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Milano Metropoli, Lombardia, Italia

di Roberto
Rosso

Milano al 31-8-2022 conta 1.373.410 abitanti, l’area metropolitana 3.236.683, la conurbazione che comprende le province di Novara, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Monza e Brianza, Lodi, Piacenza, e Alessandria supera i 7 milioni di abitanti, la regione Lombardia ne conta 9.965.072. Nel 2020, anno caratterizzato dalla fase più acuta della pandemia, il PIL della Lombardia costituiva  il 22% del PIL nazionale con  367 miliardi di euro su 1.654 complessivi, A livello pro-capite il PIL lombardo nel 2020 è stato di 36.700 euro, che significa terzo gradino del podio a livello nazionale, dietro solamente alla Provincia autonoma di Trento e a quella di Bolzano, rispettivamente a quota 36.900 e 44.500, ma superiore alla media nazionale di 22.800 e a quella dell’intera zona Nord-ovest ferma a quota 24mila euro.

Questo elenco di cifre fornisce alcuni parametri, indubbiamente grossolani ma al contempo significativi, per introdurre l’oggetto della nostra riflessione la regione Lombardia, la cui descrizione, ad un primo colpo d’occhio, non può che partire dal ruolo della città di Milano e delle aree che a cerchi concentrici gravitano su di essa, tra queste si è costretti a prendere in considerazione province fuori regione come Novara, Alessandria in Piemonte e Piacenza in Emilia Romagna.

Nell’articolata mappa del nostro paese, caratterizzata innanzitutto dal secolare dualismo nord-sud, la Lombardia costituisce da molti punti vista un cuore della nazione; nello sviluppo storico si è passati dalla realtà del triangolo industriale Milano, Torino, Genova ad immaginare un asse Milano Torino il MITO, rimanendo comunque Milano, la sua conurbazione il nodo principale della rete che collega finanziariamente, logisticamente, produttivamente il tessuto economico del paese; le trasformazioni dal secondo dopoguerra ad oggi sono state gigantesche attraverso, segnando il percorso, le mutazioni dell’economia italiana nel contesto europeo e globale.

In queste settimane si ragiona di Lombardia poiché sono prossime, probabilmente a febbraio 2023 come nel Lazio, le elezioni regionali; dopo l’esito delle elezioni nazionali del 25 settembre che ha dato origine al governo di destra-centro dell’on. Meloni, la Lombardia sembra destinata a confermare il risultato nazionale ed il predominio pluridecennale della destra. La conferma vedrebbe, stando ai sondaggi, un prevalere del partito di Fratelli d’Italia con oltre il 30% dei voti, doppiando quelli della Lega.

Detto questo -saltando a piè pari tutte le elucubrazioni sugli schieramenti, gli apparentamenti tra i partiti, la scelta dei candidati- l’obiettivo di queste poche note è quello di proporre, aprire e condurre un lavoro condiviso di analisi di questa porzione così significativa del nostro paese, nella consapevolezza che su questo tema molti già si sono cimentati ed esiste una messe di dati ed informazioni a cui attingere. Il momento è topico, si potrebbe dire, per la congiuntura politica in cui ci troviamo ed ancor di più per l’intreccio processi trasformativi ovvero crisi e sconvolgimenti globali che incidono anche sulla nostra realtà nazionale e sulle sue porzioni trainanti il suo andamento complessivo; tra queste innanzitutto Milano e la Lombardia.

Una elaborazione di questo genere non ha certo l’obiettivo di proporre soluzioni miracolose ad una sinistra che non riesce ad uscire dal suo ghetto elettorale, tuttavia è urgente scavare senza pregiudizi, superando descrizioni scontate e mai veramente messe alla prova, nella realtà, nella composizione demografica, sociale, economica e produttiva, culturale e quindi anche politica -per quanto di quest’ultima può esser dato di capire- di questa porzione così significativa della realtà nazionale.

Le mappe, nel loro sviluppo storico, degli esiti elettorali, analizzati aggregandoli e disaggregandoli dal livello comunale a quello regionale, sono un indice molto imperfetto della condizione sociale del corpo elettorale, potenziale ed attivo, dei suoi orientamenti culturali di breve, medio e lungo periodo, del formarsi e polarizzarsi degli orientamenti sui temi che di volta in volta condensano l’attenzione ed il confronto, dalla rete al bar di quartiere. Un nesso individuabile tra gli atteggiamenti, le credenze, le espressioni soggettive e la condizione oggettiva variamente parametrizzata, costituisce un obiettivo privilegiato di ogni ricerca, non sempre facile da concretizzare. Il manifestarsi di movimenti sociali e culturali significativi può aiutare, ma comunque impone di cogliere i confini della partecipazione a questi movimenti, la loro influenza più ampia sul resto della società. La storia politica, sociale e culturale di questo territorio è straordinariamente ricca, come in tutti i sistemi e processi complessi esiste una memoria di lungo periodo, che mette in relazione fenomeni distanti nel tempo, assieme a rotture e perdita di memoria; questo rende difficile legare il passato al presente, alle sue possibili evoluzioni.

Sono pure rilevanti i fenomeni che sono all’opposto di carattere locale e particolare, come singole lotte sul posto di lavoro che esprimono un livello alto di conflittualità, a volte capaci di durare nel tempo, senza generare o diventare parte di un movimento più ampio. Ci sono lotte di piccole realtà capaci di resistere di aggregare attorno a sé solidarietà e mobilitazione nel territorio sociale circostante, c’è un settore come la logistica -che pervade la conurbazione che ha al centro la città di Milano- caratterizzato da continui episodi di lotta di cui sono protagonisti per lo più lavoratori di origine migrante.

A fronte delle manifestazioni della soggettività delle diverse individualità sociali sta la struttura economica, la suddivisione settoriale, la sua scala dimensionale, la sua distribuzione territoriale, la sua composizione tecnologica, la sua collocazione nelle filiere produttive logistiche, finanziarie e commerciali, europee e globali. Il processo di deindustrializzazione negli scorsi decenni è un dato assodato, con la scomparsa di interi poli produttivi territoriali e di intere filiere; nel frattempo si sono affermate realtà ad alto contenuto tecnologico con una posizione subordinata entro le filiere produttive internazionali, come nel settore dell’auto, salvo rarissime eccezioni, seguendo la collocazione dell’Italia come seconda potenza industriale europea dopo la Germania.

Cosa si è trasformata Milano città della comunicazione, dalla pubblicità all’editoria, della finanza, dei servizi ad alto contenuto tecnologico, cosa ne è rimasto? Una fitta rete di aziende piccole e medie -secondo la scala italiana- nel settore ICT ‘Information and Comunication Technology’ -come si usa definirlo- fioriscono per supportare l’insieme del tessuto economico, si mantengono le sedi delle società globali di consulenza aziendale, strategica, legale e finanziaria, assieme a tutto il settore di dimensioni piccole e medie; tuttavia qual è il ruolo delle Università presenti a Milano e in regione, degli istituti di ricerca nel promuovere attività innovative attorno a loro, oltre a fornire personale super qualificato a centri di ricerca ed istituzioni accademiche in giro per il mondo? Quale il ruolo di quei luoghi di sperimentazione e innovazione tecnologica che sono cosiddetti ‘Fab lab’?

Un laboratorio di analisi di una realtà metropolitana, praticamente una cartografia di quella realtà, è stato realizzato per la città di Roma con il progetto Mappa Roma1 che continua il suo lavoro di analisi ed ha già prodotto due testi2Le mappe della diseguaglianza’ del 2021 e ‘Le sette Rome’ del 2019, questo tipo di modello e di elaborazione  può essere parte, autonoma ed estremamente complessa, del processo che stiamo cercando di delineare e proporre.

È quasi superfluo sottolineare il ruolo nelle città, soprattutto a Milano, del settore immobiliare, della rendita urbana, fondiaria e finanziaria che vede protagonisti agglomerati multinazionali, che agisce prepotentemente sulla geografia sociale della città e dell’area metropolitana, esaltando la polarizzazione tra un centro -in senso territoriale, sociale, economico e tecnologico- e le diverse periferie. EXPO 2015 esaltò il ruolo di Milano come ‘città vetrina’, il ruolo del grande evento per smuovere la realtà metropolitana, per costruire nei suoi confronti  una attenzione globale; un qualche risultato è stato raggiunto sul piano dei flussi turistici salvo rinunciare ad una reale mobilitazione di tutte le componenti economiche, sociali, culturali, politiche e amministrative che attraverso un processo conflittuale sì, ma partecipato, sia in grado realmente di trasformare radicalmente la realtà metropolitana, nel contesto di trasformazioni globali già operanti ed ancor più incombenti.

Nel dibattito nel movimento che criticava il ruolo salvifico del grande evento a cui si affidavano le sorti progressive della città, le dimensioni territoriale e globale si saldavano, si aprì la riflessione sul ruolo delle città e delle metropoli nella realtà europea ed ancor più a livello globale, come i processi contraddittori della globalizzazione andavano a trasformarle, si incarnavano in esse. Nulla di tutto questo esiste nella riflessione, nell’azione, nella capacità di progettare da parte delle classi dirigenti, in tutte le loro componenti. La dialettica, la competizione tra la città di Milano governata dal centro sinistra, come molte altre città della regione, ed il governo regionale non ha prodotto nulla.

In buona sostanza non c’è stato nessun intervento strategico da parte della classe dirigente  in generale e politica in particolare, laddove un orientamento strategico nel governo della conurbazione milanese, nella regione Lombardia, nei suoi nessi con le regioni circostanti e il tessuto economico del paese, avrebbe intersecato le politiche nazionali, avrebbe avuto un impatto significativo, sarebbe stato di stimolo se non di rottura; ovviamente la realtà di Milano e Lombardia, il modello lombardo, se di questo si può parlare, nella sua inerzia, incapacità di trasformarsi radicalmente, opera aggravando le contraddizioni della struttura, dei processi economici e sociali del paese, in una logica di assenza anzi di rottura di ogni relazione solidale e sinergica che vada  in direzione contraria alle tradizionali divisioni e differenziazione della formazione sociale italiana. Su questa realtà il progetto della Autonomia Differenziata vuole mettere il suggello, sostenuto peraltro non solo dalla lega, ma anche da ampi settori dello schieramento opposto.

La vera e propria esplosione della pandemia sul territorio lombardo ha mostrato tutti i limiti dell’organizzazione sanitaria regionale, ampiamente privatizzata e concentrata nelle strutture ospedaliere, lasciando un deserto di cura e prevenzione sul territorio; d’altra patre sulla sanità, dato il suo ruolo preponderante nel bilancio regionale, si è concentrata nei decenni l’azione dei diversi governi regionali, assessori e governatori. La pandemia ha messo a nudo anche la fragilità dell’intero tessuto civile, economico, sociale e politico della realtà metropolitana e della regione. Un tessuto fragile, soggetto a lacerarsi in un contesto caratterizzato da crisi intrecciate, rotture improvvise e catastrofiche.

La nemesi di questo modello, che ovviamente non è proprio solo della Lombardia, è la crisi climatica, il suo progredire attraverso fenomeni metereologici e andamenti stagionali sempre più estremi. La siccità, le scarse precipitazioni nevose, le alte temperature medie ed i picchi raggiunti quest’anno hanno mostrato tutta la fragilità dell’intero sistema padano che rischia con il dissolversi di nevai e ghiacciai una crisi idrica permanente nell’area più popolata e ricca del paese.

Affrontare il mutamento climatico che agisce sin da ora in modo inesorabile,  tale sarà ormai nei prossimi decenni, richiede un ridisegno profondo, complessivo e radicale dell’insediamento umano nella valle del Po; con una immagine si tratta di rivoltare come un guanto l’intera formazione sociale, ci si trova quindi di fronte all’alternativa tra il passare di tragedia in tragedia, in peggioramento progressivo delle condizioni di vita e conseguente polarizzazione delle differenze sociali, provando mettere delle inutili toppe al sistema  oppure decidere di cogliere l’occasione per mettersi alla testa di un movimento che operi quel cambiamento che la crisi climatica richiede.

La dimensione del territorio e delle porzioni di società coinvolte è tale per cui per operare sulla propria realtà è necessario ed inevitabile interagire e scontrarsi con i meccanismi più profondi  della formazione sociale globale, dei processsi di crisi che la attraversano; questi ncessariamente diventano parte dell’analisi e di ogni attività progettuale. Si tratta di capire quanto il contesto globale costituisca semplicemente un sistema di vincoli o quanto l’azione trasformativa possa invece mettere in discussione questi vincoli.

Se la condizione dei diversi soggetti sociali è sempre più sovradeterminata da processi che sfuggono alla loro volontà, non si può che generare passività, difesa della propria condizione particolare, reciproca competizione, ricerca del capro espiatorio; a questa condizione non c’è rimedio in mancanza di una visione trasformativa, di una speranza per il futuro costruita attraverso conflitto, sollidarietà e condivisione delle consocenze.

La ricerca che con queste note si propone come sempre propone un modello di ricerca-azione fortemente partecipata, caratterizzata da forti competenze assieme ad un partecipazione diffusa, necessaria in quella  complessa geografia che in queste note abbiamo tratteggiato; con l’avvertenza che anche casi particolari possono illuminare la realtà circostante ed avere  un significativo potenziale di innovazione e di messa in relazione. Quel lavoro di ‘cartografia a più dimensioni’ realizzato ed in corso per la città di Roma, che abbiamo citato, potrebbe essere teoricamente replicato per l’insieme della realtà regionale relizzandone una descrizione a grana fine; su questa scala l’organizzazione, la messa a disposizione in modo leggibile delle informazioni disponbili richiederebbe una metodologia robusta e le opportune competenze ed una partecipazione diffusa per una sua effettiva valorizzazione.

Si propone quindi di avviare un processo che necessariamente aggrega soggetti già attivi nel lavoro di analisi e che a sua volta è parte di una realtà, di un tessuto, di una rete più ampia, ricca già di differenti soggetti, nei cui confronti si propone come stimolo al confronto ed alla cooperazione.

Proviamo a mettere sul tavolo le carte di cui disponiamo per capire come possiamo giocare, a febbraio di quest’anno nei dintorni della scadenza elettorale si potrebbe fare una prima tappa.

Roberto Rosso

 

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