La Sinistra Europea oltre la lista

di Marco Noris –

Il terzo spazio proposto dalla Sinistra Europea per le elezioni del 26 maggio è quanto mai necessario. Per fare chiarezza – al di là della questione populista, che si presta sempre a molteplici interpretazioni ed è accompagnata sempre da un deficit definitorio di fondo – il continente rischia di essere governato in continuità dalle forze neoliberiste che l’hanno condotto in questa condizione, oppure, dalle forze di una destra le cui radici affondano nel terreno della prima metà del novecento e spesso, anche in modo esplicito, direttamente nello stesso humus della cultura fascista di quel periodo.

Sia che vinca uno schieramento o l’altro oppure che si trovi una soluzione di compromesso, tutt’altro che improbabile, il destino dell’Unione Europea sembrerebbe segnato dal suo disfacimento progressivo ma, nello stesso tempo, segnato anche da una profonda continuità nelle politiche neoliberiste: la lotta tra capitali globali e nazionali in atto è volta alla ricerca di una nuova situazione di equilibrio tra i diversi interessi dei contendenti che l’Unione Europea non è più stata in grado di garantire a partire dalla crisi del 2007/2008. Nessun attore di questo scontro ha però la minima intenzione di mettere in discussione il paradigma neoliberista imperante: la questione è puramente legata alla occupazione degli spazi di potere per condurre e gestire la macchina continentale.

Ma non è solo – e forse non tanto – la fine dell’Unione Europea che dovrebbe preoccupare: quello che si profila all’orizzonte è l’interruzione di un progressivo processo di coesione e unificazione del continente che dura, seppur con fortune alterne, da oltre due secoli, e va detto che nei momenti in cui tale processo si è interrotto, si è sempre visto il risorgere di ciò che di peggio l’Europa ha saputo offrire ai propri popoli in termini di massacri e guerre fratricide.

Si potrebbe discutere o meno se questo scenario possa essere plausibile anche nel futuro ma occorre tener presente almeno due fattori che potrebbero concretizzarlo: il primo fattore riguarda la crisi cronicizzata che prefigura una definita traiettoria storica di riferimento per il futuro delle prossime generazioni; il secondo è che l’Europa si avvia in maniera definitiva ad occupare nel sistema-mondo una posizione semiperiferica in termini sia geopolitici che economici così da chiudere in maniera definitiva la lunga e plurisecolare parentesi eurocentrica. È fuor di dubbio che questa prospettiva risulti fondamentale nello spiegare la virata a destra di fette consistenti della popolazione europea che in termini difensivi e secondo la banale filosofia del “si salvi chi può” cercano di tutelare almeno il cortile di casa propria incarnato principalmente dal mito della sovranità dello stato-nazione.

In questa situazione difensiva nella quale alla narrazione della scarsità economica si accompagna l’idea della tutela dei propri interessi attraverso i distinguo, l’esclusione e, in buona sostanza, anche l’idea di una scarsità dei diritti, la Sinistra che intenda affrontare le questioni attraverso il ritorno all’angusto spazio-tempo dello stato-nazione non sembra avere la minima possibilità di successo, né in termini politici né in termini di egemonia e persino di minima presenza culturale; ed è da supporre che la sconfitta di questo approccio avverrà in tempi molto brevi così come anche le ultime vicende della Sinistra tedesca dimostrano. Nella situazione storica nella quale viviamo, una Sinistra di questo stampo può solo tirare la volata all’estrema Destra.

Detto questo va registrato comunque il fallimento politico e storico della Terza Via socialdemocratica in tutta Europa che ha inteso incarnare l’idea stessa di Sinistra post 1989 ma che aveva già gettato le basi per la sua totale sottomissione al pensiero neoliberista nel corso di tutti gli anni ‘80. La crisi di tale impostazione è irreversibile. Sintetizzando, anche senza ripercorrere la storia degli ultimi tre decenni, il percorso socialdemocratico ha seguito congiuntamente tre direzioni: quella della partecipazione attiva alla costruzione del nuovo assetto geopolitico internazionale, nel quale, tra le altre cose, la guerra ha smesso di essere considerata un tabù; quella della tessitura di relazioni e rapporti privilegiati con il mondo dell’alta finanza, nell’erronea convinzione di poter gestire questo mondo e non di finire inevitabilmente ad esserne gestiti; infine una direzione più specificatamente interna alle politiche dei singoli stati, realizzando quelle condizioni economiche e istituzionali più favorevoli al grande capitale finanziario, svolgendo, ad esempio, un importante ruolo di depotenziamento del conflitto sociale a fronte di controriforme nel mondo del lavoro che sarebbero state più difficilmente digerite se realizzate dai governi di centrodestra.

Prigioniere della loro storia le forze socialdemocratiche europee, con pochissime eccezioni, sono geneticamente incapaci di un cambio direzione e, per non smentirsi, ripetono masochisticamente formule e proposte fuori tempo massimo alle quali ormai nessuno crede; sono sostanzialmente votate alla sconfitta storica se non alla morte politica nei prossimi anni. Nello stesso tempo, il loro percorso le ha allontanate in maniera definitiva non solo e semplicemente da quelle politiche sociali che genericamente potremmo definire di Sinistra, ma nella pratica di governo sia a livello nazionale che continentale esse si allontanano dal rispetto stesso di quei valori di eguaglianza che sono alla base della stessa visione del mondo e di un pensiero che potremmo definire di Sinistra: la stessa candidatura da parte del gruppo dei Socialisti Europei di Frans Timmermans, attuale vice di Jean Claude Juncker a presidente della Commissione europea non fa altro che confermare la loro incapacità nel pensare e proporre qualcosa di realmente diverso dalla strada fin qui seguita.

È in questo senso che non diviene percorribile con tali forze una qualsivoglia forma unitaria per combattere la barbarie che avanza: non esiste un terreno comune in termini progettuali e qualsiasi unità, se non è costruita nello spazio di una cornice progettuale condivisa, è destinata a perire in brevissimo tempo, non risultare credibile per nessuno e, all’atto pratico, a non fermare per un solo istante o indebolire l’avanzata degli stessi barbari.

Con queste premesse se pensiamo però ad un nuovo progetto per la Sinistra è necessario tener conto di una serie di considerazioni imprescindibili per la sua costruzione, in particolare almeno tre:

  1. Si è venuto a creare un vuoto politico enorme in Europa e, seppur in misura diversa, nei Paesi che la compongono. In questo senso la situazione italiana è particolarmente grave e, questo vuoto enorme è visibile solo in corrispondenza della Sinistra ma non delle altre forze politiche e, più in generale, delle altre culture politiche in campo.
  2. In secondo luogo e come principale conseguenza del primo punto, la situazione dell’Unione Europea così come quella dei suoi singoli stati membri è ormai tale per cui diventa difficilmente concepibile un cambiamento che non sia radicale, sistemico e strutturale poiché la traiettoria storica che si è delineata ha messo in discussione diritti e valori che sembravano pacificamente acquisiti da decenni e questo è avvenuto in assenza di forze politiche che potessero opporvisi in maniera sostanziale.
  3. Infine, la portata dei problemi sul piatto, da quelli ambientali, a quello dello strapotere del mondo finanziario, del lavoro e, in generale, della questione dell’eguaglianza ormai su tutti i fronti dei diritti civili, impongono un’analisi e uno spazio di proposta alternativa che non possono essere relegati negli angusti confini dei singoli cortili di casa, anzi serve esattamente una strategia progettuale opposta. Questo non deve riproporre però la falsa dicotomia Europa vs stato-nazione: la stessa Unione Europea non ha fatto altro che rendere fruibili al suo interno tutti quei differenziali, da quelli inerenti il mondo del lavoro a quelli di politica fiscale, tesi a dividere e non unire il continente consentendo al grande capitale di superare o procrastinare la propria crisi attraverso quegli espedienti di gestione differenziata degli spazi istituzionali ed economici che hanno realizzato quel processo di accumulazione per espropriazione, causa determinante dell’attuate contesto di progressiva polarizzazione economica.

Date queste considerazioni un progetto di alternativa sistemica e strutturale non può che avere come riferimento – per certi versi, addirittura come dimensione minima – lo spazio continentale. Questo non significa sottovalutare il campo di battaglia interno allo stato-nazione: mentre a sinistra spesso ci si scontra se seguire una strada oppure un’altra, il capitale ha sempre pensato nella sua storia a come percorrerle tutte, ad essere invasivo a tutti i livelli anche istituzionali e chi si oppone al suo strapotere non può fare in maniera diversa: non esiste nessuna strada che sia protetta e indipendente dalle altre. Quello che servirebbe è la rappresentazione di un’alternativa che a partire da una progettualità continentale di vera e propria liberazione dell’Europa possa declinarsi nella realtà dei programmi dei singoli stati e calarsi come un riferimento anche nella complessità delle realtà locali.

Per poter realizzare tutto questo, però, serve una spinta innovativa che comporta un vero e proprio salto di qualità politico e progettuale da parte di tutte le forze della Sinistra europea.

La composizione del Parlamento Europeo aiuta sicuramente lo sviluppo di tale prospettiva: al contrario dell’opaco marasma italiano nel quale pressoché tutte le tradizionali forze politiche sono scomparse all’insegna della retorica del nuovismo che, nella realtà, non ha risolto nessuna antica e cronica contraddizione del sistema, il Parlamento Europeo è composto da otto gruppi; essi rimandano a specifiche e chiare identità politiche che rispecchiano, nella stragrande maggioranza dei casi, la situazione dei paesi membri. Tra questi gruppi, l’unico che ha sempre coerentemente mantenuto l’impianto antiliberista, che ha marcato una sostanziale differenza politica rispetto a tutti gli altri è quello del GUE/NGL. Se esiste uno spazio parlamentare nel quale coniugare unità e coerenza progettuale, nel quale costruire una rappresentazione di un’alternativa all’altezza della critica proposta, è questo e non altri. All’interno di questo spazio – nato nel 1995 – le forze che fanno parte del Partito della Sinistra Europea, sorto ormai 15 anni, fa sono preponderanti. Non è scopo di queste righe fare una disamina del perché questo spazio e questo soggetto non siano stati in grado ad oggi di trovare al loro interno quel denominatore comune che avrebbe consentito l’elaborazione di una progettualità condivisa di alternativa all’attuale sistema dell’Unione, ma sembra ormai che i soggetti componenti sentano oggi l’esigenza di superare le antiche divisioni e specificità che non hanno consentito il realizzarsi di una reale progettualità politica su scala europea. Questa esigenza è ben trapelata dalla comunanza di intenti scaturita dal seminario internazionale su Le Sinistre ai tempi del populismo che Transform Italia ha tenuto a Torino il 9 e 10 marzo scorsi.

Alla luce di queste riflessioni la presentazione di una lista italiana della Sinistra europea assume allora un significato più profondo che va anche al di là del mero evento elettorale. Proprio l’Italia, uno dei Paesi con la Sinistra più debole dell’Unione, si fa promotrice di una lista che si riconosce in una piattaforma dalla valenza continentale.

La novità politica di questa cosa è enorme e, al momento, non ancora sufficientemente considerata. Si tratta di dare il via ad un progetto che era rimasto congelato da troppi anni: un progetto transnazionale nel quale l’Italia stessa si pone come laboratorio, una sperimentazione attraverso la declinazione di un progetto che intende essere continentale, l’affermazione di un’unità tra soggetti e progettualità che travalica le frontiere: se 5 anni fa lo slogan era cambiare la Grecia per cambiare l’Europa, ora si pensa di cambiare l’Europa per rendere possibili le condizioni di un cambiamento radicale anche all’interno dei singoli Stati, un’inversione del percorso necessaria per trovare forza e spazi adeguati ad agire un conflitto altrimenti perso in partenza.

Una dimensione spaziale più ampia come quella continentale presuppone però anche una dimensione temporale diversa di riferimento e una altrettanto diversa valorizzazione dei soggetti coinvolti: le elezioni sono sì un evento importante e vanno giocate al meglio, ma tale progetto non può e non deve essere condizionato dal risultato che si andrà ad ottenere il 26 maggio prossimo: i tempi di un’elaborazione progettuale, sebbene non possano ignorare i vari appuntamenti elettorali non ne devono essere condizionati nel loro processo: si tratta di (ri)costruire una cultura con una radicalità innovativa che non ha precedenti negli ultimi decenni di storia della Sinistra. Allo stesso modo il Partito della Sinistra Europea potrebbe divenire uno strumento importante a tale scopo: troppo spesso si sottovaluta che la crisi della struttura del partito novecentesco, così presente in Italia più che in molti altri Paesi europei, è strettamente correlata con la crisi dell’effettivo potere decisionale a disposizione nello spazio dello stato-nazione. In questo senso crisi della forma partito e stato-nazione sono strettamente collegate.

Nello stesso tempo, non si deve assolutamente consentire il fuggi fuggi generale all’indomani di un eventuale insuccesso alle elezioni europee: queste elezioni devono concretizzare solo un primo laboratorio nel quale dare il via ad un progetto da troppo tempo procrastinato.

Forse tutto questo può apparire irrealizzabile al cospetto del pessimismo della ragione, ma a tale pessimismo si dovrebbe accostarne un altro che ci costringerebbe a non considerare più di tanto il primo, e cioè quello che vede, in assenza di questa soluzione, il baratro più profondo: forse, questa volta, guardandoci negli occhi potremmo essere noi stessi ad affermare che non c’è alternativa credibile a questa direzione.