articoli

Il sapere della libertà

di Alberto
Deambrogio

Intervista di Alberto Deambrogio a Diego Giachetti

A volte capita di incontrare nella vita delle persone che sanno indicarti direzioni preziose e lo fanno con naturalezza, senza sussiego. Nella mia vita una di queste persone è stata Umberto Melotti. Fu lui, a metà degli anni ’80 durante il corso di sociologia all’Università di Pavia, a parlarmi per la prima volta di Charles Wright Mills. Più precisamente invitò tutti i suoi allievi a leggere “L’immaginazione sociologica”, un libro imprescindibile per chiunque volesse accostarsi alle scienze sociali. Melotti era il professore che faceva conoscere Samir Amin, Andrè Gunder Frank e che aveva scritto “Marx e il terzo mondo. Per uno schema multilineare della concezione marxiana dello sviluppo storico”.
Con il passare del tempo Wright Mills è totalmente sparito dai radar. Non so quante generazioni di studenti successive alla mia abbiano potuto sentirlo nominare. D’altro canto, l’oblio strategico che ha lavorato negli ultimi 30 anni a distruggere la memoria del movimento operaio novecentesco, delle culture critiche che lo hanno accompagnato in particolare nella lunga stagione degli anni ’60 non poteva fare eccezione con lui e con le esperienze nordamericane di cui è stato un protagonista.
Qualche tentativo meritorio per cercare di contrastare questa ultima tendenza è stato fatto anche qui da noi. Senza voler essere esaustivo cito ad esempio, in campo letterario, i romanzi di Valerio Evangelisti (“Noi saremo tutto”, “One Big Union”…), oppure il saggio su Paul Mattick inserito in “Socialismo di Frontiera” di Quirico e Ragona, o ancora “Revolution in our lifetime”, il libro di Armano e Sciortino in conversazione con Loren Goldner.
Ora benvenuto arriva il lavoro di Diego Giachetti: “Il sapere della libertà. Vita e opere di Charles Wright Mills”. (DeriveApprodi editore, collana humanities). Libro agile, prezioso, storicamente sorvegliato e ricolmo di suggestioni e rimandi per chi volesse approfondire o andare oltre.

A.D.: Con il tuo libro su Mills lavori alla breccia contro l’oblio strategicamente programmato di cui dicevo più sopra. In realtà tu stesso mi hai detto che avevi una sorta di conto in sospeso con il sociologo di Waco, ce ne vuoi parlare?
D.G: Più che conto in sospeso dire una parentesi aperta tanti anni fa e che ora ho provato a chiudere. L’avevo aperta grazie alla frequentazione dei corsi di sociologia a Torino tenuti da Luciano Gallino e altri. Nel corso di un seminario sulle classi sociali, a seguito della pubblicazione del libro di Sylos Labini (Saggio sulle classi sociali, 1974), nel provare a definire il concetto di classe trovai Max Weber, oltre a Marx e Lenin, e appresi dell’esistenza di un sociologo americano che aveva provato a integrare i due (Max e Marx) in un paradigma esaustivo della questione. Soprattutto però fui attratto dalla lettura de L’immaginazione sociologica di Mills. Confesso che l’attrazione derivava principalmente dal modo dissacrante, a tratti irriverente, col quale polemizzava con due illustri esponenti della sociologia americana: il “grande teorizzatore”, Talcott Parsons, e“l’empirista astratto”, Paul Lazarsfeld, come lui li definiva. Per altro, il suo discorso circa la funzione del sapere sociologico e il ruolo del sociologo in una società divisa in classi, ritornava a pennello nel dibattito in corso in quegli anni all’interno della relativamente giovane comunità dei sociologi italiani, che nel 1971 aveva organizzato un convegno proprio a Torino su Ricerca sociologica e ruolo del sociologo.
Ormai la breccia era aperta, seguirono altre letture da Colletti bianchi a La élite del potere. Ma dovettero passare decenni prima che decidessi di tornare sui miei passi, sulla vecchia strada del primo amore per la sociologia, parola che avevo sentito evocare, con un certo fare sospettoso, quand’ero un ragazzino, a proposito della facoltà di Trento occupata dagli studenti già prima del fatidico anno 1968.

A.D.: La foto di copertina che avete scelto riproduce Mills a cavallo di una moto in una posa “à la Brando”. È molto bella, sarebbe piaciuta di sicuro a Nanda Pivano, che i beatnik e gli hipster li conosceva e li amava. Oggi il termine hipster evoca tutt’al più un giovane danaroso con la maglia di lana cotta e la barba lunga che abita in quartieri gentrificati. Puoi dirci invece quale tipo di influenza hanno avuto quelle culture sulla formazione complessiva del nostro sociologo, sulla curvatura del suo carattere, sul suo modo di essere “contro”?
D.G.: Mills visse in una società bloccata nel cambiamento, fissa, stabile, in equilibrio, senza più conflittualità, dopo che il movimento operaio aveva subito una pesante sconfitta. Il primo strappo con quella società claustrofobica si manifestò nel comportamento quotidiano, con l’adozione di uno stile di vita anticonformista, simile a quello di altri, pochi, della beat generation e prima di loro dei pochi hipster, termine usato negli anni Quaranta per descrivere gli appassionati di jazz e in particolare di bebop. Un’esperienza di vita che, dopo la Seconda guerra mondiale, animò una fiorente scena letteraria, attorno a un gruppo di scrittori e artisti che nel comportamento individuale adottavano uno stile di vita trasgressivo rispetto alle regole consuetudinarie, teso a divorziare dal conformismo.
Anche il giovane sociologo adottò uno stile di vita fuori dalla norma accademica del tempo. Arrivava al college su una moto rombante, col giubbotto di pelle, così da sembrare appena uscito dal film Il selvaggio nel quale Marlon Brando era il principale attore e protagonista. Abiti sgualciti e sdruciti, stivali di cuoio schizzati di fango, occhiali da sole sgargianti e camicie a scacchi. La sua collocazione professionale andò definendosi in questo contesto. Ricoprì, compiaciuto, il ruolo di outsider della sociologia americana; attorno alla sua figura si svilupparono forti antipatie e simpatie, tipiche di chi assume fine in fondo, nella ricerca sociale e nel comportamento individuale, il ruolo di dissenter o, per dirla con Dahrendorf, di maverick (letteralmente capo di bestiame non marchiato, senza padrone), un dissidente anticonformista e apartitico, una personalità dove vita e ricerca sociologica si fondevano. Si sentiva uno spirito libero, un individuo che prendeva ordini solo da se stesso, che non amava i capi, capitalisti o comunisti che fossero. Riteneva che ciascuno dovesse essere capo di se stesso in ogni occasione, in tutte le condizioni e per ogni azione. Solo questa condizione per Mills è garanzia di libertà. Tutto concorreva a renderlo un personaggio inviso alle corporazioni accademiche. Non piaceva il suo rifiuto polemico di accedere a incarichi più prestigiosi nell’ambito universitario, si commentavano criticamente i viaggi in motocicletta per l’Europa, la scelta di rivolgersi al pubblico extra accademico su riviste non accademiche, la riluttanza a partecipare ai congressi dell’accademia dei sociologi e, infine, la simpatia per Castro e Cuba, i viaggi in Unione Sovietica. Fu indagato come comunista per le sue idee rivoluzionarie, più volte sottoposto a censure, a lettere di richiamo da parte delle autorità accademiche e chiamato anche a discolparsi di fronte alle istituzioni di controllo.

A.D.: Wright Mills ha avuto modo di criticare molto i suoi colleghi, l’accademia in qualche modo gli stava stretta e non aveva peli sulla lingua. L’università americana però non ha negato finanziamenti alle sue ricerche. Egli ha sempre cercato anche fuori dagli USA interlocuzioni e stimoli.
D.G.: Le sue lezioni erano uno spettacolo comunicativo, riusciva a rendere piacevoli la spiegazione dei classici della sociologia, sapeva scuotere dal tepore grigio della lezione i giovani studenti, definiti all’epoca la generazione silenziosa e apatica. Fu riconosciuto come studioso intelligente e capace, ma fu spesso isolato dai suoi colleghi, perché lo consideravano troppo critico, sarcastico, irriverente verso le regole dell’accademia. Politicamente Mills si collocava nell’ambito del socialismo democratico americano diffidente verso il comunismo sovietico. Con la schiettezza che lo caratterizzava, ad un suo amico d’allora confidò che ascoltava «i marxisti, ma non si fidava di loro e si annoiava». Tuttavia, i suoi riferimenti critici alla democrazia americana, alle sue istituzioni, alla sua politica e al potere economico, lo posero in urto con i colleghi del mondo accademico, i quali lo consideravano un filocomunista. A questo proposito più volte Mills precisò di non essere mai stato coinvolto né sentimentalmente né come approccio teorico dal comunismo sovietico.
Altra cosa era Marx col quale si confrontò criticamente per tutta la vita. Ma nell’America dell’incipiente maccartismo e della guerra fredda questa distinzione sfuggiva ai più. In Europa egli sarebbe stato collocato tra i marxisti eretici o eterodossi, tra quelli che rifiutavano il marxismo ufficiale e dogmatico dei partiti comunisti stalinisti; ma Mills viveva negli Stati Uniti dove quella sottile distinzione i “gringo”, avulsi dal sottile gioco della dialettica politica e filosofica, non sapevano fare e quindi ogni critica che sapesse un po’ di marxismo era immediatamente intesa come sinonimo del comunismo staliniano e sovietico.
Tuttavia, l’America era ed è un paese “strano”: Il pubblico ama leggere i suoi critici. Era già accaduto per Veblen e altri, accadde anche per Mills il cui libro, L’immaginazione sociologica, ebbe una notevole risonanza di critiche e successo di vendite anche tra gli studenti dei colleges americani. Stessa cosa accadde per La élite del potere, tradotto in Europa Occidentale e Orientale, in Unione Sovietica, in Giappone, e poi per libri divulgativi come Lettere cubane, scritto dopo la sua visita a Cuba che, a detta di Mills, vendette 400.000 copie. Nel 1958 aveva dato alle stampe Le cause della terza guerra mondiale, con più di 100.000 copie vendute, nel quale denunciava l’irresponsabilità della classe dirigente come possibile causa scatenante un conflitto nucleare e conteneva un appassionato appello per porre fine alla corsa agli armamenti nucleari.

A.D.: Puoi darci una tua valutazione di come è stato accolto il suo pensiero negli ambienti della sociologia italiana e, più in generale, tra chi rifletteva e lottava socialmente nei difficili anni del secondo dopoguerra?
D.G.: Soprattutto negli anni Cinquanta, in Italia la sociologia navigava a vista tra le onde alte e avverse dell’idealismo crociano (Croce l’aveva definita un’inferma scienza) e del marxismo storicista che la liquidava come “americanata”. Di Mills, se non erro, il primo libro tradotto fu La élite del potere (Feltrinelli 1959) che suscitò un certo interesse tra gli studiosi delle dottrine politiche in quanto riprendeva temi cari alla tradizione elitistica italiana, da Mosca a Pareto e avviava un confronto critico con la teoria delle classi sociali adombrata e mai conclusa da Marx nel Capitale e in altri scritti.
Molti dei temi trattati da Mills in quell’opera sono più che mai d’attualità a cominciare dal lessico, oggi ricorrente, di élite per indicare i gruppi di potere sovranazionali dell’economia globale. Così come ritorna oggi la questione della “decadenza” del nuovo ceto medio, tema centrale di Colletti bianchi, tradotto e pubblicato nel 1966 da Einaudi, su segnalazione di Raniero Panzieri. Ad esso seguirono il trattato Carattere e struttura sociale (Utet 1969) scritto con Hans H. Gerth e la sua tesi di laurea, Sociologia e pragmatismo (Jaca Book, 1968). Destinato a lasciare una traccia nel dibattito circa la funzione della sociologia e del sociologo, fu L’immaginazione sociologica, (Il Saggiatore, 1962), citato, tra gli altri, in alcuni documenti del movimento studentesco trentino e ripreso dall’influenza che venne in Italia dalla conoscenza di autori appartenenti alla sociologia radicale e alternativa. Nondimeno “pesarono” sulla formazione della generazione pre-sessantottina i testi sulla rivoluzione cubana (Feltrinelli 1962) e sulle Cause della Terza guerra mondiale (Feltrinelli, 1959). Più urticanti anche per la nuova sinistra in formazione, risultarono quei testi dove indicava molti errori riscontrati in Marx (I marxisti, Feltrinelli, 1969) e proponeva di abbandonare la vecchia metafisica del movimento operaio per individuare nuovi soggetti sociali capaci di azione rivoluzionaria e trasformativa.

A.D.: Sette. Tante sono sia le tesi sul controllo operaio elaborate da Raniero Panzieri, sia le caratteristiche di un “buon artista intellettuale” elaborate da Mills e contenute nel suo “L’immaginazione sociologica”. Entrambe le elaborazioni, pur trattando argomenti non immediatamente comparabili o sovrapponibili, sono della fine degli anni ’50. Anni, quelli, difficili con la “gelata” del movimento operaio, la guerra fredda, i prodromi di una certa società di massa e della sua possibile manipolazione…Avere visione non è semplice, si rischia di non essere presi sul serio, si rischia sovente di esser minoranza. Cosa possono insegnarci due vicende come quelle di Panzieri e Mills per la crisi di oggi, in cui non basta più mostrare la volontà di cambiare, ma occorre esserne capaci?
D.G.: Anche Mills aveva una concezione di controllo operaio che derivava dall’esperienza del sindacalismo rivoluzionario dei primi anni Venti del Novecento. Difatti, quando lo accusavano di essere un comu­ni­sta mime­tizzato, rispon­deva definendosi un Wob­bly, evo­cando quell’esperienza di sin­da­ca­li­smo che aveva espresso le posi­zioni poli­ti­che più radi­cali nella sfera pub­blica sta­tu­ni­tense.
Proprio dal mondo del lavoro doveva venire lo stimolo al conseguimento di una democrazia fondata sul controllo operaio e non più sulla proprietà privata. In ogni officina, impianto o ufficio, i lavoratori sindacalizzati avrebbero costituito un organismo di controllo e di autoregolamentazione della produzione, assumendo le funzioni prima svolte dai proprietari delle aziende. I dirigenti aziendali sarebbero stati nominati dai lavoratori stessi e da essi controllati nella loro azione. Tutto questo aveva come presupposto la presenza di una forte e radicata organizzazione sindacale attraverso la quale si doveva esprimere la democrazia dal basso. In quel modo doveva iniziare il percorso di costruzione di una personalità nuova in una società libera. Erano osservazioni e indicazioni che mettevano in risalto il suo socialismo e la convinzione che i fini del socialismo e quelli della democrazia liberale classica non fossero differenti ma complementari.
Utile sarebbe un confronto tra il metodo dell’inchiesta proposto da Panzieri e dai «Quaderni Rossi» e le sette caratteristiche di un buon «artista intellettuale», riassunte da Mills: non essere schiavo di un codice procedurale rigido e combina teoria e metodo nell’esercizio della ricerca; evita l’uso di un lessico oscuro. Non nasconderti mai dietro le parole “difficili” per evitare di pronunciare giudizi chiari ed espliciti sulla società; ricorri a tutti i parallelismi e le similitudini storiche che ritieni necessarie; non limitarti a studiare “piccoli” problemi sociali, rifletti e considera le strutture sociali nelle quali questi problemi si inseriscono; lo scopo della ricerca è la comprensione comparativa delle strutture sociali; ricordati che l’essere umano è una “pianta” inserita nella storia; non dimenticare l’eredità della tradizione sociologica classica che ti dice di comprendere il comportamento degli uomini e delle donne, intesi come attori storici e sociali e i modi intricati nei quali le varie società umane formano e spiegano la molteplicità delle loro scelte.

A.D.: Wright Mills affrontò di petto la questione, già presente al suo tempo, della fine delle ideologie. Con il suo modo diretto ebbe a dire che: “la fine dell’ideologia è, in realtà, l’ideologia di una fine: la fine della riflessione politica come fatto pubblico”. Negli anni come sappiamo la situazione è assai degenerata con tutta la deriva postmodernista. Oggi Marx è più letto dai capitalisti che da quelli che dovrebbero essere i loro avversari. Quali ispirazioni possono venirci dal Mills ammiratore di Marx e allo stesso tempo capace di integrarlo con altri insegnamenti? Si possono contrastare anche così i cascami postmodernisti duri a morire?
D.G.: Mills ci ricorda che la sbandierata novità del post moderno, termine che oggi condisce tutte le pietanze, ha origini “antiche”, negli anni Cinquanta, e segna il mascheramento ideologico dietro il quale si nasconde la crisi del liberalismo politico classico, depotenziato nella sua valenza democratica sostanziale dalla società di massa, dalla formazione di élite del potere economiche, militari, politiche e dal monopolio esercitato dai grandi apparati culturali, capaci di manipolare l’opinione pubblica confezionando “idee” per un pubblico eterogeneo, reso impotente nella sua capacità di esercizio critico, mancante di quegli istituti sociali e politici atti a formare una coscienza collettiva sulla base del confronto e della discussione partecipata.
Come osservava nel testo Sociologia e conoscenza, l’apparato culturale assolve a funzioni di vario tipo: «crea modelli di carattere e stili di sentimento, sfumature di umori e vocabolari di motivi. Trasforma il potere in autorità. Riempie il tempo libero con distrazioni e divertimenti. Trasforma la natura della guerra; diverte, persuade e manipola; ordina e proibisce; terrifica e rassicura; fa ridere e piangere gli uomini, li spinge a vagare inebetiti, poi improvvisamente restituisce loro vivacità. Predice ciò che accadrà e spiega ciò che è accaduto. Aiuta a modellare e a percorrere un’epoca e ne fornisce la coscienza». Mills aveva “visto lontano”, verso quella che chiamava la “Quarta epoca”, in cui le grandi organizzazioni economiche, finanziarie, amministrative e militari mettevano in discussione i valori di democrazia e libertà, mentre gli uomini comuni, i docili robot, non erano più capaci di comprendere la potenza e il potere di quelle strutture alle quali erano sempre più subordinati e modellati negli stili di vita, nel lavoro, nel tempo libero. Cosa dovevano fare gli intellettuali, i sociologi? Impegnarsi attivamente nella denuncia critica del sistema sociale, e favorire la trasformazione delle difficolta e delle preoccupazioni personali in problemi sociali, per aiutare il singolo a diventare un uomo auto-educantesi, ragionevole e libero, partecipe e partecipante di una società democratica, libera e meno ingiusta.
Più in generale resta attuale un approccio metodologico secondo il quale i nostri paradigmi concettuali devono mettersi alla prova della comprensione e là dove si segnalano problemi “nuovi” questi devono essere affrontati e risolti, non assunti a pretesto per liquidare il “bambino con l’acqua sporca”. La teoria deve essere un buon strumento pratico e flessibile, aperto a nuove acquisizioni, se necessarie, per superare limiti e carenze là dove si riscontrano.

 

Diego Giachetti (1954) vive a Torino. Si è occupato di movimenti giovanili e di protesta attorno al ’68 e delle lotte operaie nel corso dell’autunno caldo. Molteplici le sue pubblicazioni, tra le quali La rivolta di corso Traiano (1997-2019); Un Sessantotto e tre conflitti (2008). Con DeriveApprodi ha pubblicato Nessuno ci può giudicare (2005).

Il lavoro ai tempi della pandemia
Le parole e le immagini per dirlo

2 Commenti. Nuovo commento

  • Un invito molto preciso ed efficace ad approfondire i temi della formazione del pensiero comune e dominante. Leggerò il libro

    Rispondi
  • Come tutti i suoi libri Giachetti col suo stile chiaro e fruibile, generoso negli esempi e negli aneddoti storie e non ci aiuta a capire le trasformazioni sociali e storiche, anche con episodi simpatici e singolari creando in noi una lettura attenta e mai noiosa e più di tutto ci aiuta a capire ed a crescere fuori dalle accademie a portata di tutti, un grazie a Diego negli anni dei suoi scritti prolifici che a me e spero a *tanti a dato molto, buona lettura!

    Rispondi

Rispondi a Walter Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu