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Ma la natura è matrigna?

Dall’inserto di Liberazione  “l’insostenibile” del marzo 2004 ri-impaginiamo una intervista che ci sembra particolarmente interessante e che è completata da tre punti di Franco Russo. In calce inseriamo l’immagine dell’edizione originale con la sua grafica.

Il dibattito sulla violenza che in questo periodo ha coinvolto tanti intellettuali implica anche il più antico dei rapporti di ostilità: quello fra natura e essere umano. A che punto è oggi questo rapporto. Tre domande a Paolo Cacciari, Giorgio Nebbia, Laura Marchetti

  1. Le questioni che stiamo per discutere sono di quelle che fanno tremare le vene ai polsi, ma forse la necessità di esprimersi con brevi interventi può aiutare tutti noi ad avvicinarci a nodi problematici tanto antichi quanto irrisolti, se mai sono risolvibili.
    Comincerei con una questione secca, con la considerazione di Leopardi così pervasiva della sua poesia e delle sue riflessioni: «la natura è matrigna?»
  2. Pico della Mirandola coniò una formula che ha avuto vasta eco: l’essere umano è metà angelo e metà diavolo, è indefinito, sospeso tra due nature (terrestre e divina). Oggi, con linguaggio evoluzionistico, si dice che l’essere umano non ha una sua particolare nicchia ecologica, ha una relazione onnilaterale con l’ambiente. Dunque l’essere umano non ha un predefinito modo d’essere come gli altri viventi – questi evolvono sì ma per meglio adattarsi agli schock e ai mutamenti ambientali – mentre quell’indefinitezza umana consentirebbe imprese stupefacenti: il prometeismo, d’impronta rinascimentale, ha permeato lo spirito capitalistico – si può creare e ricreare ogni cosa attraverso scienza e tecnologia, da qui l’artificialismo e l’onnipotenza che ha separato storia umana e storia naturale. Ma questa scissione è giunta a una vertigine abissale che ci impone di riflettere sui limiti umani. Limiti che ci fanno riscoprire la naturalità dell’essere umano e la stessa limitatezza dell’intera natura. Ci si può, ci si deve riconciliare con la natura?
  3. Il giovane Marx ebbe felicissime e penetranti espressioni a sottolineare la compenetrazione di natura e storia: «. .la società è la compiuta consustanziazione dell’uomo con la natura, la vera resurrezione della natura, il realizzato naturalismo dell’uomo e il realizzato umanismo della natura. . . Realtà sociale della natura e scienza naturale umana, o scienza naturale dell’uomo, sono espressioni identiche». L’essere umano è certamente creatore, responsabile della sua storia, ma questa s’inscrive nei processi naturali, se non altro perché esso non è puro spirito ma corporeità, naturalità: l’essere umano è natura, anche se ha raggiunto con il capitalismo la massima estraneazione, l’apice dell’innaturalezza e di separatezza che rischia di pagare con le quotidiane innumerevoli catastrofi — dai mutamenti climatici alla desertificazione all’esaurirsi di risorse primarie. Ci sarà ancora una storia umana sul nostro pianeta?

 FRANCO RUSSO

Cacciari: C’è davvero da tremare. Comunque, credo sia il pensiero (prevalente) dell’Occidente a credere che l’umanità debba essere in competizione con la natura. Anzi, che questa sia la sorte maledetta che le è stata assegnata. Dopotutto a nessuno di noi piace l’idea di dover morire, eppure è la più naturale delle cose che ci possa capitare dopo quella di essere nati. Per questo penso che la nostra fase evolutiva corrisponda ad una immaturità capricciosa e autolesionista. Non siamo ancora riusciti ad elaborare la morte, quindi viviamo male! E con questo torna buono anche il pessimismo leopardiano.

Nebbia: La natura è quella che è, né buona né cattiva, né matrigna. Noi come esseri umani partecipiamo alla grande catena di produttori, consumatori-decompositori; anche gli umani si comportano come consumatori e come predatori, con la differenza che consumiamo e prediamo non (solo) per sopravvivere, ma per aumentare il possesso di cose che con la vita non hanno niente a che fare. La predazione di cose “altrui” è nata quando, diventati coltivatori e allevatori, diecimila anni fa, gli umani hanno introdotto la proprietà privata, da cui deriva la proprietà di animali, di terra, di altri umani lavoratori o schiavi.

Marchetti: Certo la natura è matrigna, perché come suggeriva Lucrezio a Leopardi, «scaglia l’uomo appena nato come un naufrago sulla riva», e lo destina subito alla decrepitezza, alla malattia, alla morte, alla perdita della bellezza, alla caducità delle sue imprese e delle sue gesta («là dove vince la vita…là ora è vinta/ e il gemito dell’uomo che soffre si mescola al vagito che manda nascendo l’infante alla luce»). Mala natura è anche madre, l’Alma mater «che al volger delle stelle riempie di vita i mari / e per i campi e i monti, infondendo il dolce amore/ fa sì che le stirpi si continuino», se l’occhio che la guarda si sa porre sub specie aeternitatis, ovvero dal punto di vista della specie e dell’intera comunità vivente. Da questo punto di vista il mare inghiotte il sole per far posto al nuovo sole, e la morte avida vuole la vita per partorire sempre più vita.

Cacciari: Penso proprio che sia necessario, in nome delle generazioni future, della grande maggioranza degli abitanti del pianeta, di noi stessi, cambiare rapidamente “paradigmi”, criteri di valutazione e valori di riferimento. L’idea della catastrofe ecologica e sociale è evocata da tutti i più seri osservatori. Ma non credo che possa essere la paura (e nemmeno la necessità) a farci rinsavire. Gli “ecocatasfrofisti” vengono solitamente irrisi: non è un deficit di razionalità che ci ha portato sull’orlo del burrone. Al contrario è un eccesso di fiducia verso le capacità della scienza e della tecnica di trovare le soluzioni alle “conseguenze non desiderate” della smisurata capacità produtti va sociale capitalistica. Perché non inquinare se sappiamo realizzare meravigliosi depuratori, perché preoccuparsi dell’esaurimento delle risorse energetiche fossili se abbiamo l’idrogeno a portata di mano, perché preoccuparci dell’eustatismo se una università Usa ha brevettato un albero meccanico capace di sintetizzare l’anidride carbonica, che senso ha conservare l’acqua sulla Terra se l’abbiamo appena scoperta su Marte… perché fermarci se ci sono sempre nuove frontiere da conquistare, limiti da oltrepassare, misteri da rivelare…? Temo che solo uno scarto ideale (appunto, il prevalere della “metà angelica” che è in noi) sia capace di liberarci dall’immaginario capitalista e possa farci uscire da questo delirio di onnipotenza, di potere e di dominio sulle forze naturali e su quelle biologiche che ha assatanato il gruppo di uomini bianchi (questa volta inteso in senso proprio di maschi!) che si è trovato a popolare parte dell’emisfero Nord del Globo.

Nebbia: L’analisi della società capitalistica spiega bene i fenomeni di predazione di beni – rame, gomma, lavoro, corpi – altrui ma l’attenzione “ecologica” è nata dalla costatazione che alcune azioni umane modificano e si appropriano di beni di tutti. L’appropriazione privata dell’acqua di un fiume, l’uso della massa dì aria come ricettacolo dei gas delle attività umane comportano modificazioni dei “corpi della natura” -aria, acqua, suolo – che fanno sentire i loro effetti non solo su chi ha generato tali modificazioni, ma su soggetti – non umani e umani – lontani nello spazio e lontani nel tempo, nel futuro. Da qui un movimento di protesta non solo contro offese che coinvolgono alcuni soggetti, ma nel nome di valori più generali, dei diritti di generazioni future, del diritto alla vita.

Marchetti: Ci si deve, ma ormai forse non ci si può più riconciliare con la Natura. La riscrittura del contratto sociale come contratto anche naturale che si augurava alcuni anni fa Michel Serres, mi sembra oggi quanto mai improponibile. Perché non si tratta di abbassare il tasso di inquinamento o di moltiplicare i corsi di educazione ambientale nelle scuole, come ritiene la shallow ecology. Ma di interrompere immediatamente un processo distruttivo in cui, come dice Jonas, per la prima volta l’uomo «è divenuto per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui». E questo grazie ad una tecnologia che non solo ha la pretesa antica di manipolare e addomesticare la natura, ma che oggi ha anche la pretesa nuova di essere senza natura, di sostituire completamente la natura. E’ una tecnologia che, come dice ancora Jonas, può per la prima volta – grazie alla chimica, all’ingegneria nucleare e alla genetica – offrire all’uomo «la possibilità di camminare nelle scarpe della natura», ovvero di trasformare le sostanze, di creare organismi, di far saltare il limite della morte, di portare l’artificiale nel cuore stesso della materia, della vita. Una tecnologia “Frankstein” che «gioca ad imitare Dio», secondo la efficace espressione di Marcello Cini, la quale, in un delirio di immortalità, mira a rifare l’Eden moltiplicando le specie, creando imitazioni degli organismi esistenti che, a suo dire, saranno superiori degli originali (da ciò che invece si vede, la caprapecora, il topo con l’orecchio umano, il pomodoro con sangue di pesce, sembrano invece orrori già visti in un quadro di Bosch).

L’esito è un mondo dove i pomodori crescono senza terra, dove le mucche pascolano senza erba, e i bambini nascono senza acqua amniotica. Dove i giapponesi vanno tutti al mare, ma scottandosi ad un sole e ad una sabbia inautentici. Dove i siti, i viaggi, le navigazioni sono virtuali, e si fanno ben protetti, soli e chiusi nello scafandro protettivo del computer. Un mondo proficuo per i segretissimi uffici di amministrazione delle multinazionali, anticipatore di un universo totalitario e concentrazionario da cui non potremo più uscire, come il protagonista di Truman Show, se non come perfettissimi cyborg.

Cacciari: Certo: la società (intesa come lo “spazio” che contiene l’insieme degli scambi tra risorse naturali e attività produttive) fotografa esattamente il rapporto (dinamico) che in quel momento storico si viene a stabilire tra evoluzione della natura e uomo. La natura e il lavoro sono madre e padre del valore economico di ogni cosa (ha detto Nickolas Georgescu-Rogen). In tal senso potremmo dire anche che ogni società ha la sua “impronta ecologica”, ‘conserva il tasso di selvaticità e fa aumentare quello di artificializzazione. Per Marx ciò che non si”realizza”, ciò che non entra nel processo d’uso, non ha valore sociale. La natura contiene l’umano (come ogni altra specie), ma è solo l’umano che può dare un senso storico alla natura. E’ ovviamente vero, ma attenzione, se è così allora ciò che non è disponibile ad essere usato da noi (anche solo per il semplice motivo che non riusciamo a percepirlo o nemmeno a ipotizzarne l’esistenza) non è reale? Se fosse così, non mi pare che questo passaggio di Marx possa ancora farci uscire dal quell’«universalismo di stampo occidentale liberale» (direbbe Serge Latouche) che domina il nostro immaginario di sviluppo e progresso. Quindi farci salvare dalla catastrofe. No, temo che ci sia richiesto di andare oltre, verso un riconoscimento della natura in sé. Verso un riconoscimento della sacralità della “natura madre” (direbbe Vandana Shiva e, prima, Francesco d’Assisi).

Rovescerei quindi la domanda: è proprio perché l’uomo non è solo corporalità animale che non può affidare i propri comportamenti (e la propria sorte) alle sole regole evolutive-adattive, Essendo in realtà molto più potente degli altri esseri viventi grazie al dono ricevuto di una maggiore capacità cognitiva, possiede un’arma micidiale che solo con un surplus di intelligenza può riuscire a governare. Non è perché è animale che deve rispettare di più i cicli vitali, i ritmi biologici, la carring capacity dell’ecosfera, (se fosse solo animale, con quel fisico così scimmiesco, pochi danni potrebbe arrecare alle altre specie e a se stesso!) ma, al contrario, perché è dotato di straordinarie capacità “soprannaturali” (almeno rispetto alla media delle altre specie) che gli è necessario stare attento, dotarsi di principi precauzionali, astenersi dall’usare tutta la sua forza (esosomatica), regolare con il pensiero ciò che le bestie (generalmente) sanno fare d’istinto: la sazietà, la cooperazione intraspecifica, il mantenimento salubre del proprio habitat, l’equilibrio demografico.

Nebbia: Forse, con alcune condizioni. Primo: riconoscere che la prima “legge” dell’ecologia afferma che le risorse naturali sono limitate, che la “natura” ha una capacità limitata di fornire beni fisici – acqua, fertilità del suolo, vita vegetale e animali – e una capacità limitata di accogliere e sopportare le scorie delle attività umane. Secondo: riconoscere che le attività umane che operano al fine di aumentare la proprietà privata per forza lasciano la natura impoverita e più contaminata. Terzo: intraprendere delle azioni politiche, che possono essere solo a livello internazionale, che impongano comportamenti, produzioni e consumi meno incompatibili con la legge della natura prima ricordata. Per realizzare questo obiettivo occorre una riscrittura delle regole di quella che si chiama economia e un rallentamento del potere capitalistico, cioè del dominio della proprietà privata, anche sui beni collettivi.

Può realizzare ciò un governo democratico o liberale? Non credo. Per realizzare questo obiettivo occorre un potere autoritario, un “principe” planetario dell’ecologia? Abbiamo conosciuto governi autoritari fascisti che non mettevano in discussione il principio della proprietà privata e del capitale. Abbiamo conosciuto governi autoritari comunisti che mettevano in discussione la proprietà privata, anche a spese della libertà individuale, pianificando produzioni e consumi, anche se spesso operavano con violenza contro i beni collettivi – aria, acque, foreste, miniere. La scrittura di una “nuova economia”, o, meglio di una “nuova politica” è la condizione non solo perla convivenza degli umani nella natura, così com’è, ma anche per la soluzione degli altri problemi umani fondamentali: occupazione, liberazione del Siict del mondo dalla miseria, popolazione, sicurezza degli anziani, dignità individuale.

Marchetti: La frase che hai citato di Marx bellissima — è dei Manoscritti economico-filosofici del ’44, la prima opera scritta da Marx ma anche l’ultima ad essere pubblicata e ad entrare nel dibattito teorico e politico del marxismo: quell’equilibrio eccezionale fra natura e storia—che a Marx veniva dagli amatissimi Greci — sarà infatti perso da gran parte dell’elaborazione marxista successiva, tutta dedita invece ad un annichilimento della natura, legittimata solo come natura costruita, natura lavorata e storicizzata (di qui, fra l’altro, l’incomprensione che certo marxismo ha avuto per la psicoanalisi e per l’etologia).

A partire da questa equilibrio Marx formulava una sorta di “umanesimo biocentrico” o di “antropocentrismo naturale” che poggiava sulla categoria filosofica di “natura umana” o di”essenza umana” che consentiva la formulazione di una teoria non esclusivamente sociale o storica dei bisogni: è la teoria dei “bisogni radicali”, bisogni non acquisitivi (non determinabili in tersimi di valore d’uso o di scambio) che appartenevano alla radice stessa dell’Essere umano (il Gattungswesen). Fra questi possiamo collocare i bisogni antichi di identità, di appartenenza ad una Terra, ad una “matria”, ad una comunità; i bisogni nuovi di libertà, di critica all’autorità. Il bisogno di non lavoro come bisogno di tempo creativo da dedicare alla cura, alla bellezza e al gioco. Il bisogno di riparazione del legame matriciale con la natura (anche la natura in sé: pulsioni, emozioni, corporeità, sessualità). Il bisogno, infine, di parusia, l’attesa di redenzione, l’ansia di utopia che si fa vento caldo, forza materiale, e mette in viaggio collettivamente verso un modello radicalmente alternativo di società, di civiltà.

L’emergenza di questi bisogni, che appartengono alla sfera dell’essere e non dell’avere e che si soddisfano in termini di qualità e non di quantità, viene oggi posta da straordinari movimenti; essi danno una nuova fisionomia alla classe antagonista e costituiscono per milioni di persone un antidoto efficace al pessimismo.

 

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