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La sinistra che combatte

di Roberto
Musacchio

Lula Ignacio da Silva nasce povero 75 anni fa. Emigra per mangiare e il diritto a non avere fame è una costante della sua battaglia, da sindacalista, da politico e da Presidente.

Sbattuto in carcere attraverso un vero e proprio complotto che cerca di seppellirlo sotto accuse infamanti ne è riemerso con più forza e grinta di prima, se possibile. La fascistizzazione che ha colpito per alcuni anni il Brasile, come altri Paesi dell’America Latina, e che voleva spiantare la rinascenza di un Continente riportandolo ai tempi terribili dei golpe degli anni ’70 ha trovato stavolta una resistenza capace di rovesciare di nuovo l’avversario. Merito di antichi partiti che ancora una volta, e nonostante le loro responsabilità (lo stesso PT brasiliano fu richiamato da molti a non tradire la sua ragion d’essere) hanno trovato la strada della rinascenza grazie a radici profonde, di classe ed antimperialiste, non rescisse. Molti, come in Cile avvalendosi di nuove generazioni felici di dirsi comuniste. Merito di movimenti storici e mai domi come i Sem Terra e Via Campesinas capaci di una critica incessante ma sempre volta a guadagnare alla causa. Merito dei nuovi movimenti femministi, indigeni, ambientalisti. Merito di nuove soggettività politiche che si affacciano. Merito della resistenza storica e stoica dei vecchi leader e della forza giovane dei nuovi. Ciò che a lungo era stato diviso, schiacciato dai golpe e ora di nuovo colpito non ha più perso la capacità di fare fronti ampi, di unirsi non rinuciando ai fondamenti ma facendone identità unitaria e non ideologismo divisorio. Sono diverse le esperienze ma hanno imparato a difendersi tra loro. Lula torna e subito difende Cuba e firma un appello contro il blocco con 400 personalità anche nord americane che esce con grande rumore sul New York Times. Dice Lula che non si trova a Cuba chi mette un ginocchio alla gola di un fermato e cementa così l’alleanza con Black lives matter contro il bloqueo che si estende a quei democratici USA che non sono più né sparuti né foglie di fico.

Il fb di Lula racconta le giornate di un guerriero. Chiede ai presidenti, tra i quali si spera tornerà presto, di sospendere i brevetti sui vaccini. Perché ci sono si le enormi responsabilità di Bolsonaro nel non affrontare la pandemia ma poi ci vogliono i vaccini e i brevetti lo impediscono. Incontra i leader dei Sem Terra e rimette al centro sovranità alimentare e diritto a mangiare perché con Bolsonaro troppi sono tornati ad avere fame. Incontra “compagni” sindaci. Fa gli auguri agli atleti che vanno alle Olimpiadi. Proprio le Olimpiadi in Brasile furono un brutto punto di caduta di un governo, quello del PT, che ha faticato a orientarsi tra riforme radicali e modernizzazione, in un Paese gigante ricchissimo e poverissimo insieme. Tutto dice che la durissima fase di rifascistizzazione e il richiamo per resistere alle ragioni militanti dia forze e sostanza per non ripetere errori.

Lula ha 75 anni. “Anziani” sono Mujika, Sanders, Corbyn. Ma con loro torna a valere il bello che la lotta non invecchia mai. L’opposto dell’imbalsamento di certo socialismo reale. Mi fa pensare a quanti compagni anche nella mia esperienza ho visto combattere fino alla fine, quando il Partito o la loro comunità li accompagnava all’ultimo viaggio. Da loro apprendevi fino alla fine. Senza retorica, magari litigando.

Altro che il “vuotismo” di certo nuovismo che ha prodotto più cinismo e rottamazioni di idee e non di poteri.

La Linke, in Germania, ha presentato la sua campagna elettorale. È, a suo modo una esperienza eroica quella di non subire la cancellazione di una Storia ma di farla vivere in una realtà tutta diversa, anche soggettivamente. Li ho conosciuti da vicino e ho apprezzato il travaglio e la dignità, il rigore sul passato ma anche sul presente. I “vecchi” dell’Est muoiono prima dei pregiudizi anticomunisti ancora forti anche dentro una socialdemocrazia pure in crisi profondissima. I giovani arrivano, ma possono essere più attratti dal nuovismo verde in salsa real politik. La Linke ha indicato una via diversa dell’unificazione, non annessoria, ma fondata sul futuro a sinistra incontrando la socialdemocrazia non rassegnata alla deriva del dopo Brandt prima vincente al centro e poi rovinosa. Per questo è diventata una forza strutturale, permanente.

Ora ci sono due donne a raporesentarla in questa nuova sfida nel momento dell’avvio del dopo Merkel.

Ci va, a questa sfida, con la concretezza di ciò che serve alla gente in una Germania non risparmiata da pandemia ed alluvioni.

Il pubblico, a partire dalla sanità.
Il salario minimo orario a livelli di vera dignità.
La lotta per la giustizia fiscale contro i grandi patrimoni.
Il diritto alla casa.
L’uguaglianza dei diritti.
Le politiche climatiche, sul serio e connesse alla giustizia sociale.

A Berlino e in Turingia governano e sanno farlo. Il confronto programmatico lo fanno senza settarismi ma senza opportunismi. Il programma è una cosa seria da scrivere e da realizzare. Le radici nella rappresentanza sono anche per loro la base della forza e della efficacia.

Potrei continuare questo viaggio, e lo farò. Penso ad esempio al Sinn Fein irlandese oggi primo nei sondaggi con una Storia difficile, durissima reinterpretata in un presente che non ha tagliato ma ha reinverdito. Un partito di matrice cattolica, divenuto capofila delle lotte per i diritti delle donne e di genere.

Lo farò per lenire anche la tristezza dello sterile opportunismo cinico della politica itliana. Quella dei Draghi ma anche di troppe sinistre prive di ogni interesse di mandato.

Certo poi vedi gli operai che insorgono contro i licenziamenti e le comunità e i giovani a chiedere verità e giustizia per chi viene ucciso da sceriffi e daspi e ti torna un sorriso di speranza.

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Non in nostro nome
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