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IMAGINE…i Diritti Umani

di Tommaso
Chiti

Alla vigilia della Giornata mondiale per i Diritti Umani, la ricorrenza risente di un apparente arretramento delle lotte per l’emancipazione e l’uguaglianza, condizionate anche dalle ricadute sanitarie e socio-economiche della pandemia da Covid19.

Settant’anni fa veniva istituita questa data, nel ricordo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR), sancita pochi anni prima dall’Assemblea Generale, proprio il 10 dicembre 1948. Oltre al carattere multilaterale, che poneva la ricostruzione post-bellica su un piano diverso da quello della diplomazia precedente; la breccia fra le macerie del secondo conflitto mondiale era rappresentata proprio dall’ingresso di nuovi soggetti del diritto internazionale, come appunto gli individui, in quanto portatori di diritti inalienabili, che gli stati stessi erano chiamati a rispettare da parte dell’intera comunità mondiale.

Nel tempo sono stati segnati importanti passaggi a livello globale, fra i quali: l’aumento dei paesi sottoscrittori della Dichiarazione, la proliferazione di convenzioni internazionali ed il raggiungimento di traguardi concreti, come il superamento dell’apartheid e le condanne a seguito di processi internazionali per i genocidi del Ruwanda e di Srebrenica.

Questa edizione 2020 ‘Riprendersi meglio, difendere i diritti umani’ è dedicata dalle Nazioni Unite proprio agli sforzi per il recupero dai danni causati dalla crisi sanitaria, focalizzandosi su solidarietà ed umanità condivisa, come fattori per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile globale, nella creazione di nuove opportunità rispetto ai fallimenti esposti ed esacerbati dalla pandemia.

L’impoverimento crescente, così come le diseguaglianze sociali rischiano – secondo il manifesto dell’ONU per questa giornata – di causare discriminazioni strutturali e radicate, soprattutto di carattere intergenerazionale ed interetnico. Perciò l’appello declinato in quattro punti chiave si rivolge anche alle comunità di base, alla società civile e agli attori privati, per diventare promotori di prospettive future migliori.

Spostare oltre lo sguardo è senz’altro importante a togliersi dall’impiccio del presente, ma non può costituire un alibi rispetto alla deriva degli ultimi anni.

Da un lato la “società civile” internazionale, tempestivamente allertata da mezzi di comunicazione diffusi nell’epoca dei social network, si mobilita a livello planetario con indignazione di massa anche per singoli episodi di violazione dei diritti umani, come per i casi di omicidio di Marielle Franco a Rio de Janeiro, George Floyd a Minneapolis o del giornalista Jamal Kashoggi nel consolato Saudita ad Istanbul. Casi che del resto non sono affatto sporadici, anzi rappresentano solo gli episodi più clamorosi rispettivamente di discriminazioni verso la comunità lgbtqia, o di ritorsioni della polizia nei confronti degli afroamericani, oppure di persecuzione della stampa da parte di apparati governativi. Casi che beneficiano di una certa libertà di circolazione delle informazioni e non finiscono nell’oblio della censura, come recentemente proposto in Francia con la legge sulla ‘sicurezza globale’, poi ritirata dopo dure contestazioni.

D’altro canto, nella comunità degli stati nazionali sembra infatti prevalente l’approccio di realpolitik e di non ingerenza negli affari interni, per cui regimi liberticidi proseguono indifferenti nella repressione di minoranze – come Sharawi in Marocco, Uiguri in Cina, Palestinesi in Medio-Oriente, o Rohingya in Birmania solo per fare degli esempi –, o delle opposizioni politiche – come in Turchia o in Egitto, degni seguaci della criminalizzazione europea delle ONG, data la persecuzione di molti dei loro esponenti, come dimostra il tragico caso di Patrick Zacky.

Emblematico l’incontro di pochi giorni fa fra il generale Al-Sisi ed il presidente francese Macron, con la sua dichiarazione a proposito del loro “disaccordo sui diritti umani, che non può però pregiudicare i rapporti commerciali e la collaborazione in materia di anti-terrorismo”.

Un viatico disarmante in vista della ricorrenza del 10 dicembre, se non fosse che proprio la vendita di armamenti, ormai destinata anche a paesi in aperto conflitto bellico, come Yemen e Siria, dove larga parte delle vittime è costituita da civili inermi, è il core business in termini di violazione delle convenzioni internazionali.

Ad aggravare questa tendenza è anche l’incremento di provvedimenti extragiudiziali, come detenzioni amministrative ed altre misure precauzionali, che escludono il giudizio della magistratura per periodi sempre maggiori. Una simile ritorsione, già praticata da Israele con fermi amministrativi di sospettati palestinesi, è stata ampiamente applicata alla detenzione preventiva di migranti irregolari con il prolungamento della reclusione in centri militarizzati.

La Sinistra Europea (GUE/NGL) ha di recente pubblicato un pacchetto di controproposte riguardanti il ‘Patto sulla Migrazione’ della Commissione, fra cui: l’estensione della protezione internazionale a livello europeo, la sostituzione delle pratiche di respingimento con monitoraggi condivisi, chiusura degli hot-spot disumani come quello di Moria in Grecia, un nuovo sistema vincolante di ripartizione dei richiedenti asilo, l’interruzione di collaborazioni con milizie come quelle in Libia, Sudan e Niger.

A fare le spese delle misure anti-contagio, come la chiusura progressiva delle frontiere nazionali, sono stati infatti i profughi da scenari di conflitto o di devastazione ambientale, che hanno visto inasprirsi le difficoltà di attraversamento delle rotte migratorie, come quella mediterranea o quella balcanica.

Da questo fronte di paesi membri dell’Unione Europea, spesso etichettato come ‘gruppo di Visegraad’ viene anche l’attacco più spregiudicato ai diritti civili, con nuove leggi anti-abortiste in Polonia, o con i pregiudizi governativi alla libertà di stampa e all’indipendenza della magistratura, come nell’Ungheria di Orban.

Nella sedicente culla della civiltà gli attacchi allo stato di diritto rappresentano una deriva tale da mettere in discussione anche l’approvazione del bilancio comunitario, proprio per questa condizionalità collegata ai fondi del “Recovery Plan”.

Questo 2020 rispetto ai diritti umani segna infatti una sorta di rivalsa della sovranità nazionale sulle rivendicazioni civili.

Come accade tristemente spesso nelle crisi sono le fasce più fragili ad essere maggiormente colpite, perciò Amnesty International ha lanciato la campagna #Nessunoescluso, proprio per puntare l’attenzione su quelle categorie più a rischio emarginazione, che risentono maggiormente delle restrizioni sulla chiusura delle scuole come i bambini, o sono più esposti al contagio come le persone detenute, o rischiano quotidianamente la propria incolumità come le donne vittime di violenza domestica, o diventano ancor più ricattabili dal racket usuraio e del caporalato, come braccianti e lavoratori a nero.

Per questo, le proposte avanzate riguardano misure di carattere universale, che pongano fine alle segmentazioni della società, sia in termini di diritto all’infanzia, di accesso alle cure, di protezione sociale e di perequazione.

A mitigare questo quadro a tinte fosche sembra in parte essere l’esito dell’indagine condotta a fine giugno dall’Agenzia Europea sui Diritti Fondamentali secondo cui, per l’88% degli europei i diritti umani siano importanti a costruire società più giuste; sebbene il 60% degli intervistati creda che le istituzioni non si curino abbastanza di questi valori; e addirittura il 44% di coloro che vivono in condizioni di ristrettezze economiche ritengano che i beneficiari degli stessi non meritino certi trattamenti, come criminali e terroristi.

“Nessuno dovrebbe essere lasciato indietro e nessun diritto dovrebbe essere ignorato” recita il Piano sui Diritti Umani 2020-2024 varato a fine novembre dal Consiglio Europeo, per accrescere protezione degli individui e resilienza delle istituzioni mediante nuove tecnologie e rapporti globali condivisi.

Un auspicio per il momento abbastanza immaginario e del resto non possiamo che sperare in una riscoperta di maggiore fratellanza, per uscire dallo stato di restrizioni e dall’isolamento individuale in cui la pandemia ci ha confinati.

 

 

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