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Melenchon terzo incomodo tra Macron e Le Pen

di Franco
Ferrari

Domenica 10 aprile i francesi sono chiamati ad eleggere il loro prossimo Presidente della Repubblica al termine di una campagna elettorale piuttosto anomala. Prima l’evoluzione dell’epidemia di Covid-19, poi lo scoppio della guerra in Ucraina hanno sovrastato il tradizionale dibattito politico. Non stupisce più di tanto che uno degli ultimi sondaggi, pubblicato dal quotidiano parigino Le Monde a pochissimi giorni dal voto, ipotizzi un possibile record di astensioni. Un distacco dal dovere elettorale che sarebbe forte soprattutto tra i giovani e nei ceti più popolari e anche questo in verità non sorpende.

Il sondaggio citato, che si basa su un campione molto elevato (12.600 persone coinvolte), per quanto riguarda le intenzioni di voto, offre un quadro non molto diverso da quello che si riscontra in quasi tutte le indagini demoscopiche. Le differenze sono dell’ordine di qualche punto decimale ma convergono con l’indicazione di chi si scontrerà al ballottaggio. Contro l’attuale presidente Emmanuel Macron sarebbe ancora l’esponente dell’estrema destra Marine Le Pen a tentare un’impresa che è già fallita per due volte.

Secondo il sondaggio di Le Monde, Macron conterebbe sul 26,5% dei suffragi, non molto di più del 24,0% raccolto cinque anni fa quando era si era presentato alle elezioni rompendo lo schema tradizionale della contrapposizione tra una destra guidata dai post-gollisti e una sinistra a dominanza socialista. Il quinquennio di Macron non è stato affatto esaltante. Non è riuscito a liberarsi dall’etichetta di “Presidente dei ricchi”. Ha dovuto confrontarsi con un movimento sociale di forte opposizione, anche se contradditorio e privo di leader credibili, come quello dei “gilet gialli”, ed è stato costretto a fare marcia indietro, utilizzando il pretesto dell’arrivo della pandemia, su una riforma delle pensioni molto regressiva e altrettanto impopolare. Ha scelto di formalizzare la propria candidatura solo all’ultimo momento legalmente consentito, riducendo la propria campagna elettorale ad un solo comizio e sottraendosi a qualsiasi confronto televisivo con gli altri candidati. La scelta di giocare la carta del Presidente-sovrano che resta al di sopra dei conflitti tra politici è apparsa però un segno di debolezza e anche di disprezzo per le regole del gioco democratico. Pur risultando sempre in testa nei sondaggi, ha perso 4 o 5 punti percentuali nel giro di un mese. In vista del voto ha rilanciato alcune “riforme”, come l’innalzamento dell’età per la pensione a 65 anni e la restrizione dei criteri per ottenere il “reddito di solidarietà attiva”, che lo confermano come espressione della grande borghesia e dei soliti noti “vincenti” della globalizzazione.

Marine Le Pen ha ribattezzato il suo partito Rassemblement National sostituendo questa denominazione a quella tradizionale di Front National. Se il “fronte” con la sua evocazione militare dava l’idea di una organizzazione di battaglia, il Rassemblement o “raggruppamento” ispira maggiormente la volontà di unire e non manca di una certa intonazione da vecchio gollismo. La Le Pen ha fatto di tutto per rendere la sua proposta politica meno aggressiva e quindi accettabile ad un più vasto elettorato (da “partito pigliatutti”, secondo la formula dei politologi). Questo ha aperto uno spiraglio alla sua destra nel quale si è infilato Eric Zemmour, polemista onnipresente sui media, che ha espresso in modo aggressivo le paure e i desideri di rivincita di un elettorato particolarmente reazionario. E’ stato per molti mesi, quando ancora non aveva formalizzato la sua candidatura, il fenomeno mediatico principale della campagna elettorale. Sembrava possibile un suo ingresso trionfale al secondo turno, dove in ogni caso avrebbe perso largamente a fronte di Macron. Alla fine il suo successo si è ridimensionato, anche se il sondaggio di Le Monde gli attribuisce ancora un 10%. La Le Pen, dopo una fase in cui sembrava in declino, incapace di rinnovare gli argomenti di 5 anni fa, ha recuperato consenso. Ora viene data al 21,5%, una percentuale equivalente a quella del primo turno del 2017.

La Le Pen ha moderato i toni su quelli che erano gli argomenti tradizionali della sua retorica, pur mantenendo nella sostanza i contenuti politici, come l’immigrazione o il rapporto con l’Europa (rinunciando a sostenere l’uscita dall’euro). Ha invece puntato tutto sulle questioni sociali, in particolare la difesa del tenore di vita del francese medio. La situazione da questo punto di vista è infatti piuttosto preoccupante. Sebbene l’economia si sia ripresa dopo la crisi del Covid19 e la disoccupazione sia calata, comincia a pesare l’impatto della crescita dell’inflazione e vi sono molti timori sugli effetti recessivi della guerra in Ucraina. La candidata dell’estrema destra non sembra aver subito effetti negativi dalla sua tradizionale vicinanza con Putin, mentre al contrario viene ritenuta più disponibile a difendere le condizioni di vita dei ceti popolari da tutti i pericoli interni ed esterni che incombono di quanto possa essere Macron.

La guerra in Ucraina potrebbe volgere a favore proprio dei candidati meno oltranzisti e più attenti ad evitarne le ricadute economiche. Questo è avvenuto nelle elezioni ungheresi, nelle quali Orban ha puntato tutto sul rifiuto dell’allineamento alla Nato per sconfiggere sonoramente l’opposizione. E nello stesso modo il presidente serbo uscente Vucic si è rifiutato di rincorrere l’élite europea nella gara alle sanzioni anti-russe. Non si può escludere che alla fine un riflesso analogo abbia qualche incidenza anche sul voto francese. Una parte della destra nazionalista si propone con successo come protezione di fronte a mutamenti sociali considerati per certi versi fuori controllo oltre che svantaggiosi per molti. Chi ha subito gli effetti negativi della globalizzazione ora rischia di dover pagare i danni della de-globalizzazione.

La Le Pen a differenza di altri candidati di destra, come lo stesso Zemmour o la neo-gollista Pécresse, ha assunto posizioni programmatiche sui temi sociali che possono essere considerate tradizionalmente di sinistra, seppure in un quadro di contrapposizione tra nativi e immigrati e in una visione interclassista che non esclude un rapporto privilegiati con settori di capitalismo nazionale. Questo la distingue anche da altri settori dell’estrema destra che invece coniugano lo sciovinismo nazionalista al liberismo di ispirazione thatcheriano-reaganiana. Non è casuale che Marco Gervasoni, direttore della Voce del Patriota, sito web affiliato a Fratelli d’Italia, abbia espresso chiaramente la propria preferenza per Zemmour, considerato autentica espressione del conservatorismo politico a fronte del “nazionalismo vagamente socialista” di Marine Le Pen (“Eric Zemmour o il conservatorismo francese: finalmente qualcosa di nuovo”, articolo del 10 ottobre 2021).

Un duello Macron-Le Pen sembrerebbe quindi la pura riedizione dello scontro di cinque anni fa. Al secondo turno finì con un inequivocabile 66% a favore del primo. Vi contribuì un disastroso (per la Le Pen) confronto televisivo e la mobilitazione dell’elettorato di sinistra che si turò il naso aderendo alla storica disciplina repubblicana che prevede al secondo turno di votare contro l’estrema destra. Gli ultimi sondaggi presentano un quadro molto più incerto con la Le Pen che viene indicata tra il 46 e il 48,5%. Nel caso a lei più favorevole, l’indagine demoscopica di Harris-Interactive, il vantaggio di Macron sarebbe ridotto a 3 punti percentuali. Una differenza troppo limitata per mettere a riparo da sorprese come si è già visto nel caso della Brexit e della vittoria di Trump nel 2016. Uno degli elementi del voto del 2017, la convergenza dell’elettorato di sinistra su Macron, non può più essere data per scontata, dato che il Presidente in carica ha governato a destra, pur avendo potuto contare, al primo turno, soprattutto sul voto socialista, partito da cui proveniva.

Chi potrebbe far saltare un esito che i sondaggi danno per inevitabile è il voto per Jean-Luc Melenchon. La lunghissima campagna elettorale scommetteva, con qualche ragione, di poter arrivare in testa nella dirittura finale al folto plotone dei candidati di sinistra e quindi di poter raccogliere, anche obtorto collo, il voto utile. Il sondaggio di Le Monde gli attribuisce il 16% con una tendenza in ascesa nelle ultime settimane. La manifestazione parigina in Place de la Republique è stata un successo. Domenica scorsa, l’ultima prima del voto, nel comizio tenuto a Toulouse, tradizionale roccaforte della sinistra, Melenchon ha puntato soprattutto sulle tematiche ecologiste, evidente sforzo di intercettare parte del voto del Verde Yannick Jadot che si attesta al momento sul 6%. Su un altro versante potrebbe rosicchiare elettori anche al comunista Roussel che dopo una fase di ascesa è ora fermo al 3,5%. Meglio dell’ultima candidata comunista Marie George Buffet che si era fermata sotto il 2%, ma insufficiente per aspirare a quel rilancio elettorale dello spazio comunista tradizionale al quale aspirava Roussel. L’operazione di Melenchon si scontra con la dimensione dell’area elettorale a sinistra di Macron che ormai è ridotta al 29%, mentre il campo di chi si colloca alla sua destra conta sul 42% dell’elettorato.

La campagna elettorale ha dimostrato capacità e limiti presenti nella strategia e nel carattere di Jean-Luc Melenchon. Oratore abile in grado di miscelare una certa dose di demagogia con un permanente sforzo pedagogico nell’illustrare un programma che si vuole dettagliato e credibile, si è scontrato anche con il suo limite principale, l’incapacità di unire le forze di sinistra attorno alla sua leadership. Nonostante i sondaggi e, dati tutti gli elementi di incertezza introdotti dalle oscillazioni dell’assenteismo e dalle attrazioni del voto utile, a destra come a sinistra, nessuno può escludere una sorpresa dell’ultimo minuto. E quindi questa valutazione potrebbe essere in parte smentita dai risultati di domenica prossima.

Ma se le cose andranno come prevedono i sondaggi e Melenchon non accederà al secondo turno, si aprirà per la sinistra una nuova fase politica. Il suo movimento, La France Insoumise, dovrà strutturarsi uscendo dalla condizione di strumento di un leader carismatico. Il Partito Comunista Francese dovrà prendere atto che se da un lato resta un attore importante della sinistra per il suo radicamento territoriale, la dedizione dei suoi militanti e la capacità di parlare a settori popolari in cerca di un discorso classista più tradizionale di quello degli Insoumis, difficilmente torneranno i “giorni felici” del PCF del primo Marchais o di Thorez.

Il successivo appuntamento per la ridefinizione della sinistra saranno le elezioni parlamentari del giugno prossimo. Qualche contatto e ipotesi di accordo tra France Insoumise e PCF, partendo almeno dalla difesa dei parlamentari uscenti, sono in campo . C’è da sperare che si allarghino e si consolidino almeno per evitare che la sinistra sia definitivamente marginalizzata fra la destra di fatto (anche se non dichiarata) di Macron e l’estrema destra nazional-populista della Le Pen.

Franco Ferrari

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1 Commento. Nuovo commento

  • Fabio Bordigato
    06/04/2022 17:21

    Possibile che comunisti,socialisti ,verdi,”ribelli”,”società civile”,trotzkisti,non siano riusciti a fare una sintesi e trovare un candidato/a comune per andare contro il candidato delle banche e la candidata col fez????

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