Il niente di nuovo che avanza nell’Italia “slegata”

di Roberto Morea –

Quindi è nato un nuovo governo in Italia, un governo più per necessità che per scelta.
Dettato dall’opportunità, offerta al Movimento 5 Stelle dal leader della Lega Matteo Salvini, di cambiare colore all’alleanza e mettere in un angolo i sogni di predominio di Salvini.

È stato proprio il leader della Lega a mettere in crisi un governo basato su un contratto che univa i 5 stelle e la Lega, rompendo bruscamente la loro relazione. Per capire meglio questo passaggio è opportuno fare qualche passo indietro e capire come sia arrivati a questo punto.

Nelle ultime elezioni politiche del marzo 2018, il consueto confronto tra centro destra e centro sinistra è stato cancellato dalla presenza e dal grande risultato dell’M5S. Questo attore politico “post ideologico” è stato in grado di ottenere una posizione prevalente come maggior partito votato, segnando la fine del bipolarismo in Italia, che era già avvenuto in altri Paesi europei, e con questo risultato, il compito di formare un governo. Forse il maggior successo, a mio parere, di questa nuova situazione è stato quello di riportare al centro della scena politica il ruolo del Parlamento, come previsto dalla Costituzione. Dopo lunghe e acrobatiche consultazioni, la soluzione è arrivata attraverso un contratto che ha unito M5S e la Lega.

Il punto di partenza di questo accordo è da ricercare nel carattere “anti-establishment” che entrambe le forze politiche avevano sostenuto prima delle ultime elezioni. Elezioni che hanno visto l’exploit dei 5 Stelle che hanno ottenuto il 32% dei voti, e in cui d’altra parte anche la Lega, abbandonato il carattere nordico e ridisegnato come partito nazionale, ha portato a casa il 17% dei voti e un numero sufficiente di senatori e deputati che permetteva loro di emanciparsi dallo schieramento della classica destra con i soci del passato, ovvero Forza Italia di Berlusconi e Fratelli d’Italia della Meloni, rompendo una partnership a livello nazionale che è rimasta però molto solida nelle amministrazioni locali.

Anche con il doppio dei voti e dei deputati, il movimento 5 Stelle ha subito vissuto all’ombra delle decisioni e del protagonismo del leader della Lega e del ministro degli Interni Matteo Salvini. La presenza preponderante dei media e la disinvolta ferocia nell’affrontare la questione dei migranti da parte del ministro della Lega hanno portato ad un aumento del consenso nei confronti della Lega che è arrivato a superare il 30% nelle intenzioni di voto. Ma del resto sulla questione migranti il primo attacco verso le forme di integrazione e di accoglienza le aveva già messe in atto il PD con Minniti, il ministro degli interni del governo Gentiloni, impostando politiche di respingimento che verranno solo rafforzate dal governo Lega-M5S. Lo stesso capo politico del M5S Luigi di Maio è stato il primo ad accusare le ONG che soccorrevano le persone di essere i taxi del mare per i trafficanti di migranti. Su questa questione, come visto, c’è molto su cui concordano sia le forze di centro destra che quelle di centro sinistra. La rincorsa alla guerra verso gli ultimi ha fornito il terreno fertile per la crescita di una risposta autoritaria, spostando l’attenzione e la soluzione dei problemi sociali e di giustizia che non trovano soluzione nelle politiche economiche fin qui messe in atto. Certo questo clima ha fatto crescere un clima di intolleranza che ha portato ad una affermazione del leader della Lega.

Proprio questa affermazione nei sondaggi è stata, forse, la molla che ha spinto il ministro della Lega a interrompere le relazioni del governo, annunciando un voto di sfiducia nei primi giorni di agosto e cercando di ottenere rapidamente nuove elezioni, chiedendo persino di avere “pieni poteri” espressa in diverse esternazioni, per poter governare senza i no che, a suo dire, doveva sopportare nel Consiglio dei Ministri.

Questo malcontento deriva anche dalla posizione assunta dal Primo Ministro Giuseppe Conte a livello europeo, in qualità di interlocutore e mediatore nella definizione della legge di bilancio e della struttura economica del Paese, nei confronti di altri leader e della Commissione europea.

Ultimo ma non meno importante il ruolo avuto nel portare i deputati 5 Stelle seduti al Parlamento europeo a votare in favore dell’elezione di Ursula von der Leyen a commissario europeo.

La prossima legge di bilancio è, a mio avviso, il fattore decisivo per il crollo del governo.

Da un lato, il desiderio di rompere i vincoli che la Lega intendeva esercitare e, dall’altro, un’alleanza e la manovra di mediazione messe in campo dal Primo Ministro e dai 5 Stelle hanno rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

La manovra di Salvini per far cadere il governo e ottenere nuove elezioni per poter confermare il proprio successo, anche se in coalizione con gli alleati di Forza Italia e dei Fratelli d’Italia, è stata comunque fermata in Parlamento.

La sinistra radicale ha chiesto per prima che le stesse forze politiche colpevoli della crescita esponenziale della destra più estremista mettessero in azione ogni possibile atto parlamentare per evitare nuove elezioni e impedire l’affermazione del disegno di Salvini.

Oggi possiamo dire che la vera svolta politica di questo passaggio è la fine di un sistema che da trent’anni vede la governabilità legata alla vocazione di maggioranza delle forze politiche. In contraddizione con il valore che la Costituzione ha assegnato al dibattito e il ruolo decisionale del Parlamento.

Proprio per questo motivo la sinistra radicale chiede fortemente un ritorno a una legge proporzionale che, di fronte alla possibilità di una vittoria per la destra, che con l’attuale legge elettorale conseguirebbe i due terzi del Parlamento, è tornata di discussione pubblica.

Da parte del Partito Democratico c’è stata una prima idea di ricorrere alle elezioni anticipate dettata soprattutto da ragioni di regolamento dei conti interni. Ricordo che oggi i gruppi parlamentari del PD fanno riferimento principalmente all’area del precedente segretario Renzi, in carica al momento delle elezioni del 4 marzo 2018, e quindi la prima decisione del nuovo segretario Zingaretti, allo scoppio della crisi di governo, è stata quella di andare alle elezioni per poter avere persone a lui vicine nel parlamento.

Ma spinti dalla pressione popolare e dalle forze sociali di un arco che va dai sindacati alla confederazione industriale, nonché dalla pressione “europea”, hanno spinto Zingaretti a sedersi a un tavolo con i 5 Stelle e creare un governo che da un lato segni un freno alle ambizioni della destra verso elezioni anticipate e, dall’altro, imposti politiche sociali ed economiche confacenti al profilo che le istituzioni europee cercavano. Uno dei padri nobili del PD Romano Prodi lo ha esplicitamente chiamato il governo di Ursula.

Il confronto per la costruzione del nuovo governo, passato il 3 settembre al vaglio del voto online degli iscritti del M5S con quasi l’80% di sì all’accordo con il PD, si basa anch’esso su un programma definito con le forze politiche presenti in parlamento, che oltre a PD e M5S vede anche l’appoggio della sinistra di Liberi e Uguali, che conta un numero di senatori indispensabili per raggiungere una maggioranza parlamentare. Nei prossimi giorni quindi sarà quindi dato il sostegno al nuovo governo.

Al momento, se è possibile raggiungere la prima opzione, impedendo di arrivare a nuove le elezioni in brevissimo tempo, non è certo che si possa raggiungere il punto di svolta nelle politiche sociali ed economiche.

Il compito affidato allo stesso Primo Ministro Giuseppe Conte di formare il nuovo governo apre uno spazio che speriamo rimanga aperto almeno il tempo necessario per rafforzare un’alternativa in grado di proporre un’uscita a sinistra e fare riferimento alla posizione che la sinistra ha tenuto nel Parlamento europeo con il voto contrario sulla elezione di Ursula von der Leyen e alle politiche ferocemente liberiste che hanno determinato la crescita del malcontento di cui le destre si nutrono.

Quello che avremo davanti è quindi la definizione di un governo “europeo”, su cui tutte le élite hanno spinto per mettere in minoranza la forze xenofobe e nazionaliste di destra, cosa di cui non dobbiamo rammaricarci, ma allo stesso tempo, quello che c’è da fare è costruire un’opposizione di sinistra che non lasci alla destra il terreno della giustizia sociale e della alternativa alle politiche neoliberiste che ancora sembrano essere il cardine su cui si va costruendo il prossimo esecutivo.

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