La verità

di Roberto
Musacchio

Tra autoglorificazioni, proclami, allarmi, qual è la verità della pandemia in Italia?

Abbiamo dedicato alla sua ricerca molto lavoro di transform di questi mesi travagliati. Non per polemica o battaglia politica ma per servizio al bene comune ed alla democrazia.

Ce la siamo presi con il liberismo che ha attaccato la sanità pubblica, e tutto il pubblico in generale.

Abbiamo ricordato le 60 lettere mandate dalle istituzioni europee per tagliare le sanità pubbliche nei Paesi per ragioni di bilancio.

Abbiamo ricordato i 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica italiana.

Scritto del lavoro pubblico italiano, a partire da sanità e scuola, ridotto ad essere il più scarso, vecchio e mal pagato.

Chiesto che fine aveva fatto il piano antipandemico.

E che fine aveva fatto la riforma sanitaria.

Abbiamo chiesto il commissariamento della regione Lombardia e lo stop al disastro dell’autonomia differenziata.

Raccontato dal Nord il focolaio.

Polemizzato con uno stato di emergenza che restava l’unico in Europa e lasciava aperte le discoteche.

Abbiamo avanzato proposte per un servizio sanitario pubblico europeo, la sua ricostruzione in Italia, l’assunzione delle centinaia di migliaia di persone nel lavoro pubblico che serve al pubblico, i minimo per stare almeno nelle medie europee. Abbiamo chiesto che questa sia la priorità dell’uso dei fondi europei.

Abbiamo chiesto alla UE di uscire da Maastricht per tornare in Europa.

Abbiamo denunciato la politica che ha affidato tutto alle imprese regalando soldi e pedendo lavoro, perché questa è la verità.

Viene fuori dai dati un Paese che nei primi mesi ha avuto il più alto numero di morti al Mondo in percentuale sulla popolazione.

Che poi ha recuperato anche con un grande senso di responsabilità dei suoi cittadini.

Ma ora non ci fermiamo…

Che succede?

Ora scatta l’allarme. Un presidente di Regione chiede aiuto. Qualche tecnico mostra sorpresa dell’aumento dei contagi.

Ma in questi mesi abbiamo predisposto l’adeguamento sanitario, e di tutto il resto, o no? Domanda posta alle regioni e al governo. Si era prorogato lo stato di emergenza per fare che? Intanto si constata che ora la pandemia è scesa anche al sud e forse sarebbe stato opportuno riflettere sulle riaperture che non tenevono conto delle differenze. Servono risposte e informazioni molto più che l’alternarsi di autoglorificazioni e proclami.

Se si guarda al quadro europeo non è che si possa essere rassicurati. Anzi. Ancora nessun coordinamento neanche di metodologie e di raccolta di dati.

Per non parlare di frontiere presidiate contro i migranti ma non contro il virus. Era proprio impossibile creare task force sanitarie alle frontiere pagate dalla UE magari recuperando i soldi del Mes, sciogliendolo e trasferendo le risorse in un avvio di servizio sanitario europeo pubblico?

Il Mes non può essere l’alibi per non fare.

Nessuno lo sta chiedendo perché è una formula con un trattato assurdo che non viene bypassato da nessun gentlemen agreement. Prestiti a 10 anni con stigma.

Persino D’Alema si è detto perplesso.

Non è che il resto sia gratis e tranquillo. Finché restano Maastricht e patto di stabilità non andrà mai bene. Però ad ecofin si comincia a prendere atto che la pandemia non è passata e bisognerà diluire il ritorno all’ossessione dei conti.

L’Italia ora sta andando un po’ peggio della Germania ma meglio di Francia e Spagna. Ma che significa?

Le metodologie di intervento e calcolo sono diverse e si fa fatica a capire.

Sembra proprio che si stia sul convivere col virus e che l’idea di fuoriuscirne abbattendolo resti appannaggio della Cina (con le dovute verifiche).

Convivere, ma come? E con quali risultati?

È servita la grancassa di una partita di calcio a far capire a tanti operatori dei massmedia il marasma della sanità differenziata.

Abbiamo sicuramente imparato a curare meglio e questo è importantissimo.

Ma, per favore, ci dite come stiamo messi con piani, strumenti, operatori?

Autoglorificazioni, pistolotti, allarmi servono a poco se non sono dannosi.

Informateci e fate, anzi facciamo.

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