un tenente sudista. Si potrebbe allora provare a costruire una statua à la Schrodinger: che c’è ed è abbattuta allo stesso tempo. E in effetti è un po’ quello che ha proposto Bansky, con il suo bozzetto “Everyone happy”. Se vogliamo proprio tenere queste statue, serve una curatela, cioè qualcuno che se ne occupi. Il sindaco di Londra ha istituito una commissione, che ha il compito di affrontare proprio questi temi. Ma per arrivare a ciò, è servito che il problema fosse sollevato. E allora, a rigor di logica, bisogna(va) distruggere le statue. 

Anche se vi sottendono dinamiche differenti (meno “bottom-up”), è esattamente questa “problematizzazione delle narrative” che ha indotto il colosso dello streaming e della produzione cinematografica, HBO, a eliminare Via col Vento dalla sua piattaforma: la narrativa in cui è stato incastonato Via col vento da sempre è quella di “un intramontabile classico, il primo grande, romanticissimo kolossal”. Il fatto però che le due pietre miliari originarie del cinema americano siano un film sudista (Via col vento, appunto) e un film sul KKK e pro KKK (La nascita di una nazione) non può essere narrato e tramandato in termini strettamente artistici o culturali. La manciata di persone che mi hanno chiesto chiarimenti, e cui ho citato passaggi significativamente controversi di libro e film, ha finito col commentare “Non sapevo che Via col vento fosse un film così razzista”. Rimuovere Via col vento o imbrattare la statua di un colonialista, allora, rappresentano atti di censura e di cancellazione del passato, o sono piuttosto un modo di sollevare un problema?

A cosa ci si oppone, quando si invoca la rimozione delle statue? Nel 2016, un anno dopo le proteste in Sudafrica contro Cecil Rhodes (dal quale prende il nome lo stato della Rodesia, odierno Zimbabwe), Amit Chaudhuri ha spiegato con incisività sul Guardian che il problema non sono davvero gli individui rappresentati dalle statue: Most of the controversy generated by the movement has revolved around the figure of Cecil Rhodes – but Rhodes himself is not really central to its aims. What is at issue is an ethos that gives space and even preeminence to such a figure, and hesitates to interrogate Rhodes’s legacy. Le statue devono cadere perché con loro è importante cada il razzismo istituzionalizzato che, senza un segno forte di rottura, nessuno mette in discussione. 

Ammettiamolo, molto spesso non degniamo neanche di uno sguardo queste statue e se anche lo facciamo non ci facciamo ulteriori domande. Perché non c’è mai stato spazio per questo tipo di domande. Anche se non vi eravate mai accorti di queste statue, anche se non vi eravate chiesti davvero chi fossero questi uomini, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

E quindi, dove il linguaggio è tutto simboli, non c’è spazio per la moderazione. Se non c’è giustizia, non c’è pace, ripetono i manifestanti. Nessuno si indigna finché non avviene una qualche rottura. E allora: che si rompa. 

E in Italia? 

Durante il dottorato ho studiato una statua molto particolare a Copenaghen, installata nel 2018 dalle artiste Jeannette Ehlers, danese, e La Vaughn Belle, delle Isole Vergini americane. La statua rappresenta l’ex-schiava ‘Queen’ Mary, leader della rivolta del 1878 che ha portato alla fine della colonialismo danese in questi territori. Il progetto non è stato incoraggiato dalle istituzioni danesi, non fosse per l’appoggio del curatore della gipsoteca che risiede al posto del magazzino dove venivano conservate le merci arrivate dalle colonie. Le artiste se lo aspettavano, giacché era proprio in risposta all’assenza del tema del colonialismo dal dibattito pubblico (e dai libri di scuola) che l’opera d’arte era stata concepita. Questo lavoro mi ha fatto capire che nessuno è davvero esente da un dibattito sul razzismo e neanche da uno sul colonialismo. 

I am Queen Mary, Copenhagen. © Daily Scandinavian

Io non sapevo che Indro Montanelli fosse un razzista stupratore e pure un po’ pederasta finché qualcuno, pochi giorni fa, non ha imbrattato la sua statua con una scritta ‘razzista stupratore’. La statua del giornalista italiano era già stata imbrattata con della vernice rosa l’8 marzo 2018 e prima ancora nel 2012. Quindi, io e tutti quelli che si sono fatti un’opinione su Indro Montanelli e sulla sua statua in questi anni (più probabilmente in queste ultime settimane), sanno di dover segretamente ringraziare proprio quei gesti di rottura che in molti condannano. 

Conclusione?

Si legge in abbondanza di come risolvere questa furia iconoclasta. Invece io penso che non sia il momento di escogitare soluzioni. Piuttosto di ascoltare, perché ci permette di imparare.

Immaginare un “metodo” è infruttuoso e non può essere circoscritto nello spazio di un articolo; ci sono tuttavia una serie di distinzioni possibili da operare.

Hipster Democratici, 12 giugno 2020, Instagram. © @HipDem

La prima è quella per cui occorrerebbe distinguere l’uomo pubblico dall’uomo privato. E’ un’argomentazione che, nel caso delle statue dei colonialisti, trova una sponda ben labile: sotto qualsiasi profilo possibilmente analizzabile le loro azioni sono piuttosto obiettivamente qualificabili come crimini contro l’umanità. Nel caso di Montanelli la faccenda potrebbe apparire più controversa: la statua è lì per celebrare il Montanelli storico e giornalista, si è detto, non il Montanelli stupratore, che ha comprato una ragazzina di dodici anni per trecento lire in Africa. Anche in questo caso particolare, però, la statua non sfugge alla pubblica gogna: come è stato fatto notare, la sua storia d’Italia è poco più che un bignami raffazzonato, mentre la presunta qualità del Montanelli giornalista non giustifica comunque la presenza di una statua a lui dedicata in un giardino pubblico. Perché se bastasse questo, allora, occorrerebbe dirlo: Mussolini scriveva anche poesie. 

Per affinare ulteriormente i criteri attraverso cui decidere quale distruzione è giusta e quale, invece, è pretestuosa, basterebbe distinguere la “contestualizzazione storica” che piace ai moderati in due livelli: in primis, contestualizzare l’epoca cui apparteneva la figura in questione (era criminale già all’epoca di Montanelli sposare le minorenni? Sì, ergo non meritava una statua); in secundis, contestualizzare l’epoca in cui è stata eretta la statua: la sensibilità di quel tempo era diversa dalla nostra, oppure è inaccettabile? (Demolire le piramidi sarebbe grottesco perché, appunto, parliamo di un’organizzazione sociale esistita quattro millenni fa); imbrattare la statua di Montanelli, eretta nel 2006, rispetta entrambe le possibili condizioni metodologiche per essere imbrattata. E più in generale, dal momento che tutte le statue in questione sono state erette dopo che Bartolomé de las Casas ha posto piede sulla terra, direi che i manifestanti non hanno sbagliato un colpo.

Mentre sapevamo già che le Piramidi sono state costruite dagli schiavi e che persino Aristotele e Platone accettavano la schiavitù, non è così scontato che le persone sappiano che Indro Montanelli nel 2000 continuava a considerare normale acquistare una dodicenne e farne la sua concubina. I romani sanno bene che l’obelisco di Mussolini non sta lì per celebrare la bonifica dell’Agro Pontino. Invece, non è scontato che si pensi a un genocidio, quando pensiamo alla Nina, la Pinta e alla Santa Maria. Perché siamo abituati a dare per scontato che la voce della storia sia una sola e che sia ‘whitewashed’, come un’attivista di Black Lives Denmark mi ha fatto notare durante un’intervista. Perché sono proprio presenze subdole come le statue di bronzo agli angoli degli spiazzi che dimostrano che non c’è stato mai spazio per negoziare i simboli della civilizzazione – se ci fosse stato, invece di erigere una statua al suddetto Cristoforo Colombo, amabilmente benvoluto dagli americani, la si sarebbe eretta a Sacco e Vanzetti, che di controverso hanno molto poco, se non l’uccisione a opera dei servizi segreti americani – una ferita che, per la comunità italoamericana, resta ancora aperta e non contestata.

Insomma, il rapporto fra storia, statue e distruzione delle statue non è, come qualche sconvolto benpensante vuole farci credere, un tentativo di cancellare la storia. Al contrario, come è stato dettoabbattere le statue non cambia la storia, ma la memoria collettiva è un processo in continua evoluzione, un oggetto vitale che è anche un potente strumento politico.

L’unica cosa che possiamo fare, tutti, è ascoltare e imparare. Poi approfondire. E magari alla fine avranno avuto ragione gli Hipster Democratici.

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