Il pifferaio ha stonato

di Franco Ferrari – Alla fine, tanto tuonò che non piovve. L’assalto all’Emilia-Romagna (un tempo) rossa da parte di Capitan Salvini è fallito. Che ci provasse pareva inevitabile per cercare di minare l’equilibrio di un governo già non saldissimo di suo. Quali sono state la forza e il limite della sua campagna? Non va sottovalutato il fatto che abbia consolidato il voto delle europee, nelle quali la Lega era diventata il primo partito nell’unica regione del Nord che finora aveva resistito alle sirene padane. La destra aveva preso un po’ più di un milione di voti e un po’ più di un milione di voti ha preso la Bergonzoni. Ha costruito una campagna che tendeva ad accumulare gli scontenti di ogni genere e a combinare il tradizionale e un po’ becero anticomunismo sopravvissuto alla quasi assenza di comunisti, con la strizzata d’occhio ad elettori di una certa età che una volta votavano PCI e che ora hanno perso qualsiasi connessione sentimentale e di interessi col PD.

Salvini non ha conquistato i grillini, nonostante Bibbiano

Salvini non è riuscito ad espandersi pescando nei due bacini elettorali possibili, quello degli elettori 5 Stelle in fase di sbandamento e quello degli astenuti. La parte di elettorato grillino che proveniva da destra o che, attraverso il passaggio da sinistra ai 5 Stelle, aveva subito una mutazione profonda, l’aveva già conquistato. L’altra parte gli ha voltato le spalle diventando decisiva nella vittoria di Bonaccini.

Ora i commentatori, anche quelli che sono prudentissimi quando ancora non sa si chi vinca, ma prontissimi il giorno dopo a bastonare i perdenti, parlano degli “errori” di Salvini. Probabile che ne abbia commessi, ma non è certo correggere gli “errori” di Salvini il compito che ci interessa, ma piuttosto capire quali sono le falle che possono incrinare il suo blocco elettorale per cercare di allargarle. Il leader leghista utilizza uno stile di comunicazione “populista”, ovvero usa discorsi e azioni che risultano “politicamente scorretti”, ma che lo mettono in comunicazione diretta con il cittadino che sente il potere politico, non solo incapace di risolvere i suoi problemi, ma anche solo di nominarli e di riconoscerli.

Questa accumulazione di scontento in Emilia-Romagna non è stata sufficiente, sia per le ragioni strutturali che ne fanno un’economia ancora piuttosto solida e quindi con un ceto medio che ha retto le posizioni, sia per l’esistenza di una struttura amministrativa più solida ed efficiente di quanto sia riscontrabile in altre regioni. La Lega in altre regioni del nord ha in parte ereditato la solidità amministrativa della tradizione democristiana, ma Salvini non ha giocato su questo aspetto (anche per la poca credibilità della Borgonzoni in materia) ma ha puntato ad alzare i toni e ad agitare polemiche strumentali. La decisione di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano e  quindi di puntare tutto su una questione politicizzata molto al di là del lecito e totalmente scollegata ai reali problemi degli elettori, anche dei suoi, ha sbilanciato la sua iniziativa sul versante agitatorio e demagogico. Siccome quasi tutte le iniziative di Salvini avevano in mente un interlocutore collettivo preciso, è possibile che sperasse di conquistare il voto dei grillini riprendendo quella che fino a pochi mesi era prima era stata una loro bandiera polemica contro il “Partito di Bibbiano”. L’esito del voto ci dice che In questo caso il pifferaio ha stonato e non poco.

Ora per chiudere il discorso sul perdente, il leader leghista ha il problema di riuscire a trovare il mix corretto tra agitazione “populista” e capacità di risultare credibile ad una parte dell’establishment, quella che non è del tutto sorda ad una curvatura sovranista e/o clericale delle politiche di governo. Inoltre ha bisogno di mantenere il carattere plurale della sua coalizione perché, come si è visto anche in Calabria, non può vincere senza Fratelli d’Italia, che è in crescita, e che gli ha subito rimproverato (vedasi la prima pagina di ieri del quotidiano romano Il Tempo) di aver scelto una candidata inadeguata e di aver voluto fare tutto da solo. E d’altra parte avrà bisogno di non veder sparire Forza Italia che dispone ancora di una rete di notabili al sud, ma che è anche necessaria per conquistare voti di ceto medio e medio-alto in alcune realtà del nord.

Bonaccini post-comunista o post-democristiano?

Bonaccini esce indubbiamente dal voto con una notevole affermazione, dato che ha puntato proprio a separare il consenso a se stesso dall’identificazione con il PD. Alla fine la polarizzazione del voto ha beneficiato comunque il partito di appartenenza, anche se il partito sulle sue liste perde il 10% sul 2014 e il 5% sul 2010.  Ma le prime erano elezioni piuttosto anomale per la scarsa partecipazione e nelle seconde non era ancora invalsa la (cattiva) abitudine di costruire liste di notabili intestate direttamente ai candidati Presidente. La campagna elettorale di Bonaccini ha puntato su tre temi: la buona amministrazione, l’identità emiliano-romagnola, e (molto) la paura della Lega. L’accumulo ha funzionato ma lascia aperto anche in questo caso qualche problema.

La buona amministrazione è certamente cosa utile, ma andrebbe valutata in relazione agli interessi per i quali si amministra “bene”. Da questo punto di vista, nonostante la retorica sulla Regione “rossa”, oggi il PD emiliano-romagnolo si presenta più con i caratteri di una forza post-democristiana che post-comunista. Nel primo caso, dentro una visione interclassista della società, primeggiavano comunque gli interessi dell’impresa, nel secondo, ancorata ad una visione classista della società, si partiva dalla rappresentanza degli interessi dei ceti popolari per costruire alleanze e per cercare compromessi che fossero favorevoli ai primi. L’impostazione post-democristiana è ancora in grado di mantenere un blocco sociale consistente in Emilia-Romagna (paradossalmente facendo appello all’elettorato post-comunista), è meno certo che sia adeguata sul piano nazionale.

L’appello all’identità emiliano-romagnola (“Noi siamo l’Emilia-Romagna) presenta il limite di non essere esportabile. Per proprietà transitiva non si potrebbe chiedere ai veneti, ad esempio, di votare a sinistra, dato che questo violerebbe la loro identità (“Noi siamo il Veneto”?).

La paura ha contato molto ma, come è logico che sia, il giorno dopo le elezioni anche il voto chiesto contro Salvini, diventa un voto per la continuità delle politiche della Giunta Bonaccini e a livello nazionale per la continuità delle politiche governative, spostando gli equilibri a favore del PD.  In più, la spinta che emerge molto forte dal voto (ne parla Roberto Musacchio nel suo articolo e io non riprendo il tema) è quella di tornare al bipolarismo e al maggioritario.

Penso che sia illusoria l’idea di chi ritiene di potersi alleare al PD per condizionarlo a sinistra, soprattutto se prima non hai dimostrato di essere una forza autonoma e radicata ma sei eternamente soggetta al ricatto del voto utile. Questo il limite già ampiamento verificato di un’esperienza come quella della lista “Coraggiosa”, i cui due consiglieri non sono determinati, nemmeno con l’aggiunta dell’eletto Verde, nella maggioranza di Bonaccini. Non avranno nemmeno il supporto esterno dei 5 Stelle, che in Emilia-Romagna hanno adottato un profilo abbastanza progressista, ridotti a soli due seggi.

Il ruolo delle sardine

E’ parere largamente condiviso che le sardine abbiano influito in misura rilevante sul risultato. Dato che ha vinto Bonaccini è difficile sostenere il contrario. Per evitare di cadere nell’apologia (altrettanto fastidiosa del settarismo) occorre valutare alcuni elementi che emergono dal voto. Il più evidente è che la sardine hanno probabilmente funzionato in Emilia-Romagna, incidendo sullo spostamento degli elettori dei 5 Stelle e dei potenziali astenuti verso il PD, ma non in Calabria. Se si considera, come detto sopra, che la destra ha mantenuto i voti delle europee, se ne dovrebbe dedurre che anche in Emilia-Romagna non hanno spostato elettori tra i due campi. Quindi non è facilmente misurabile l’incidenza, ai fini elettorali, su un’elezione nazionale o al di fuori delle due ultime roccaforti del PD, Emilia-Romagna e Toscana.

Il tema di fondo che resta aperto è se l’opposizione alla destra (e a Salvini in particolare) possa restare solo al livello “valoriale” o debba concretizzarsi in scelte politiche concrete. Un ambito nel quale il portavoce delle sardine ha preferito non sbilanciarsi per non diventare “divisivo”. Da parte sua però la sinistra alternativa, che non si accontenta di opporsi a Salvini per proseguire le politiche “euro-liberiste” che hanno caratterizzato il centro-sinistra, non è ancora riuscita a dare una risposta adeguata a questo movimento e rischia di oscillare tra il codismo e l’ostilità pregiudiziale.

Disastroso risultato delle liste di sinistra indipendenti dal PD

Per quanto riguarda la sinistra indipendente dal PD il risultato è evidentemente disastroso. Tre candidati Presidente raccolgono l’1,0% che diventano l’1,3% nel voto di lista. Si poteva pensare che il risultato sarebbe stato molto diverso? Avevamo il riferimento dell’Umbria dove le liste di sinistra hanno raccolto complessivamente un paio di punti di percentuali attorno a due candidati. E questa più o meno è la dimensione del voto attuale anche a livello nazionale. In una campagna elettorale evidentemente polarizzata come quella emiliano-romagnola e sotto assalto leghista, era presumibile che i voti disponibili, da dividere in tre liste, sarebbero stati anche meno di quelli dell’Umbria.

La presentazione di tre liste contrapposte in una spazio elettorale che è oggi molto ristretto non ha aiutato a dare credibilità. Va detto che non basta però la somma di debolezze a costruire una forza. Inoltre le divisioni derivano da impostazioni strategiche diverse e non facilmente componibili. Il Partito di Rizzo (PC) punta al richiamo identitario del nome e del simbolo, anche se come tutte le identità è un’invenzione che non corrisponde ad alcun momento e ad alcuna esperienza dei comunisti in Italia. Contemporaneamente mantiene qualche ambiguità sui temi agitati dalla destra che, se non porta voti, garantisce quanto meno qualche comparsata televisiva. Potere al Popolo, col quale nei contenuti programmatici non vi erano rilevanti differenze, ritiene di dover puntare sulla rottura simbolica e organizzativa con le esperienze esistenti di “sinistra radicale” e di seguire un’impostazione di taglio più “populista” nella presentazione. Da questa analisi deriva la spinta a presentarsi col proprio simbolo ovunque sia possibile.

L’Altra Emilia-Romagna ha svolto una campagna elettorale basata sulla critica di merito delle politiche di Bonaccini e insieme ad essa sulla indicazione della strada corretta per la costruzione di un’alternativa alla destra basata su contenuti e interessi e non solo di “valori”. Nonostante l’ammirevole impegno del candidato presidente, Stefano Lugli, era pressoché impossibile inserirsi in una campagna elettorale nella quale il confronto di merito era totalmente assente.

Serve ridefinire una strategia

L’esito delle elezioni emiliano-romagnole, oltre a riproporre la difficoltà a costruire una posizione di sinistra credibile in un contesto di bipolarizzazione estrema, richiede l’apertura di un dibattito strategico, che non insegua le scadenze elettorali, ma le inserisca in un percorso di cui  sia chiara la destinazione. Il tentativo, perseguito ormai da un decennio, di costruire un soggetto plurale e unitario della sinistra alternativa autonoma dal PD, era giusto ma è fallito, per motivi e responsabilità che non è il caso ora di approfondire. In sé una sconfitta elettorale, date le condizioni in cui operiamo, non è una tragedia, se è chiaro dove si vuole andare, non solo a noi ma anche a coloro a cui chiediamo il sostegno, altrimenti diventa uno spreco di forze.

Le due strade alternative che vengono spesso affacciate, quella del ripiegamento subalterno verso il PD, o quella della quasi esclusiva agitazione nel sociale, non mi sembrano soddisfacenti. Una forza politica deve prefigurare un cambiamento che tocchi anche la questione del potere e dei poteri.

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Da Prodi/Berlusconi a Zingaretti/Salvini
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2 Commenti. Nuovo commento

  • Gianni Tasselli
    29 Gennaio 2020 17:43

    Sono d’accordo con molte cose che dici ma manca completamente il riferimento al nostro blocco sociale, che, in blocco, è andato a votare altro da noi. Se non riprendiamo il rapporto coi lavoratori e i giovani non avremo futuro.

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  • Franco Ferrari
    30 Gennaio 2020 17:54

    L’obbiettivo era di analizzare alcune delle sfaccettature del voto e delle sue implicazioni politiche. Non c’è dubbio che sia necessario, non da oggi, ricostruire un rapporto con lavoratori e giovani. Il problema di fondo è che il “nostro blocco” come tale non esiste più e va ricostruito pezzo a pezzo con una strategia politica che è in larga parte da ridefinire.

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