Iraq in fiamme

Oggi, al quarto giorno di protesta, con 42 morti sul terreno e centinaia di feriti, è arrivato anche l’endorsment del Grand Ayatollah Ali Al-Sistani, il chierico sciita più autorevole in Iraq, noto per moderazione e indipendenza, che, pur esortando sia i manifestanti che le forze di polizia a non usare violenza, ha inequivocabilmente addossato la responsabilità degli scontri al Governo di Al Mahdi per non aver mantenuto fede alle promesse.

Un appoggio che in un paese come l’Iraq dà nuova forza ed autorevolezza alla strada araba che si era risvegliata già martedì scorso e che nel corso di quattro giorni di manifestazioni oceaniche in grandissima parte pacifiche, ha già costretto il Governo prima a ricercare un colloquio con “i rappresentanti dei manifestanti” per “discutere le loro giuste richieste” e poi ad annunciare unilateralmente la scarcerazione degli oltre 1.000 manifestanti arrestati e a promettere l’istituzione di “un reddito minimo per garantire a ciascuna famiglia irachena di vivere dignitosamente” e poi a licenziare in tronco un migliaio di dipendenti pubblici accusati di corruzione. Ma il numero telefonico istituito dal governo per l’avvio delle trattative sinora non ha squillato.

Colloqui e “mediazioni” sono sinora stati respinti, sia perché “sono promesse che sentiamo da 15 anni”, sia perché “rappresentanti” delle manifestazioni proprio sembrano non esserci. Ed è questa la caratteristica – afferma univocamente la stampa irachena – dell’ondata di proteste che sta scuotendo l’Iraq: di essere, sin qui, spontanea, fortemente giovanile e non programmata da nessun gruppo politico e/o religioso.

Le “Manifestazioni d’Ottobre” (تظاهرات أكتوبر), come sono state battezzate sui social, sono cominciate martedì, convocate via internet. Anticipate, nel corso della settimana precedente, da un sit-in della campagna dei diplomati e laureati disoccupati. Sin dalla prime luci dell’alba piazza Tahrir, tradizionale luogo di ritrovo delle proteste, ha cominciato a popolarsi, delegazioni sono arrivate da molte province del sud. Poi quando il corteo ha cominciato a muoversi verso la Green Zone – la zona del parlamento e delle ambasciate – le forze di polizia hanno caricato usando idranti, lacrimogeni e e facendo fuoco anche con proiettili veri, provocando la prima vittima.

La protesta si è poi diffusa con la velocità che i nuovi media consentono. Prima che il governo mettesse a tacere Twitter, Facebook e …le manifestazioni si sono rapidamente propagate nella stessa giornata in particolare in tutto il sud del paese, a maggioranza sciita, chiedendo lotta alla corruzione, lavoro, elettricità e acqua e la fine della politica delle quote settarie, ma anche – e questa è una novità – con una critica alle interferenze iraniane.

Non sono rivendicazioni nuove: sono le stesse che hanno animato le piazze irachene nel 2011 durante la “primavera araba” e poi le manifestazioni del venerdì che si sono susseguite per tutto il 2017-2018 e che avevano portato alla vittoria elettorale del blocco “Verso le riforme” comprendente le forze del leader religioso sciita Muqtada al Sadr e del partito comunista.

Ma quelli che erano stati i principali animatori e promotori delle mobilitazioni degli scorsi anni, Al Sadr e il PCI, insieme alla vasta e vivace società civile irachena, sono ora nel mirino dei manifestanti che non hanno risparmiato dagli attacchi, alle volte seguiti da incendi e devastazioni, le loro sedi, insieme a quelle di tutti i partiti, dei governatorati del sud e persino di milizie armate filo iraniane Assaib al-Haq.

“Non vogliamo né politici né religiosi” dicono in piazza delusi grandemente da quello che ritengono un tradimento delle promesse elettorali, di un governo appoggiato anche da sadristi e comunisti. Ciononostante questi ultimi e gran parte della variegata società civile ha aderito alle proteste mentre il movimento di Al Sadr ha atteso il terzo giorno prima di invitare i suoi aderenti a partecipare.

Brucia il fatto che in un paese, che secondo Transparency International è al 12° posto al mondo per corruzione e nel quale sembrano essere spariti nel nulla 450 miliardi di dollari destinati alla ricostruzione, che nessun provvedimento serio sia stato preso per mettere un freno a quella che – insieme alla politica delle quote settarie – è percepita come la principale causa della perdurante crisi economica e della assoluta carenza di servizi, a cominciare dall’elettricità.

“Il popolo vuole la caduta del regime”, è lo slogan – ripreso dalle manifestazioni di Tunisi del 2011 – che si è sentito frequentemente risuonare in piazza Tahrir.

È presto per dire se la piazza si accontenterà, come in passato, di accordi e promesse, o se questa procederà sino alla caduta del Governo e quale potrà esserne la conseguenza, compresa quella della possibile emersione di un uomo forte, per il quale sembra esserci una certa richiesta anche nelle piazze deluse da quella che, ben lungi dall’esserlo, è stata passata per essere una “democrazia”. Forse non per caso nelle manifestazioni sono riecheggiate anche le proteste per il siluramento senza motivazioni del generale Al Saadi, popolare capo delle forze antiterrorismo e protagonista della sconfitta dell’ISIS.

Difficile dire anche come agiranno, sullo sfondo, le forze esterne – in primis Iran e Usa – che da anni si contendono il paese, cause non ultime del suo stato di crisi permanente. Per ora Usa, ed Unione europea hanno condannato le repressioni violente, ma non sono andate oltre, mentre Russia e Iran tacciono. L’Onu ha condannato la repressione ed invitato i manifestanti al dialogo.

L’Iraq non è la Cina ed una rivolta di popolo dagli esiti incerti e senza padrini non è appetibile come gli esotici scontri di Hong Kong. Né i giornali, né i politici hanno interesse a parlarne. Ma noi, che non siamo stati in grado di impedire che i nostri eserciti distruggessero il paese ne dobbiamo parlare.

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