Municipalizzare l’Europa per cambiare l’Europa

di Eleonora de Majo* –

Uno sguardo da Napoli al presente europeo

Non si dice nulla di particolarmente originale quando si afferma che il vecchio continente arriva alla scandenza per il rinnovo del Parlamento Europeo della primavera 2019 in uno dei suoi momenti più difficili, dilaniato dalla crescita esponenziale di forze politiche di ispirazione populista e reazionaria e da una crisi profonda di molte delle sinistre che si erano affermate come vincenti, avvinto da una ottusa riproposizione di neo-nazionalismi e neo-sovranismi fondati sulla conservazione del privilegio bianco e sulla difesa dei confini e soprattutto animato da battaglie pantomimiche tra gli stati e la governance europea che discutono di come perpetuare al meglio la guerra ai poveri piuttosto che di come invertire la rotta di una Europa che durante gli ultimi dieci anni ha mostrato ai suoi cittadini un volto arrogante e un comportamento iniquo.

E’ surreale pensare che il desolante panorama che ci ha consegnato un decennio di politiche di rigore sia quello di un continente arrabbiato si, ma non con chi è stato effettivamente responsabile dell’impoverimento diffuso e delle scelte lacrime e sangue ricadute in maniera pesantissima soprattutto sulle giovani generazioni dei paesi più poveri, ma con un nemico farlocco, costruito a tavolino dalle compagini politiche dell’estrema destra e che si identifica con gli uomini e le donne in fuga da fame, guerra e povertà.
Le elezioni europee, in questo quadro, si presentano come una preziosa occasione di ricostruzione di un terzo spazio, di una alternativa reale, necessaria innanzitutto a non lasciare il dibattito pubblico europeo al medesimo destino che nell’ultimo anno è toccato al nostro paese e cioè quello della trappola della falsa opposizione tra i partiti della conservazione e della difesa dell’estabilishment e i partiti dell’odio e della barbarie. Un’occasione preziosa soprattutto a rimettere al centro delle agende nazionali ed europee l’uguaglianza, la solidarietà, le libertà civili, il diritto alla fuga e al movimento, la giustizia sociale, la dignità dei più deboli.

Perchè da Napoli, da una città del sud più povero dell’Europa, riteniamo necessario essere protagonisti della costruzione di questa alternativa è una domanda che trova facile risposta nella quotidianità di governo che in sette anni ci ha portati a fare i conti con le conseguenze delle scelte sbagliate assunte e promosse dall’Unione soprattutto in termini di disciplinamento della spesa pubblica e di uso coercitivo del debito.
In questo senso ci iscriviamo convintamente in una prospettiva che da Napoli, così come da Barcellona, Amsterdam, Cadice, Madrid e da tante altre città europee, definiamo neomunicipalista, una prospettiva che lega tra loro le città, i territori, le autonomie e che ha a nostro avviso il merito di aver saputo rimettere al centro in questi anni il potere costituente delle esperienze di governo locale e di democrazia radicale a partire da storie concrete di disobbedienza ai dettami dell’austerità e di contrasto reale al vento nero che spira in ogni angolo d’Europa.

Ci pare evidente che l’onda che in questi anni ha investito tante città governate da sindaci e da amministrazioni “insubordinati”ai dettami dei trattati e alle prescrizioni dell’UE rappresenti una delle più efficaci innovazioni politiche delle sinistre contemporanee da cui non si può prescindere se si vuole costruire una campagna elettorale potente, efficace e in grado di mettere a nudo le contraddizioni della retorica anti-sistema ed euroscettica delle destre.
Per farlo però bisogna conoscere il nemico, sapere che il campo da gioco è ricco di insidie e che sfugge a qualunque semplificazione.

Se guardiamo ad esempio ad alcune trasformazioni che hanno caratterizzato la Lega di Matteo Salvini negli ultimi anni noteremo proprio la costante ricerca di relazioni solide con alleati europei, animati dai medesimi principi euroscettici, protezionisti e nazionalisti.
Una ricerca di relazioni e sodalizi assai più efficace di quella a tratti fratricida che, dobbiamo ammettere, è stata in grado di mettere in campo la sinistra radicale.
Se la motivazione più scontata di questa tendenza può essere individuata in parte nel fatto che Matteo Salvini ha ricoperto la carica di parlamentare europeo durante i governi Renzi e Gentiloni e quindi durante gli anni della preparazione alla campagna elettorale per le elezioni politiche italiane, in realtà, soprattutto alcuni più recenti sviluppi ci indicano che la motivazione di tale europeismo euroscettico guarda ad una prospettiva di più lungo respiro.

Ed esattamente contro quella prospettiva che dobbiamo mobilitare tutte le nostre forze e la nostra intelligenza.
Se in un primo momento infatti, quello con Marie Lepen poteva essere considerato il sodalizio più stabile e forse quello che ha maggiormente ispirato il passaggio della Lega da partito federalista al nazionalismo sovranista, il discorso tenuto dal segretario leghista durante l’ultimo raduno di Pontida dimostra l’esistenza di un più preciso progetto politico, che va ben oltre la costruzione di relazioni biunivoche con singoli leader delle destre europee e che prevede, in prospettiva, il vero e proprio superamento dell’Unione come spazio condiviso e soprattutto comune tra gli stati e la sua sostituzione con una Europa mera sommatoria delle nazioni, i cui principali problemi si articolano attorno all’impermeabilità delle frontiere e alla difesa dell’identità dal multiculturalismo. Così si comprende la relazione costante intrattenuta dell’attuale ministro degli interni con il cosiddetto gruppo di Visegrad, vale a dire con quell’alleanza tra Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca, guidata dal premier ungherese Orban. Così si comprendono le parole perentorie del vicepremier pentastellato che a proposito della bocciatura del Def e in riferimento alla prossima scandenza elettorale tuona “L’Europa che c’è ora tra sei mesi sarà finita”.

Questo progetto di smantellamento interno è sintomatico certamente della fase di crisi profonda di quell’Unione definitasi sotto le idee federalista di Altiero Spinelli e di una effettiva timidezza da parte delle opzioni politiche progressiste ed europeiste che inequivocabilmente in questi anni non sono riuscite a contrapporre a questo che le destre europee propongono come pensiero forte e identitario, una alternativa culturale altrettanto incisiva, fondata su valori diametralmente opposti, quelli della confederazione tra differenze culturali, religiose e linguistiche e della solidarietà e dell’uguaglianza.

Timidezza che si spiega con il fatto che durante gli anni che sono intercorsi tra il 2008 e il 2018, gli anni della crisi economica e delle sue ricadute sociali, il comune dell’Unione si è manifestato soprattutto come quel blocco di potere economico e finanziario, appoggiato dalle opzioni moderate europee, che ha praticato una costante ingerenza nei confronti delle politiche monetarie dei governi nazionali e sulla spesa pubblica. Questa immagine di un continente a due o più velocità, per niente solidale e pieno di ostilità interne ha rafforzato l’idea di un nuovo sovranismo identitario come unica possibilità di uscire dall’impasse.
Smascherare questa idea pericolosissima per cui l’uscita dall’impasse passi per la deflagrazione dell’Europa stessa e per un ritorno antistorico agli stati nazione e ad un oscurantismo inquietante sul piano etico e culturale è la sfida che dobbiamo costruire nei prossimi mesi.