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Muraglie in proprio

di Stefano
Galieni

Difficile capire se la coincidenza è voluta o casuale. Sta di fatto che a 20 anni dall’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe Usa (7 ottobre 2001), a cui sarebbe seguita pochi anni dopo la collaborazione militare Nato, i ministri dell’Interno di 12 Paesi europei: Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Repubblica Slovacca, hanno chiesto alla Commissione UE e alla presidenza di turno del Consiglio, fondi per potere realizzare strumenti atti a fermare le emigrazioni. Il timore dei profughi afghani, risultato di una scellerata guerra, è un alibi per provare ad esternalizzare ancora più ad est le frontiere. È chiaro a chiunque che se ci saranno tentativi di fuga dall’Afghanistan questi si concentreranno, come accade da quaranta anni, in Pakistan e Iran, paesi che, in maniera diversa, stanno già provvedendo a blindare le proprie frontiere. Il Pakistan in particolare si è già attivato per chiedere fondi all’Europa in cambio della disponibilità a rendere insuperabili i propri confini e ad ospitare chi fugge dal regime taliban – peraltro sostenuto dagli stessi governanti di Islamabad – ma, come in una complessa partita di scacchi sulla pelle dei migranti, sono ben altre le partite che si stanno giocando. I 12 hanno chiesto all’UE fondi per una vera e propria grande muraglia, magari condita di filo spinato, utile a completare i tanti pezzettini di barriera che alcuni Stati hanno già realizzato. I proponenti hanno presentato questa come una misura preventiva, atta a “fermare piuttosto che affrontare in seguito, le gravi conseguenze di flussi migratori e di asilo già sovraccarichi e con capacità di accoglienza esaurite (?), che alla fine influiscono negativamente sulla fiducia nella capacità di agire con decisione quando necessario». Una soluzione pensata sì per difendere i confini, ma anche come salvaguardia per «il sistema comune di asilo riducendo i fattori di attrazione». In supporto è intervenuto il governo svedese con le dichiarazioni del ministro della Giustizia e Immigrazione, Morgan Johansson. «Non ci sono norme che impediscano agli Stati Ue di aumentare la propria protezione fisica o di costruire» muri o recinzioni alle frontiere – ha aggiunto – Se i governi «lo vogliono fare, sta a loro decidere». La risposta è giunta immediatamente dalla Commissaria agli Affari interni Ylva Johanson che si è mostrata comprensiva rispetto al bisogno di rafforzamento del controllo alle frontiere ma che ha negato fondi UE per raggiungere tale obiettivo, spiegando che spetta ai singoli Stati membri provvedere.

Nella riunione del Consiglio dell’8 ottobre, molti sono arrivati dopo aver già preso posizione in materia. Notis Mitarachi, ministro all’Immigrazione della Grecia, partendo dalla situazione afghana – i cui profughi eventualmente giungeranno non prima del 2023 – ha chiesto una soluzione europea comune ma lasciando su base volontaria la gestione dell’accoglienza. E ha fatto queste affermazioni criticando la timidezza con cui il New pact on migration and asylum, affronta la solidarietà fra Stati membri. Ma il ministro greco – il paese è uno dei 12 firmatari la lettera – ha chiesto all’UE maggiore collaborazione con i Paesi Terzi, anche per quanto riguarda la difesa delle frontiere esterne. Difficile non interpretarlo come un segnale rivolto alla Turchia che già utilizza l’arma dei profughi per tenere in scacco l’Unione. Atene deve anche approfondire – la Commissione ne ha fatto richiesta – le proprie responsabilità attraverso serie indagini, dopo le accuse di violenze durante i respingimenti alle frontiere turche. Un impegno richiesto anche alla Croazia dopo le tante violazioni comprovate verso i migranti che provavano ad attraversare la rotta balcanica. Ma le voci forse più significative giungono da alcuni paesi del cosiddetto Med 5 (Italia, Spagna, Malta, Cipro e Grecia). Se il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande Marlaska ha parlato dell’urgenza di “una cooperazione trasversale che non si basi solo sulla sicurezza e che non favorisca di fatto i trafficanti”, il collega cipriota (Cipro è altro paese firmatario), Nikos Nouris, prima di iniziare i lavori del Consiglio ha affermato “solleveremo la questione su come contrastare nuovi flussi migratori di massa” e “la nostra grande preoccupazione sul regolamento dei controlli” dei migranti. Per gli Stati membri in prima linea i principi di solidarietà e responsabilità sono legati. Per questo proporremo tre misure e rivendicheremo la necessità di accordi bilaterali concordati a livello centrale tra la Commissione Europea e i Paesi terzi al fine di massimizzare l’efficienza dei rimpatri”.

Il governo italiano è rimasto lontano dalla proposta dei 12 per varie ragioni. Intanto questa riguarda soprattutto l’estremo confine orientale, oltre la Turchia e – per quanto ci siano ancora pressioni sulla rotta balcanica – è difficile, anche per le forze più sovraniste, giustificare spese di cui beneficerebbero altri Stati. C’è inoltre il timore che la proposta voglia portare ad uno spacchettamento del New pact on migration and asylum, che ridurrebbe i fondi per i confini meridionali, quelli che più interessano l’Italia. Si punta più ad ulteriori sforzi in collaborazione con i Paesi di origine e di transito su questioni di interesse comune, mettendo a disposizione i finanziamenti promessi. La richiesta è quella di una maggiore concretezza e certezza sul percorso – in termini di giorni o al massimo settimane. Su questo c’è concordia fra i Paesi dell’intera fascia Mediterranea. «L’Unione europea – dice la ministra Lamorgese – deve colmare il ritardo fin qui accumulato, sviluppando, in tempi rapidi e con azioni concrete, gli impegni assunti sul fronte dei partenariati strategici con i principali Paesi del Nord Africa, a partire da Libia e Tunisia». La Commissaria Johansson con cui la ministra italiana da tempo è in perfetta sintonia, ha offerto rassicurazioni dicendo che: «I piani d’azione sono quasi tutti pronti anche se i «fondi comunitari sono limitati».
La provocazione shock dei 12 pare destinata a restare lettera morta. Nonostante la spinta ungherese, infatti, i singoli Stati non hanno neanche le risorse per realizzare un’opera tanto colossale quanto, nei fatti utile solo alla propaganda nazionalista. Ma non si tratta di una proposta di bandiera, rivolta a soddisfare le pulsioni xenofobe nei Paesi firmatari. La partita a scacchi si gioca su due coordinate. La prima è quella che travalica il territorio UE. Quelle che si chiedono sono maggiori restrizioni alla circolazione che potranno essere assicurate unicamente dalla vera potenza regionale oggi dominante, da Tripoli ai Balcani, la Turchia di Erdogan. Sarà quel muro ad essere potenziato e sarà il regime turco a beneficiarne con finanziamenti che dovranno essere erogati per fare in modo che il territorio turco diventi un campo minato per chiunque pensi di poter entrare “illegalmente” in Europa. Un lavoro sporco, simile ma nelle dimensioni superiore, a quello che si continua a far svolgere direttamente a Tunisia, Libia ed Egitto, a Sud. Ma la proposta dei 12 mira anche a rendere ancora più chiaro il ruolo che svolgerà, se messo in pratica, il New pact. C’è da aspettarsi che il patto fermo da oltre un anno, potrà essere, in parte, ma solo in parte, realizzato se, al di là delle dichiarazioni di facciata, diventerà uno strumento sistematico di respingimento europeo. Il testo potrà essere approvato solo all’unanimità, figuriamoci se a voler togliere i già pochi margini di approccio umanitari, sono 12 Paesi.

Lo scenario che si presenta è estremamente fosco: riduzione del numero e delle ragioni per cui chi fugge potrà ottenere asilo o almeno protezione umanitaria, aumento dei punti di trattenimento per chi è in attesa di responso, deresponsabilizzazione totale per i Paesi che rifiuteranno di accogliere anche una persona e, non da ultimo, il tentativo che sarà operato di impiegare grandi risorse nei rimpatri. Dopo il fallimento conclamato, l’ennesimo, di Frontex con una politica di respingimenti attuati però unicamente grazie alla collaborazione di Libia, Tunisia e indirettamente della Turchia e con i naufragi che continuano a ripetersi, la strada che si intende percorrere è quella dell’incremento dei rimpatri concordati. C’è da aspettarsi che quanto finora avvenuto in maniera illegale – come quelli italiani verso l’Egitto – diventi la norma e che si possa, senza problemi, deportare con maggiore facilità e senza bisogno di identificazione le persone anche nei Paesi di transito. Sarebbero poi questi, se opportunamente sovvenzionati a redistribuire nei Paesi di provenienza i profughi. In Europa, la quota di persone previste che potrebbero aver diritto all’asilo rischia di scendere sotto la soglia prevista del 20% prevista indipendentemente dai Paesi di provenienza, magari venendo compensata, con i paesi collaborativi, con ingressi limitati e selezionati a persone ritenute utili al sistema produttivo europeo. Insomma la Fortezza Europa alza nuovi muri, non quelli di ferro, cemento e filo spinato che si decantano e nemmeno i blocchi navali che tanto sogna la signora Meloni ma quelli teoricamente più efficaci che si basano su accordi bilaterali, tecnologia, legislazione proibizionista e strumenti di dissuasione più o meno violenti. Si continueranno a spendere miliardi di euro per fermare poche migliaia di persone, da Sud come da Est e saranno soldi gettati anche al vento. Le persone, come hanno sempre fatto, continueranno a muoversi, pagheranno un prezzo di vite più alto ma non si fermeranno. Sarebbe utile che la classe politica europea se ne facesse una ragione e portasse avanti strategie a breve, medio e lungo termine, per consentire canali di ingresso legali e garantiti. Ma sarebbe pretendere troppo da governi che si sono dimostrati in tanti anni inadeguati, col risultato che, qualora spinte nazionaliste come quelle dei 12 continuassero ad incidere, il rischio è quello di una frattura colossale dell’Unione Europea

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