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In Norvegia sconfitta la destra mentre si rafforza la sinistra rosso-verde

di Franco
Ferrari

I risultati delle elezioni politiche norvegesi hanno confermato quanto già da tempo previsto dai sondaggi. La destra, che governava il paese scandinavo da otto anni, ha subito una pesante sconfitta. La maggiore formazione della maggioranza uscente, il Partito Conservatore, guidata dalla Prima Ministra Erna Solberg, è crollata al 20,5% (-4,6) con la perdita di 9 seggi. Il Partito del Progresso, espressione della destra radicale populista, che non ha potuto agitare in questa campagna elettorale il tema consueto della paura dell’immigrazione, ha ottenuto l’11,7% (-3,5), perdendo 6 seggi. Il Partito Democristiano si è fermato al 3,8%. Il calo, pur modesto, dello 0,4% lo ha portato al di sotto della soglia di sbarramento con la conseguenza che ha potuto conservare solo 3 degli 8 seggi di cui disponeva, mantenuti grazie alla partecipazione alla distribuzione a livello di singolo distretto elettorale. Solo il Venstre (che per ragioni storiche porta ancora il nome ufficiale di “Sinistra” ma è di fatto un partito liberale moderato), è leggermente cresciuto al 4,5% (+0,1) e ha potuto conservare i suoi 8 seggi. Complessivamente il blocco di destra conserva 68 seggi lasciandone sul campo ben 20 e perde la possibilità di formare il nuovo governo.

Ai partiti collocati all’opposizione vanno complessivamente 100 seggi. Il Partito del Lavoro (socialdemocratico) si conferma la forza di maggioranza relativa ma resta molto lontano dagli anni in cui dominava il sistema politico norvegese con oltre il 40% dei voti. In queste elezioni ha ottenuto il 26,4%, con una flessione contenuta all’1%. Esce di fatto vincitore perché potrà certamente guidare il nuovo governo, ma non certo per meriti propri. Infatti perde un seggio e scende a 48, dopo averne persi già altri 6 nelle elezioni del 2017.

Il partito di maggior successo è il Partito del Centro, il cui consenso è del tutto marginale nelle aree urbane (a Oslo si ferma al 3,15%) ma gode di un radicato sostegno in tutte le aree rurali di cui è il tradizionale rappresentante. Nazionalmente ha ottenuto il 13,56% (+3,3%) con 28 seggi (+9). I Verdi, che si sono sempre rifiutati di schierarsi in uno dei due blocchi nei quali è tradizionalmente divisa la politica norvegese, hanno visto sfumare l’onda verde alla quale avevano affidato le speranze di una forte crescita. Crescono solo dello 0,6% e si fermano al 3,90%, mancando così la soglia fatidica del 4% per partecipare alla distribuzione proporzionale dei seggi. Con 3 mandati contro l’unico della precedente legislatura, migliorano la loro presenza, ma non avranno il peso politico a cui aspiravano, considerato che perdono quasi la metà dei voti che avevano ricevuto nelle elezioni locali del 2019.

Un’ottima affermazione ottengono entrambe le formazioni della sinistra radicale. Il Partito Socialista di Sinistra (SV) sale al 7,57% (+1,5%) e conquista 2 seggi che si aggiungono agli 11 precedenti. Il successo resta politicamente significativo anche se meno ampio di quanto lasciavano intravedere gli ultimi sondaggi. Sembra probabile che una quota di elettori che tradizionalmente oscillano tra i laburisti e la sinistra socialista, abbiano spostato all’ultimo momento il loro voto sui primi. Il Partito Rosso ha raggiunto un risultato straordinario raddoppiando i propri voti. Salendo al 4,71% (+ 2,3) e, superando largamente la soglia di sbarramento, ha ottenuto 8 mandati contro l’unico di cui disponeva nella precedente legislatura.

L’analisi del voto per distretto elettorale dimostra che al di là delle buone percentuali nazionali i due partiti hanno conquistato un discreto insediamento nelle zone metropolitane e tra le nuove generazioni. Nella capitale (Oslo) il Partito Rosso raggiunge l’8,26% e i Socialisti di Sinistra il 13,28%, una forza che complessivamente li porta allo stesso livello del Partito Laburista. In alcuni quartieri come Gamle Oslo (la Vecchia Oslo), nell’eastside della città, i due partiti raccolgono complessivamente il 32% dei voti.

Entrambe le formazioni politiche hanno puntato sull’integrazione tra le tematiche sociali (difesa del welfare state e opposizione alle privatizzazioni dei servizi pubblici) e quelle ambientaliste (riduzione progressiva della dipendenza dal petrolio del Mare del Nord, drastica riduzione delle emissioni di CO2). Entrambi sono ostili verso il possibile ingresso della Norvegia nell’Unione Europea e anche critici o (nel caso dei “Rossi”) contrari anche agli accordi economici che impegnano la Norvegia ad applicare a livello nazionale le regole economiche del mercato europeo.

Il Partito Socialista di Sinistra punta a partecipare ad una nuova coalizione di governo, come già avvenuto tra il 2005 e il 2013 con risultati contrastanti, ma “non a tutti i costi”, come ha spiegato il suo leader Audun Lysbakken nelle ore successive allo scrutinio dei voti. Il Partito Rosso, da parte sua, ha espresso la disponibilità a collaborare con la nuova maggioranza, ma non essendo determinante per la formazione della futura coalizione di centro-sinistra, avrà più margine di manovra per condurre liberamente le sue battaglie in Parlamento.

La trattativa per il nuovo Governo

Il leader dei laburisti Jonas Gahr Støre è certo di diventare il nuovo primo ministro norvegese ma ancora non si sa quale coalizione riuscirà a comporre. Store, che di suo appartiene ad una famiglia di milionari, ha cercato di spostare a sinistra l’asse della propaganda del suo partito puntando soprattutto sull’esigenza di una maggiore giustizia sociale e di maggiori tasse per le fasce sociali benestanti. Questa limitata correzione rispetto agli anni in cui, sotto la guida di Jens Stoltenberg, aveva aderito alle tesi della “terza via” di Blair e Schroeder, gli ha consentito di limitare le perdite che solo qualche mese sembravano poter essere molto più consistenti. Il ritorno al governo della socialdemocrazia in Norvegia conferma una tendenza già in atto nei vicini paesi nordici (Danimarca, Svezia, Finlandia), ma avviene non grazie ai risultati ottenuti dai laburisti quanto per effetto del rafforzamento delle altre forze di opposizione alla destra.

Il Partito di Centro è un naturale alleato dei laburisti, ma il suo leader Trygve Slagsvold Vedum, prima delle elezioni ha escluso la possibilità di un’accordo che includa anche i socialisti di sinistra. Dopo il voto la sua preclusione si è fatta più sfumata, anche perché sono emerse voci dissonanti nel suo stesso partito. Senza l’SV i laburisti e i centristi sarebbero costretti a formare un governo di minoranza. Il sistema istituzionale norvegese, rendendo impossibile lo scioglimento anticipato del Parlamento, consente più facilmente a governi privi di maggioranza di sopravvivere, ma per il partito di Store vorrebbe dire accettare comunque di installare un governo precario.

È presumibile che si apra una fase di trattativa complicata come fu in occasione del precedente governo tripartito che sancì il cosiddetto accordo di “Soria Moria”, dal nome dell’albergo nel quale si riunivano le delegazioni dei tre partiti. I temi più complicati riguarderanno la progressiva rinuncia della Norvegia a quello che è stato il suo tesoro principale, le riserve di petrolio e gas del mare del nord. Più prudenti nel prevedere la progressiva rinuncia a questa fonte di ricchezza i laburisti e i centristi, più decisi, prevedendo intanto l’immediata sospensione della ricerca di nuovi giacimenti, i socialisti di sinistra. Non mancheranno difficoltà a definire i rapporti con l’Unione Europea tra i pro-europeisti del partito di maggioranza e i contrari che sono fortemente presenti anche nel Partito Centrista. Dissensi esistono anche sull’adesione ad una politica estera atlantista, sostenuta da laburisti e centristi e avversata dalla sinistra.

In tutti i quattro Paesi nordici le forze della sinistra radicale mantengono rapporti complessi con i governi a guida socialdemocratica. In Finlandia, l’Alleanza di Sinistra partecipa alla coalizione con due ministri (tra cui quello alla salute). In Svezia l’appoggio del Partito di Sinistra è fortemente condizionato, come si è visto nella recente crisi sulla politica degli affitti. In Danimarca il monocolore socialdemocratico, che ha introdotto sull’immigrazione politiche vicine a quelle della destra xenofoba, è sostenuto dall’esterno dai Socialisti Popolari, dall’Alternativa rosso-verde e dalla formazione rappresentativa della sinistra groenlandese Inuit Ataqatigiit. Sarà interessante vedere, alla luce dei nuovi equilibri politici norvegesi emersi dalle elezioni, quanto le due formazioni della sinistra radicale (eventualmente collocate in posizione diversa ma non antagonista rispetto al governo) potranno favorire una svolta in senso antiliberista della politica del Paese scandinavo.

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