L’orizzonte del “The Day After”: un appello per progettare

di Marco Noris –

Il mondo del Covid-19, della pandemia, con la conseguente globalizzazione dell’emergenza sanitaria ha colto impreparato l’intero pianeta, seppure in modo non uniforme. L’Occidente, in particolare, sta affrontando tra mille incertezze e ripensamenti la questione, in maniera sparsa, disordinata e contraddittoria. Da un lato l’esigenza di perpetuare un modello economico e sociale sul quale si regge l’intero sistema, dall’altra l’esigenza di protezione della popolazione attraverso interventi che prendono la direzione opposta a quella dello sviluppo della globalizzazione neoliberista, dall’altra ancora, come prospettato nel Regno Unito, quella di preservare a tutti i costi il sistema portando al limite una visione di Darwinismo sociale che, in questa sua radicalità, sarebbe forse più corretto definire Spencerismo sociale.

Sta di fatto che in nessun altro luogo come in Occidente, l’intero sistema si stia dimostrando tanto fragile e sull’orlo del collasso.

Tutti, ormai, sono concordi nell’affermare che nulla sarà più come prima e a tal proposito si formulano analisi e previsioni per capire ciò che ci attende domani ma le variabili da considerare sono troppe e, nella scienza, un sistema multivariabile ha la sgradevole caratteristica di essere non-lineare e controintuitivo.

Possiamo però azzardare alcune ipotesi, anche se non esaustive, che riguardano più il processo in corso che non una nebulosa definizione del domani.

  1. Per quanto sarà radicale questo cambiamento, ci saranno comunque delle linee di continuità con il sistema precedente: per dirla con Brecht “Ora quel che abbiamo è sicuramente disordine, e quel che progettiamo ordine, ma il nuovo risulta dal vecchio ed è la sua prossima fase”.[1]
  2. In linea generale andremo incontro a processi di cambiamento che, seguendo, le attuali traiettorie storiche, subiranno con tutta probabilità un processo di accelerazione imprevisto. In linea generale, i processi di cambiamento geopolitici in corso potrebbero realisticamente subire un’accelerazione verso un’egemonia asiatica.[2]
  3. In un certo senso il 2020 potrebbe essere ricordato nella storia come il 1989 dell’Occidente. Difficile avere la minima fiducia nel fatto che l’intero sistema possa risorgere senza aver subito cambiamenti profondissimi.
  4. L’Occidente si troverà a gestire una nuova situazione totalmente inedita per come si è sviluppata negli ultimi decenni della cosiddetta globalizzazione: le scelte che dovrà operare coinvolgeranno il sistema nella sua interezza, in termini tanto economici, quanto politici, sociali e culturali in generale che saranno determinanti  nel delineare la sua traiettoria storica.
  5. La complessità e al tempo stesso l’attuale fragilità del mondo capitalista globalizzato, non fanno per nulla sperare in un suo rinsavimento o cambiamento di stampo riformista: se come affermato “il nuovo risulta dal vecchio ed è la sua prossima fase” è molto probabile che, al di là delle timide aperture connesse alla fase emergenziale, il sistema nel suo insieme, una volta risolta la pandemia,  tenterà un’operazione di restaurazione del modello politico ed economico precedente. Così come di fronte all’imminente disastro ambientale il capitalismo ha dimostrato la sua impotenza e impossibilità a trasformarsi in “altro”, così una volta scampato il pericolo, non sarà in grado di pensare e realizzare qualcosa di diverso dalle ricette precedenti poiché, in caso contrario, andrebbe incontro alla negazione stessa del suo modello storico. Il capitalismo attuale è come il pilota di un’auto che, con i freni rotti, si trovi ad affrontare una strada in discesa: sa benissimo che prima o poi andrà a schiantarsi, ma non sa e non può fare altro che attendere lo schianto.
  6. L’impossibilità strutturale di pensarsi come qualcosa di diverso determinerà la direzione delle scelte politiche economiche e sociali dei governi occidentali. È facile immaginarsi che questo accelererà l’attuale processo ormai pluridecennale di svuotamento sostanziale della democrazia se non addirittura, in relazione alle fortissime tensioni e conflitti sociali che ne potrebbero scaturire, la sua esplicita fine.

Se il processo seguirà questa direzione e se subirà, come probabile, un’accelerazione in ogni sua componente, ci potremmo trovare di fronte ad una vera e propria biforcazione storica dagli esiti imprevedibili ma con buone possibilità che il mondo di domani possa essere peggiore, e anche di molto, al mondo di oggi. La domanda da porsi fin da ora è: come affrontare questa situazione e quali speranze abbiamo per poter influire in qualche modo su cosa sarà domani?

In merito al concetto di biforcazione storica Immanuel Wallerstein scriveva:

“Nel normale procedere dei sistemi storici, come in tutti i sistemi nelle loro fasi di funzionamento, anche ampie fluttuazioni hanno effetti relativamente piccoli. È questo che intendiamo per sistema. Un sistema dispone di meccanismi che provano a ripristinare l’equilibrio, e vi riescono fino ad un certo punto. […] Ma quando i sistemi si trovano lontano dall’equilibrio, quando si trovano in una fase di biforcazione, piccole fluttuazioni possono avere grandi conseguenze.”[3]

Nelle parole di Wallerstein c’è una nota di speranza: un sistema in squilibrio determinato non nella dimensione ciclica quanto in termini di rottura della sua traiettoria storica, è alquanto vulnerabile. In questa sua vulnerabilità consolidati rapporti di forza possono venir messi in discussione più facilmente o addirittura ribaltarsi iniziando e indirizzando una nuova traiettoria sistemica. In questo senso vari movimenti di alternativa possono ampliare di molto l’efficacia di azioni che se fossero state concepite e realizzate in un momento di equilibrio sistemico, sarebbero risultate semplicemente irrilevanti.

Sebbene questa visione possa ad oggi risultare alquanto ottimista, non pare che ne esistano altre percorribili sulla piazza per poter sperare e agire nella direzione costruttiva di un mondo “altro” e necessario. Per dare una chance a questa possibilità devono però cambiare approccio anche le forme di movimento antisistemico attualmente in essere, da quelle della Sinistra più “tradizionale” a quelle di vari movimenti presenti sulla piazza. Non è assolutamente possibile affrontare un mondo in rapido cambiamento e sottoposto ad un’accelerazione di processo con i tempi e le metodologie di oggi.

Per quanto riguarda i tempi dovrebbe essere abbastanza chiaro: soggetti e movimenti di alternativa non possono muoversi con un enorme sfasamento temporale in relazione alle trasformazioni epocali che ci stanno di fronte. Però, più sottile e più difficile è affrontare la questione metodologica, perché coinvolge quel passaggio spesso irrisolto ed eluso che va dall’interpretazione del mondo alla sua trasformazione. Oggi più che mai, limitarsi all’analisi dell’esistente significa subire il cambiamento, la trasformazione; significa, molto probabilmente rimanere spettatori di fronte al dramma che si consuma oggi e che, con buona probabilità, si consumerà domani a livello ambientale, economico e sociale. Significa anche non essere presenti negli inevitabili conflitti che scaturiranno da quella situazione, significherebbe, probabilmente la certificazione della fine di un concetto della storia come possibilità di cambiamento positivo che ci accompagna in Occidente almeno dall’illuminismo.

Cambiare approccio significa potersi inserire all’interno delle biforcazioni storiche pensando a come poterle influenzare, cambiarne la direzione, significa passare dall’ “essere” all’ “esserci” il che equivale al passaggio necessario dalla centralità dell’analisi dell’esistente alla progettazione e alla prassi di realizzazione di un dover essere, di un nuovo mondo che va definito e proposto. Diventa difficile pensare che altrimenti potremo delineare una traiettoria diversa da quella che sembra riservarci il destino. Diventa pressoché impossibile, senza la proposta di un nuovo mondo, portare dalla nostra parte persone che, in una prospettiva molto probabile, avranno come unico orizzonte la quotidianità del “si salvi chi può”. Infine, diventerà impossibile senza queste persone agire un conflitto con rapporti di forza almeno accettabili, conflitto inevitabile perché la possibilità di un mondo nel quale si giocheranno fortissime contrapposizioni è più che probabile.

Questo non significa affatto abbandonare la dimensione dell’analisi ma quello che a noi serve è qualcosa di diverso proprio a partire dalla sua funzione: l’analisi non è lo stadio finale di un percorso bensì il punto di partenza per la costruzione.

Nello stesso tempo, la rappresentazione di un mondo “altro” non può limitarsi ad una lista delle cose che dovrebbero essere in alternativa allo status quo, elementi del “dover essere” che non hanno alcuna possibilità di autorealizzarsi: il nostro problema non è tanto dire dei “no” o dei “basta”, oppure fare un elenco di cose e proposte di alternativa, o elencare i perché le cose debbano essere diverse; il nostro problema è il “come” realizzarle, dobbiamo spostare la centralità del pensiero e dell’azione sul “come  fare?”, il “come” è un elemento centrale anche per la nostra credibilità e, quindi, per la crescita e l’appoggio di molti altri che potremmo intercettare lungo il cammino.

Tutte queste però sono cose più volte dette, e oggi assumono sicuramente un peso maggiore rispetto al passato. Se vogliamo però iniziare seriamente in questa direzione ed evitare la facile contraddizione con quanto già esposto vale la pena delineare, seppur per sommi capi, alcune proposte sul “come” dare inizio ad un percorso di questo tipo, proposte certamente non esaustive, che vanno elaborate collettivamente all’interno dell’ipotesi tracciata.

  • In linea generale la galassia dei movimenti e della sinistra occidentale, ad oggi, risulta inadeguata ad affrontare e ad essere minimamente percepita all’interno dei cambiamenti storici in corso. A fronte di tale inadeguatezza, al di là di qualsiasi differenza, è necessario costruire una progettualità che parta da un denominatore comune fatto di temi, ambiti, proposte, strategie comunicative e di azione che sappia anche valorizzare le specificità politiche e culturali dei vari soggetti e progetti, molto spesso complementari. C’è una cultura enorme in termini di proposta inespressa, racchiusa in nicchie tanto di partito quanto di movimento e campagne specifiche con denominatori comuni potenziali abbastanza chiari che devono emergere e diventare patrimonio comune in termini progettuali, di strategia e di azione coordinata e continua.  Può piacere o meno ma se ognuno continuerà per sé in maniera autonoma e autoreferenziale, rimarrà nell’inefficacia della propria nicchia, nel confronto/scontro con altre nicchie della nostra galassia nella quale le differenze alimentano l’approccio dicotomico: ma il problema non sono tanto le differenze quanto sapere cosa farsene e capire, ancora una volta, “come” utilizzarle al meglio ai fini progettuali. Se ognuno continuerà per conto proprio potrà continuare a proporre brillanti analisi e liste sul cosa dovrebbe essere e realizzarsi, ma non saremo nell’ambito della rivoluzione e neppure in quello della trasformazione, bensì rimarremo confinati nell’esercizio di stile.
  • Se da un lato già esiste questa volontà di confronto e di costruzione, questa è e rimane estemporanea. È impossibile affrontare il flusso continuo accelerato dei cambiamenti con un approccio evenemenziale ed episodico. Le costruzioni, oltre che obiettivi comuni da raggiungere, necessitano anche di continuità, di un flusso continuo di confronto ed elaborazione, proposta e strategia realizzativa senza i quali non possiamo illuderci di inserirci in alcuna biforcazione presente e futura. Non basta quindi sedersi attorno ad un tavolo e ragionare: quel tavolo deve diventare un luogo di riferimento costante nel tempo; non basta fare rete, le reti sono fatte di nodi ma anche di tanti buchi: quello che dobbiamo tessere è piuttosto un tessuto  possibilmente molto resistente.
  • In quel tavolo vanno elaborati i temi e le proposte con un approccio evolutivo e non semplicemente come frutto di una sommatoria: l’obiettivo, oggi non è solo quello di raggiungere un’offerta politica utile e credibile, bensì delineare anche un immaginario, una prospettiva che nel tempo possa realizzare un cambiamento storico in termini sistemici e strutturali.
  • In questa ottica, di fronte ad una crisi di sistema e ad un virus che, come il disastro ambientale non riconosce nessun confine, il tavolo va concepito fin da subito e votato ad un ampliamento almeno verso una dimensione minima continentale, ancora una volta un sistema in crisi non si può cambiare nell’illusione della nicchia protetta o dell’illusione della soluzione all’interno dei limiti territoriali delle frontiere: quelli sono solo campi di battaglia, il conflitto ha altre dimensioni e solo in quella dimensione esiste una minima speranza di vittoria.

Detto e ripetuto tutto questo, vogliamo farlo? Vogliamo far partire questo percorso da qualche realtà significativa? Proporci come catalizzatori di esperienze e progettualità tra i vari soggetti? Se vogliamo possiamo fare un tentativo, anche chiusi nelle nostre case aspettando la fine della pandemia: la tecnologia non impone solo lo smart working, ci concede anche quella possibilità e continuità di confronto necessario per dare il via a questa nuovo processo, secondo le risposte che giungeranno a questi tipi di proposta.


[1] Bertolt Brecht – Me-ti. Libro delle svolte.– L’orma editore Roma 2019, pag. 139

[2] https://www.huffingtonpost.it/entry/la-cina-ha-vinto-la-sfida-del-virus-ed-e-il-nuovo-padrone-del-mondo_it_5e67b01cc5b6670e72ff4a26

[3] Immanuel Wallerstein, Utopistica, Le scelte storiche del XXI secolo, Asterios Editore, Trieste, 2003 pag. 78

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Effetti politici di un’epidemia globale
Democrazia contagiata

2 Commenti. Nuovo commento

  • L’importante è essere chiari: Queste riflessioni sono rivolte agli studiosi. Qualsiasi sia il percorso scelto postpandemico, occorre decidere come continuare la comunicazione col popolo.

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    • Certamente! Occorre riaffermare la presenza della sinistra tra le persone, soprattutto di quegli strati in cui la destra ha sviluppato il suo populismo reazionario.

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