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La classe dirigente in Italia non esiste da trent’anni. Parola d’intellettuale

di Claudio
Tosi

È certamente una casualità, ma mentre Angelo Panebianco (L’incuria educativa ignorata, 20 luglio) e Ernesto Galli della Loggia (L’ideologia è il nodo da tagliare, 24 luglio) lanciavano con i loro articoli sul Corriere un improvviso allarme sullo stato disastroso di una scuola che non seleziona più la sua classe dirigente, tre “eccellenze” di quell’accademia, Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi, nel loro discorso in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi ci fornivano uno degli spaccati più lucidi e taglienti delle “disfunzioni sistemiche” che operano proprio nelle fasce alte del sistema dell’istruzione, la Scuola Normale di Pisa.

Veniamo da un anno di DAD e di distanziamento, di famiglie angosciate, di lavori saltati, di servizi chiusi o non finanziati, di difficoltà a relazionarsi, a confrontarsi tra pari, a darsi una mano tra amici.

Veniamo da un contesto scolastico che ha scoperto, ancora una volta, le conseguenze di un’ingessatura burocratica di un sistema che, pur essendo territoriale e diffuso, è stato concepito come centralizzato e gerarchico e che, nell’urgenza di proteggere i propri addetti e studenti dall’infezione pandemica, ha giocato con strepito la carta disperata dell’azzeramento delle relazioni nel nome della sicurezza.

Veniamo da quello che Chiara Saraceno sulla Stampa il 16 luglio definiva “DAD il Disastro antropologico”, dando il via all’uno-due di Panebianco e Galli della Loggia, che dal suo articolo prendono le mosse.

Ma, mentre la Saraceno analizza una situazione di carenza rispetto alla quale chiama a un impegno collettivo e sistemico, da Panebianco abbiamo una serie di indicazioni che spostano l’accento sulle performance individuali, sia per gli studenti sia per gli insegnanti, all’insegna di una scuola che deve tornare a dare alla società il “capitale umano” da investire nella ripresa. Un modello di scuola estrattivista, quello che abbiamo letto, con un impianto concettuale thatcheriano, che ha però l’aspirazione a coinvolgere più gente possibile: c’è bisogno di tante persone da scartare per selezionare l’eccellenza.

E così, in risposta a queste premesse, prendeva forma l’articolo che vogliamo commentare, proprio mentre le tre diplomande della Normale di Pisa, in un discorso controcorrente, volutamente costruito e pronunciato collaborativamente, denunciavano, appena due giorni prima, di aver assistito nel loro corso di studi a una trasformazione in peggio del clima scolastico: “Ci riferiamo al processo di trasformazione dell’Università in senso neoliberale, intendiamo un’università-azienda in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi […] Un’università in cui lo sfruttamento della forza lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e crescente, in cui le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli aumentando i divari sociali e territoriali”.

Ma l’eco delle loro voci non è ancora diffuso e così abbiamo il tempo di sapere da Galli Della Loggia che il dramma che mina la scuola pubblica Italiana alla radice è lo stesso che ha cercato di mettere a tacere la “cultura borghese” e il “nozionismo”. Signori: il Sessantotto.

Come ricorda Giovanna Mayer, un’insegnante che ha proposto diversi testi e iniziative per la scuola pubblica: “la prima obiezione di fondo è che la scuola non ha il compito di formare la classe dirigente del paese ma quello di formare dei cittadini consapevoli e critici, tutti i cittadini”.

Nessuna nazione democratica si può reggere con una classe dirigente “illuminata” e un popolo ignorante. Negli anni ‘60 si è passati alla scuola media unica eliminando la doppia scelta che prima si aveva, tra avviamento professionale e scuola media che poi avviava al Liceo. Quello è stato il primo passo verso “le chiusure e i privilegi classisti”.

Negli anni ‘70 grazie alle 150 ore, conquista sindacale, è stato praticamente eliminato l’analfabetismo in Italia. Altro grande passo verso una popolazione di cittadini più consapevoli e critici.

Negli anni ‘70/’80 la scuola ha avuto tante sperimentazioni diverse – Piano nazionale per l’informatica, Brocca, altre sperimentazioni sulle scuole tecniche e professionali –, ma nessun governo ha avuto la capacità di passare dalle sperimentazioni alla riflessione su di esse e alla conseguente riforma dell’ordinamento scolastico.

Conosco una di queste sperimentazioni dal vivo, quella del LUS, Liceo Unitario Sperimentale, vissuto a Roma per un decennio tra il ‘70 e l’80, su cui è stato costituito un fondo di interviste e documentazione, consultabile presso il sistema Biblioteche e il Circolo Gianni Bosio. Ebbene quel modello, che coniugava studio strutturato a ricerca libera, aveva il tempo pieno e favoriva una ricerca collettiva, era garantito, più che da una presa di coscienza istituzionale, dall’ingaggio e dalla militanza dei suoi insegnanti e dalla partecipazione attiva di studenti e genitori, ben oltre quello che sarebbe poi stata la misura introdotta dai “decreti delegati”.

Valori vissuti e investimento civico molto diversi da quello che si legge nell’articolo citato, in cui si imputa la “miope volontà delle famiglie, nella maggioranza dei casi desiderose solo di avere qualcuno cui affidare per qualche ora al giorno i propri figli e di vederli promossi alla fine dell’anno.”

Ma soffermiamoci sulla grande pecca della scuola moderna, la sua ostinata inclusività, quella spinta a farsi “programmaticamente ‘inclusiva’, cioè subordinata all’obiettivo prioritario di garantire in linea di principio il ‘successo formativo’ di tutti i suoi allievi”. Il giornalista è disperato, non osa, ma vorrebbe dichiararci che la scuola buona è come la grappa: viene bene solo se tagli la testa, eliminando la quota tossica della popolazione meno performante e se scarti la coda, mettendo da parte gli elementi più densi, mal digeribili dal sistema. Ma se vuole usarla, questa illuminante metafora, gliela regaliamo.

A noi serve di capire come mai, in questo periodo di rutilanti dibattiti sulla scuola, a questi esponenti della nostra classe dirigente (o forse meglio non dirlo, visto che ne denunciano l’assenza da trent’anni) non sia rimasto in mente il tema più generale e profondo del senso di collettività coesa e cooperativa che nutre la scuola quando essa si fa, costituzionalmente carico del compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” e che solo a questo punto e a queste condizioni si può dare “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ci ha innamorato il ringraziamento, fatto all’inizio della loro richiesta di ripensamento sui valori e i metodi di una scuola realmente educativa dalle diplomande della Scuola Normale, rivolto a ogni funzione lavorativa della scuola, dai bidelli agli usceri, al personale di mensa e amministrativo e ai docenti. Perché è plastico il concorso di merito che si riconosce a una comunità di persone da chi vorrebbe poter essere lì come persona, rispettato nel suo essere studente, giovane, donna. Rispettata nel suo essere in ricerca, nel suo volersi mettere alla prova, ma non essere brutalizzato (toccante la richiesta di personale stabile nel sostegno psicologico per resistere al metodo “Nuota o affoga – Publish or perish” in voga alla Normale) o disumanizzato.

Viviamo in una società alla quale è stato raccontato che era ad un passo dall’essere opulenta e che ora è frustrata dal non esserlo mai stata e cerca un capro espiatorio a cui farla pagare. Ci chiediamo se non sia questo che Galli Della Loggia stia offrendo tenendo per buone le dinamiche della selezione e rendendone naturale l’esito di esclusione e marginalizzazione.

Le giovani paladine dell’eccellenza hanno sentito il bisogno di denunciare il sistema che le ha forgiate, ricordandone non solo la pressione disumana, ma anche il feroce sessismo (25% di docenti donne in prima fascia, 1/3 di diplomate donne) e la cieca connivenza con lo status quo anche solo didattico (nessun seguito ai questionari di gradimento sui corsi).

Allora forse non è tanto l’“ideologia ostile agli insegnamenti disciplinari, all’accertamento del merito, alla selezione, che prima di ogni altra cosa il Paese deve spazzare via se vuole avere una scuola finalmente capace di accompagnarlo sulla strada della sua rinascita”, ma l’idea che chi si misura è lo studente, chi si premia è l’insegnante che porta risultati e mai ci si mette di fronte al contesto in cui queste azioni devono prendere forma e restituire senso.

Se questa società, e la sua classe intellettuale, non fanno i conti con l’ideale della dignità di ciascuna e ciascuno di noi, non potranno concepire una classe dirigente “di servizio” e non di rapina e non saranno in grado di ammettere, come ci invitano a fare Magnaghi, Spacciante e Grossi, che “la retorica dell’eccellenza è incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi”.

Noi siamo per l’impegno, la militanza, l’applicazione e lo studio, ma crediamo che sia possibile, e di gran lunga preferibile, che ci si applichi, lavorando insieme con chi la scuola la cerca e la chiede, a trovare i metodi, i linguaggi, i movimenti, i coinvolgimenti umani di tutti e tutte, perché la scuola sia finalmente riconosciuta come un bene comune, in cui il ruolo dell’insegnante non è quello del detentore del sapere, ma del compositore delle conoscenze.

Ci conforta l’ultimo articolo, di nuovo, della nostra Chiara Saraceno, che ci informa sul comunicato La Pazienza è finita, prodotto dalla rete di reti Educazioni, di cui ci onoriamo di fare parte, tramite l’Alleanza per l’Infanzia, con il Tavolo Saltamuri. Vi si legge, tra l’altro che: “Vanno istituiti subito, in ogni territorio, Patti territoriali di governance in cui le scuole, le altre istituzioni, il terzo settore, il privato disponibile, esplorino tutte le opportunità fornite dal territorio e delineino i piani per garantire l’apprendimento in presenza, tenendo in considerazione tutti i diversi scenari di evoluzione del quadro sanitario”.

Non si tratta di complicare le cose, ma di stringere intorno alla priorità educativa tutta la comunità e di confidare nella capacità delle forze di base di sapersi mettere in gioco per affrontare situazioni complesse, non in nome dell’eccezionalità, ma del rispetto di ciascuno, per il progresso di tutti.

Altrimenti, visto che non impariamo poesie a memoria, non ci resta che parafrasare Quasimodo: Ognuno è solo, nell’atrio della scuola, trafitto da un pointer da Lim, ed è Test dell’Invalsi.


Claudio Tosi è animatore sociale e formatore del Cemea

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Antonietta
    28/07/2021 17:58

    Grazie Claudio perché sei sempre pronto a riflettere, discutere di questi argomenti “toccanti’ e mantenere vivo l’impegno per una scuola pensata e intelligente.

    Rispondi
  • Annarita Marino
    04/08/2021 19:36

    Grazie Claudio, ce n’era BISOGNO.
    Anche per farne dono al pianeta SCUOLA, che in tante diverse forme cerca un modo per nutrire gli abitanti in continuo movimento… verso la propria formazione permanente, come “cura” di sé e dell’altro. INVECE che fuggire su Marte!
    Infatti, caparbiamente come tu fai, seminiamo piantine capaci d’intrecciarsi con quelle che ci sono già, per scegliere di ‘cambiare verso’ INSIEME.

    Rispondi

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