editoriali

L’Afghanistan dietro l’Afghanistan

di Stefano
Galieni

Sono molti gli elementi da prendere in considerazione per cercare di comprendere meglio quanto accaduto e quanto sta accadendo in Afghanistan. Ma ci sono alcune parole che vanno considerate cardine per evitare di cadere nei triti e ritriti commenti attuali. La prima parola è colonialismo, o meglio ennesima riprova di approccio coloniale ad una realtà considerata più “primitiva”, se la si relaziona ai nostri “civili paesi”. Nell’immaginario comune al paese asiatico si associano nell’ordine donne col burka, attentati, uomini armati con barba e sguardo crudele, guerra. Oppio o eroina per i più raffinati. Ma la storia afghana non inizia 20 anni fa con l’occupazione Nato. Raggiunta l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1919, il Paese conobbe un periodo di modernizzazione anche se la sua intera storia moderna era già allora attraversata da attentati, colpi di stato, conflitti. Neutrale durante la Seconda guerra mondiale, restò lontano anche dai tumulti della guerra fredda, divenne repubblica nel 1973 dopo un golpe incruento. Nell’aprile del 1978 andò addirittura al potere il PDPA (Partito democratico popolare dell’Afghanistan (già allora diviso in due componenti). Il resto, dall’invasione sovietica all’uccisione da parte dei taliban (studenti del corano) dell’ultimo presidente Najibullah nel settembre 1996, all’invasione Nato, sono vicende note. Meno noto è il fatto che negli anni settanta il paese, soprattutto nelle sue aree urbane, abbia conosciuto una sorta di Sessantotto con tutto il bagaglio di modernizzazione nei costumi, crescita di coscienza politica, intellettuale e culturale che ha messo fortemente a rischio le basi di una società strutturata sul potere patriarcale, sui legami clanici, sull’intangibilità della tradizione. Un “Sessantotto” nato grazie anche a spinte che provenivano da una parte della società afghana.  Gli stessi mujiaheddin che combatterono contro l’allora Armata rossa, non erano un corpo unico. In alcuni gruppi prevaleva lo spirito nazionalista, altri si sentivano partigiani, altri ancora, quelli che rimasero più coesi e ricevettero i maggiori finanziamenti Usa in chiave antisovietica, avevano come obbiettivo politico quello di riportare il paese a diventare un emirato islamico in cui la sola legge vigente era la più rigida interpretazione della sharia. Queste milizie ben armate e ben addestrate tennero il potere fino al 2001, riportando la vita delle persone indietro di un secolo. Faceva impressione l’odio verso le donne non obbedienti, verso la musica ed ogni altra forma di divertimento, arte, lettura, che non fossero diretta emanazione della propria visione religiosa. Ma quella storia profonda non si è persa e, spesso nascosta o costretta alla fuga, esiste ancora una società civile che cercava anche propria rappresentanza politica, che ha tutti gli strumenti per fermare l’ennesimo ritorno al passato. Ecco, ignorare questa profonda ed endogena capacità di resistere a tutto e a tutti è il più grave insulto che si possa rivolgere a chi vive in questo martoriato paese.

La seconda parola da utilizzare, pensando non solo ad un passato remoto è comunismo, da accompagnare ad anticomunismo. La ragione principale che portò gli Usa e la CIA, dal 1979 con l’operazione Cyclone, a finanziare i gruppi mujihaeddin, privilegiando poi i  taliban, era la destabilizzazione ai fianchi dell’allora Urss. Prima e dopo l’invasione sovietica, dopo le sconfitte subite in Vietnam, Laos, Cambogia, il terrore statunitense era quello di ritrovarsi con un altro importantissimo paese asiatico come spina nel fianco e in Afghanistan c’erano le condizioni per impedirlo. Una parte del paese – quella più tradizionale – non aveva accettato le riforme radicali imposte da Kabul, riguardanti non solo il ruolo delle donne ma la ripartizione delle terre, l’accesso all’istruzione, la diminuzione dell’autorità delle potenti famiglie dominanti soprattutto nelle aree rurali. La guerra al comunismo poteva essere combattuta e vinta e questo venne cinicamente fatto, consegnando il paese al buio più totale. Oggi quello che manca, non solo in Afghanistan, è la proposta di un’alternativa di società, anche da questo è dipesa la schiacciante vittoria taliban. Questa parola è importante, indica in pashtun, lingua maggioritaria nel paese, il plurale di talib, (studente), all’epoca si trattava di giovani che si erano alfabetizzati nelle scuole coraniche in Pakistan e Afghanistan. Solo i migliori di loro potevano aspirare a divenire ulema (teologi o depositari della legge religiosa) o mullah (cultore di teologia musulmana), per gli altri restava solo l’obbligo di imparare le sure (versetti coranici che sancivano alcuni divieti) e di saper applicare la sharia (cammino che conduce alla fonte a cui abbeverarsi). La sharia non è, come spesso si pensa, un codice definito ma un insieme di applicazioni delle sure, che varia da paese a paese, di norme a cui un buon musulmano si deve attenere. In alcuni paesi questa, che costituisce solo una parte del Corano, è divenuta diritto da esercitare anche in maniera coercitiva e la cui interpretazione è affidata a figure in grado di interpretare la norma in relazione alla persona che l’ha violata. Ed è su una rigida interpretazione della sharia che riporta all’affermazione dei valori “tradizionali” che prendono il potere gli studenti.

Il regime che si impose col mullah Omar, nel 1996 nasceva da un contesto profondamente diverso da quello attuale. Allora una parte minoritaria ma ricca del mondo musulmano era convinta che si potesse, anche attraverso il terrorismo, costringere e impedire che si giungesse ad una secolarizzazione già dominante, un tentativo di “fermare la storia” in nome di un dio, di cui in Italia dovremmo  conservare recente memoria. L’alleanza fra il ginepraio di Al Qaeda (la base) che trovò soprattutto in Pakistan e Afghanistan luoghi sicuri, e gli studenti coranici, si rivelò ben presto una scelta fallimentare. L’11 settembre dimostrò, nel suo orrore, di come una politica da “apprendista stregone” tipica degli Usa, aveva consentito ad organizzazioni composte da poche persone di divenire punto di riferimento per milioni di diseredati che si sentivano privi di futuro tanto in occidente che in casa. Senza mettere in discussione il pensiero unico neoliberista, il principe saudita e i suoi adepti avevano costruito un contesto simbolico di appartenenza e di rivalsa che non portò mai – come continuano a dire gli islamofobici di tutto il mondo – ad uno scontro di civiltà. Ogni attentato che dimostrava la fragilità del potere occidentale ha prodotto effetti spesso fra loro in contrapposizione. Da una parte la crescita di popolarità verso chi affrontava un sistema percepito come estraneo ed escludente, dall’altra il rifiuto (maggioritario) di uccidere e/o uccidersi in nome di una interpretazione dell’islam ritenuta blasfema ed errata. I 10 anni trascorsi dall’invasione dell’Afghanistan all’uccisione (peraltro in Pakistan) di Osama Bin Laden, potente e ricco saudita ritenuto, forse non a torto, l’unico in grado di governare Al qaeda e di terrorizzare il pianeta con i suoi videomessaggi, sono stati anni cruciali per indebolire temporaneamente, il potere talebano. I taliban hanno continuato a mantenere il controllo del territorio, finanziandosi anche col fiorente mercato d’eroina. Si continuavano a rappresentare nel paese come elemento di stabilità, in un contesto sconvolto dalla corruzione governativa, dagli occupanti occidentali e dai soprusi perpetrati dai signori della guerra, ma intanto perdevano qualsiasi potere contrattuale di relazione verso l’esterno. Paradossalmente l’impantanarsi successivo dell’occupazione, l’impoverimento del paese, il clima di violenza che nessuno sembrava poter fermare, il fallimento – in gran parte causa corruzione – anche di molti progetti di cooperazione internazionale, ha ridato loro slancio. Già dal 2015, chi non riusciva a fuggire verso il Pakistan dove ormai esistono due generazioni di persone prive di cittadinanza, verso l’Iran, dove si finiva nei campi e nella marginalizzazione, verso l’Europa, che già da alcuni anni, considerando il paese ormai in pace, ha cominciato a rimpatriare chi non aveva diritto all’asilo, beh chi non riusciva a scappare non di rado si rifugiava, con la famiglia, nelle aree controllate dai taliban, in cui le donne dovevano rendersi invisibili, in cui pochi diritti erano garantiti ma dove regnavano quel law and order in cui almeno non si rischiavano rapimenti, furti, uccisioni. L’operazione militare Nato Enduring freedom iniziata nell’ottobre 2001, era durata un mese con la fuga da Kabul dei taliban e la creazione di un governo garantito dall’occidente. Ma le truppe di occupazione – quello erano – sono rimaste 20 anni nel paese che di fatto non sono mai riusciti a controllare. Vaste aree rimasero, come già scritto sotto il controllo taliban, gli attentati si susseguirono e neanche le libere elezioni servirono ad “esportare democrazia”, a cui molti leader politici di oggi rinnegano di aver creduto. Nemmeno la creazione nel 2003 dell’ISAF  (International Security Assistance Force) sistema di controllo del territorio con cui i diversi occupanti si suddivisero le province per garantire l’autorità non solo a Kabul, del governo, ottenne l’effetto desiderato. La missione si concluse con un nulla di fatto nel 2014 lasciando i diversi contingenti in aree spesso isolate del Paese. Esemplare il caso italiano; i 900 uomini mandati nella provincia di Herat a garantire ordine e sicurezza, trascorsero gran parte del loro tempo nel compound assegnato, Ad ogni uscita c’era il rischio di un’imboscata e 53 soldati hanno lasciato la vita in quella assurda missione. Negli anni intanto, milioni di persone, forse 7, hanno lasciato il paese alla ricerca di un futuro, tre anni fa dal Pakistan è iniziata la più grande operazione di rimpatrio mai effettuata. La fuga di persone o compromesse con la passata amministrazione o indisponibili a vivere in un paese dominato dalla sharia, è il pericolo che oggi fa più tremare le cancellerie europee. I richiedenti asilo (altro termine fondamentale) potrebbero essere molti. Sarà possibile a tutti i paesi comportarsi in maniera cinica come l’Austria, intenzionata non solo a rimpatriare chi è già nel territorio e ha avuto il diniego all’asilo, ma anche a non accettare nessun afghano? O si darà un sostegno alla Turchia che sta edificando rapidamente un muro al confine iraniano per impedire ingressi? Ad oggi soltanto paesi come l’Albania, la Nuova Zelanda, il Canada, la Scozia, la Macedonia, persino l’Uganda (terzo paese per numero di rifugiati accolti) hanno assunto impegni chiari. Dichiarazioni generiche di disponibilità giungono da Germania, (a settembre va al voto), Francia e Turchia (dopo aver fatto il muro). Balbetta l’Italia laddove sarebbe invece necessaria una presa di posizione complessiva dell’UE e un piano coordinato che non obblighi chi fugge a pagare 5000 dollari e a rischiare la pelle per arrivare in Europa. A Kabul e nella provincia di Kandahar si concentra per ora il più alto numero di sfollati, (quasi 400 mila) e ha ragione da vendere il portavoce in Italia dell’Unicef, Andrea Iacomini, quando reclama un piano generale di redistribuzione e accoglienza dei profughi. Ma l’UE di Ursula Von Der Leyen, sarà in condizione di rivedere, anzi di stracciare il non ancora discusso in aula New pact on migration and asylum?

Un altro termine importante per capire quanto sta avvenendo è la parola oppio. L’Afghanistan è un paese ricco di metalli e minerali rari, potrebbe avere un enorme potenziale estrattivo, nel suo territorio c’è anche petrolio ma perché scavare quando la ricchezza, ovviamente per pochi si può produrre facendo coltivare papaveri? Nel 2012 – prima dell’avvento dell’energia solare – l’Afghanistan ha prodotto un totale di 3.700 tonnellate di oppio. Nel 2016 la produzione era cresciuta fino a 4.800 tonnellate. Nel 2017 c’è stato un raccolto davvero eccezionale, di gran lunga il più grande mai prodotto: 9.000 tonnellate di oppio. l’Afghanistan è diventato il più grande produttore mondiale di tale prodotto, in buona parte raffinato in eroina. La maggior parte proviene dalle province di Kandahar e Helmand, di cui la seconda è considerata il principale produttore. Si calcola oltretutto che in Afghanistan solo l’uno per cento dell’eroina esportata illegalmente veniva intercettata e distrutta dal governo. Secondo il rapporto Sigar (ispettorato generale per la ricostruzione dell’Afghanistan) e il capo dei servizi antidroga russi Viktor Ivanov,  ogni anno nel martoriato paese vengono prodotte 150 miliardi di dosi. Nessuno durante l’occupazione Nato ha realmente combattuto la guerra all’oppio magari permettendo ai contadini di produrre nei propri terreni altre colture. I taliban, che fino al 2008 consideravano l’oppio contrario all’islam, oggi sanno perfettamente che gran parte del pil del paese dipende da questa produzione e non sembrano interessati a farne a meno. Del resto i proventi della vendita, sono serviti a garantire armamenti e stipendi, quelli che l’esercito regolare spesso non riceveva.

Ma torniamo ai taliban che, diminuito il peso in Asia di Al Qaeda, da tempo deve affrontare anche le nuove aggregazioni che si costituiscono attorno all’idea di Stato Islamico, con cui gli studenti coranici sono in concorrenz. I taliban hanno già, prima di andare al potere, nell’apparenza, cambiato obiettivi e modalità d’azione. Esiste ancora la generazione dei sessantenni che hanno combattuto contro l’Armata Rossa, uno dei quali, Abdul Ghani Baradar, è passato tranquillamente dalla detenzione in Pakistan, da cui lo ha sottratto Trump, al tavolo delle trattative di Doha, del 2020 su cui solo gli ingenui si sono illusi. Oggi potrebbe divenire il nuovo presidente afghano. Altro anziano è Ashraf Ghani, detenuto per 8 anni a Guantanamo, accusato di svolgere un ruolo rilevante nell’intelligence taliban e ora anche lui pronto a nuove cariche. Ma a questa generazione si è affiancata quella dei “figli di”, a partire da Mohammed Yaqoob, figlio del fondatore dei taliban il Mullah Omar, trentenne laureato a Karachi. Questi nuovi taliban, che padroneggiano l’inglese sembrano aver compreso gli errori del passato. Perché imbarcarsi in crociate contro gli infedeli quando è possibile divenire elemento di stabilità di una regione e in quanto tale goderne dei benefici? Mentre partecipavano agli accordi di Doha che prevedevano una fase di transizione e un “cessate il fuoco” mai attuato, i taliban 2.0 come qualcuno li ha ben definiti, hanno aperto colloqui con la Russia di Putin che esercita un certo controllo sulle repubbliche caucasiche confinanti pur non essendo più (a qualcuno va ricordato) l’Unione Sovietica. Ma anche con il nuovo governo conservatore in Iran, con la Cina, che si è affrettata a riconoscere il governo taliban a condizione che ovviamente questo non pregiudichi la delicata situazione uigura, fonte di preoccupazione per Pechino. Già a luglio la Cina aveva rilasciato dichiarazioni di disponibilità dimostrando consapevolezza anche nei tempi di quanto sarebbe avvenuto in Afganistan, a condizione che la popolazione uigura, in maggioranza nella provincia confinante dello Xinjiang, non ottenga sostegno alla causa indipendentista. Non a caso le ambasciate di questi paesi, dopo l’arrivo dei taliban, sono rimaste aperte. L’impressione che si trae dalle prime dichiarazioni dei nuovi padroni dell’Afghanistan, improntate all’amnistia, ai diritti garantiti alle donne – nei limiti imposti dalla sharia – alla volontà di intrattenere relazioni pacifiche col mondo intero in cambio della non interferenza nei propri affari interni, è che il nuovo governo, che magari includerà anche qualche figura femminile e qualche personaggio non di rilievo del passato governo, intende pacificare il paese e a farlo crescere.

Crederci? Difficile ma non stupirebbe che anche dagli Usa giungano presto segnali di distensione per non lasciare l’importante nodo strategico sotto il controllo di potenze nemiche. Le reazioni politiche peggiori giungono per ora proprio dall’Europa che non solo non chiarisce cosa fare per l’accoglienza dei profughi ma, dove alcuni esponenti politici di diversi partiti, chiedono di riprendere “la guerra al terrore per difendere le donne”. Gli stessi che per venti anni hanno prorogato le missioni militari spacciandole per atti umanitari. Già le donne, ecco il penultimo termine su cui fermare l’attenzione. Utilizzate da un regime misogino come merce, e dai governi occidentali come simbolo per cui combattere, a ben pochi sembra interessare cosa siano veramente le donne in Afghanistan. Le varie organizzazioni in cui agiscono da tanti anni pressoché in clandestinità, mostrano un mondo sconosciuto fatto di professionalità, cultura politica, intelligenza, coraggio e determinazione. Per coloro che decidessero di fuggire sarebbe obbligatorio garantire corridoi di ingresso sicuri, magari con figlie e figli, possibilmente con l’intero nucleo familiare. Ma alcune, raggiunte in via rocambolesca per telefono, dopo che si sono messe per ora in sicurezza,  non intendono lasciare il paese. “Non spegnete i riflettori puntati su di noi solo in questi giorni. Almeno questo. Continuate a informare il vostro paese. I vostri governi sono responsabili quanto e più dei taliban delle nostre sventure. Noi restiamo a fare quello che potremo fare, consapevoli di quanto rischiamo”. Ed è questa l’ultima parola che si impone parlando di Afghanistan e non solo, “Resistenza”, non solo contro le teocrazie, i regimi dittatoriali sparsi per il pianeta, le violenze imposte da un neoliberismo che accomuna ogni simbologia dominante, ma anche contro i diversi imperialismi che sovrastano la spartizione del mondo. Le responsabilità sono diverse fra le grandi potenze perché diverse sono le strategie, le prospettive, le culture di base a cui afferiscono, i mille caratteri che li differenziano. Ed è scontato che, non riconoscendoci nella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, i principali responsabili della catastrofe afghana da portare sul banco degli imputati siano i governi dei paesi Nato, Usa in primis. Ma con altrettanta nettezza va affermato che se un auspicato multilateralismo rischia di trasformarsi, come nel caso Afghanistan, nella spartizione di una torta, nulla di buono potrà mai venirne per nessun popolo.

Stefano Galieni

Chi sono e cosa vogliono i nuovi talebani che hanno riconquistato Kabul
Ora basta con la guerra!

1 Commento. Nuovo commento

  • Marco Sansoè
    21/08/2021 15:48

    Tutte le iniziative di solidarietà con il popolo afghano sono lodevoli e vanno sostenute, ma… scorgiamo un’ipocrisia di fondo.
    L’Italia ha speso 8,5 miliardi di euro per una guerra a favore della quale hanno votato tutte le forze politiche oggi in Parlamento! Come diceva Gino Strada “…se quei soldi fossero stati dati direttamente all’Afghanistan…”. Inoltre sono morti 54 militari italiani per una guerra che non ha ottenuto alcun risultato tangibile né per l’Afghanistan né per gli equilibri internazionali.
    Affermare che quella guerra è stato un errore è poca cosa. Ammettere di aver sbagliato e ricercarne le ragioni dell’errore per prenderci le nostre responsabilità è indispensabile per andare oltre. In quanto membri della Nato è indispensabile che l’Italia si chieda a che serve visto la permanente subalternità alle decisioni, sbagliate, degli Stati Uniti!
    Ora dobbiamo riparare agli errori: la politica italiana deve chiedere scusa agli italiani per il denaro speso male e sprecato e deve chiedere scusa al popolo afghano per lo stato nel quale il paese viene lasciato, dopo una guerra che, come sempre, ha colpito soprattutto i civili, lasciando morte e distruzione.
    Ora è indispensabile e urgente una politica di pace e cooperazione, capace di fare diventare protagonista il popolo afghano. Così come è indispensabile predisporre piani di accoglienza adeguati per i profughi che si sposteranno dalla regione.
    Ma non ci si può lavare la coscienza costruendo percorsi che discriminano gli stessi afghani, favorendo l’abbandono del paese solo per quelli che hanno avuto l’opportunità di collaborare direttamente con la Nato abbandonando gli altri.
    Inoltre, perché sì all’ingresso degli afghani che vogliono abbandonare il Paese e non anche ai migranti rinchiusi nei “campi di concentramento libici”, quelli falcidiati dalla guerra in Siria o nel Tigrai e in tutte le aree di conflitto in Africa e nel mondo?
    In questi ultimi decenni il PD e la sinistra di governo hanno votato a favore delle “guerre umanitarie”, di quelle “per esportare la democrazia” o “contro il terrorismo internazionale”, l’hanno fatto indifferentemente dal governo e dall’opposizione. Guerre che hanno solo procurato morte, accentuato la povertà di quei popoli e non hanno risolto alcuno dei problemi di quei Paesi.
    Ma certamente hanno procurato affari, infatti sono aumentati gli stanziamenti militari, finanziamo il riarmo della Libia, vendiamo armi all’Egitto e all’Arabia Saudita (noti paladini dei diritti umani!), collaboriamo strettamente con l’esercito del governo corrotto e violento della Colombia. Questa è una politica colpevole dalla quale dobbiamo uscire!
    Una riflessione politica è quindi necessaria e urgente, non basta lavarsi la coscienza con gli appelli alla solidarietà, si devono mettere in discussione le scelte che stanno alla base di quella politica sbagliata.
    Per questo ci permettiamo di suggerire alcuni provvedimenti urgenti per cominciare a cambiare politica dopo i fallimenti:
    – il ritiro delle nostre forze armate da tutte le zone di guerra o di addestramento o di controllo dei confini nel mondo;
    – spostare i fondi per l’acquisto degli F35 su Canadair utili per affrontare gli incendi;
    – l’abolizione del reato di “immigrazione clandestina”;
    – la fine dei finanziamenti alla Guardia costiera libica, favorendo la chiusura dei “campi di concentramento” in Libia;
    – aprire vere “voci di bilancio” per finanziare strutture di accoglienza adeguate;
    – chiudere i Cpr e favorire la nascita di strutture pubbliche diffuse per l’accoglienza di tutti i migranti e richiedenti asilo secondo il diritto internazionale e la nostra Costituzione;
    – avviare nuove e più efficaci politiche di cooperazione civile in sostituzione di quella militare.

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