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Il muro del come fare e un possibile ruolo per Transform!

di Marco
Noris

di Marco Noris –

L’articolo di Paola Boffo “E la sinistra dov’è? Un luogo ci sarebbe” ha sostanzialmente due meriti: il primo è di avere accolto la sfida della continuità di un dibattito che altrimenti risulterebbe inutile nella sua saltuarietà; il secondo è che ha cercato di declinare subito nella prassi alcune idee che sicuramente potrebbero costituire una parte consistente del denominatore progettuale. Il passaggio dalla critica dell’esistente alla rappresentazione dell’alternativa è sicuramente centrale in questa fase ed è, in effetti, il passo successivo da compiere. Abbiamo però la necessità di andare oltre: come ho avuto modo di scrivere alcune settimane fa sempre su transform dobbiamo risolvere un problema di non poco conto. In questa fase si moltiplicano gli appelli e l’elenco delle cose da realizzare in un conteso nel quale, molto banalmente, continuiamo a far fatica anche ad essere ascoltati. La mancanza di ascolto è legata non tanto al contenuto delle nostre proposte e al loro scarso appeal politico, quanto alla fiducia nel fatto che queste proposte possano essere effettivamente realizzate. Quello che vorrei ribadire è che la debolezza sia dei movimenti che delle forme più organizzate del nostro panorama politico risiede anche nel fatto che manca, alla base, la fiducia nel loro inconsistente peso: esiste ed è diffusa la coscienza che non siamo comunque noi a mettere in moto gli attuali processi storici e, anche qualora fossero messi in moto da altri, non saremmo comunque noi a gestirli. La bontà della proposta si scontra quindi con la sua presunta irrealizzabilità ed è in questo senso che la domanda del “come fare?”, dovrebbe essere posta al centro del problema.

Nell’introduzione di un suo libro di alcuni anni fa il filosofo Rocco Ronchi affermava:

Le domande concernenti il come sono più interessanti di quelle che chiedono che cosa o perché. Nascono da un’urgenza reale, in contesti problematici, quando il soggetto che si pone una domanda fa parte della questione per la quale attende una risposta. Ci si chiede come fare quando si è già presi dall’azione, quando non si può non fare e tuttavia si esita[1].

In effetti è come se stessimo continuando a girare attorno al cuore del problema senza mai poterlo raggiungere: a fronte di questa impossibilità continuiamo ad elaborare e arricchire analisi dell’esistente ed elaborare proposte, troviamo comuni o divergenti posizioni ma, nella sostanza, rimaniamo spettatori di un programma al quale non siamo stati chiamati a dare la nostra impronta né contributo. In questo momento specifico la cosa è particolarmente problematica. Per dirla con Ronchi, il come fare sopraggiunge in una situazione di urgenza, nella quale dobbiamo fare ma non riusciamo a fare il passo successivo. Questo, richiede non solo un altro impegno ma anche una visuale analitica in una qualche misura autonoma:

La domanda sul come dei fenomeni, indipendentemente dal che cosa e dal perché, suppone infatti un altro metodo […] e un altro principio.[2]

Questo non significa che movimenti e forze politiche abbiano eluso questa domanda, anzi, spesso è stata affrontata, ma la mancanza della sua centralità ha contribuito non poco all’inazione e allo stallo di questi anni. In un certo senso nell’urgenza, oggi, dovremmo concentrarci sul metodo per uscire da questa situazione isolando, se necessario, il problema specifico.

Possiamo brevemente riassumere le principali ragioni di questo blocco, dei motivi per i quali siamo in grado di affrontare i perché e i che cosa anche in profondità ma ci fermiamo di fronte al muro del come.

  • Esiste un’evidente questione di sconfitta storica sulla quale è inutile ripetere cose già dette ma che ha demolito la credibilità non solo di particolari forme di manifestazione storica di un progetto politico, bensì la credibilità di un’intera cultura proprio nella sua realizzazione pratica.
  • La progressiva demolizione del mondo del lavoro anche e soprattutto nei termini della dimensione identitaria e collettiva della classe.
  • La fine dello spazio anche fisico nel quale questa identità si sostanziava a partire dalla fine della fabbrica fordista e degli altri luoghi fisici di lavoro.
  • I processi di globalizzazione che collocano i reali luoghi decisionali e del potere al di fuori della sfera del controllo democratico.

Non è certamente un elenco esaustivo ma diventa difficile non trovare come denominatore comune a questi punti il risultato della perdita di credibilità di ogni possibile proposta di alternativa sistemica.

A questo si aggiunge anche la questione dell’impossibilità di agire un conflitto non solo per l’esiguità della nostra forza ma anche perché diventa difficile colpire i luoghi del potere che non hanno sostanzialmente una dimensione e collocazione spaziale definita, e sfuggono al controllo sia delle tradizionali forme di rappresentanza politica che di quelle più specificatamente istituzionali, dalle organizzazioni sindacali ai partiti novecenteschi fino allo stato-nazione. È importante capire le dimensioni della sfiducia che ne deriva così come comprendere, a partire da tali motivazioni, la deriva sovranista che si illude in questo modo di riportare a forza forme e centri di potere sotto controllo mentre, nella realtà, questi centri stessi di potere sarebbero piuttosto indifferenti ad una partita che si giocasse sul terreno del singolo stato-nazione, in particolare europeo. Queste sono cose già dette, però, il mondo della pandemia peggiora ulteriormente la situazione e c’è un’altra minaccia da evidenziare legata alla questione digitale e al controllo sociale. Possiamo davvero pensare che in futuro potremo riempire le piazze o, come da logica, saranno proprio le manifestazioni collettive ad essere le ultime permesse dalla fine del blocco? Quanto l’attuale situazione peserà sugli assetti futuri del controllo sociale? Di più: in una logica di indefinitezza dei centri del potere quanto peseranno in un futuro conflitto, le piazze piene, le manifestazioni e gli strumenti di lotta tradizionali? Sono tutte domande alle quali dovremo dare risposta a partire proprio dal “come fare”.

Certo, esiste ancora tutta una possibilità da esplorare in termini di costruzione e mobilitazione attraverso il mondo digitale e con questa cosa dovremo fare i conti, che ci piaccia o meno, ma la direzione verso il controllo sociale anche per mezzo del sistema digitale è già in atto da anni e, forse, è addirittura più semplice ed efficace.

Eppure, anche a fronte di questi argomenti, in assenza di rapporti di forza decenti, in un mondo nel quale la contrapposizione ideologica è venuta meno, in una situazione di crisi con tutta probabilità molto peggiore di quella di una dozzina di anni fa, sarà difficile affrontare un qualsiasi discorso di alternativa evitando una forte componente conflittuale. Difficile valutare la probabilità anche del ritorno di un riformismo di stampo keynesiano in una situazione storica totalmente inconciliabile rispetto a quella dei “30 gloriosi” nei quali si è manifestato: acutamente lo ha sottolineato tra gli altri anche Emiliano Brancaccio. [3]

Se questa analisi e queste condizioni sono condivisibili dobbiamo però, di conseguenza, capire che probabilmente ci troviamo nella peggiore situazione non solo degli ultimi decenni ma forse dell’ultimo secolo per poter indirizzare la storia nella direzione che vogliamo ma l’urgenza ci dice che dobbiamo partire, che dobbiamo evitare l’esitazione che potrebbe essere storicamente fatale. È in questo contesto che la questione del metodo assume la centralità e su questo ci sono alcune cose da dire per confrontarsi e proposte da fare.

In un certo senso il come non può che collegarsi anche al dove. La necessità di uno spazio di elaborazione organizzato e finalizzato a calare nella prassi la proposta al fine di diffonderne i contenuti e ampliarne condivisione e consenso. Dobbiamo fare i conti però con la crisi dei tradizionali soggetti politici per tutte le ragioni sulle quali in molti ragionano da anni e che anche qui sono state parzialmente espresse.

Se poi dobbiamo valutare non tanto le esperienze dei soggetti politici della Sinistra bensì le reazioni nei confronti del loro fallimento progettuale, è facile notare che spesso, e in una certa misura anche ingenerosamente, gli attacchi e la riprovazione si sono concentrati soprattutto nei riguardi dei soggetti stessi, dei loro organismi decisionali e delle loro dirigenze in particolare, spingendosi fino alla classica accusa di tradimento degli ideali originari. In questo modo si sottovaluta totalmente la potenza delle variabili esogene, esterne al soggetto politico, dalle quali dipendono in maniera pressoché totale il successo o la sconfitta del progetto di alternativa. Questo errore di analisi è stato deleterio su più fronti. In primo luogo all’interno dei soggetti politici che sono stati abbandonati da molti e ulteriormente indeboliti; in secondo luogo in termini di corretta analisi del problema all’interno dei soggetti stessi: la critica prevalente ha preso la forma dell’autocritica interna piuttosto che sulle componenti che, oggi, non consentono rapporti di forza tali da poter ottenere un risultato positivo per la propria progettualità. Ancora una volta la critica, forse, avrebbe fatto meglio a concentrarsi sul come cambiare i rapporti di forza esistenti, quali strade nuove percorrere, anche perché illudersi di poter ottenere i risultati politici del secolo scorso senza rendere più equilibrati i rapporti di forza stessi, significa non aver capito ed essersi persi ciò che è accaduto negli ultimi 40 anni. Infine, nell’impossibilità di ottenere risultati, le progettualità si sono distinte e frazionate in una miriade di soggetti politici e di movimento i quali, nella società della fine delle grandi narrazioni, perseguono obiettivi mirati, qualche volta più raggiungibili ma parziali, limitati nello spazio della proposta e, spesso, limitati anche nel tempo del successo effimero: senza un cambiamento strutturale del sistema le vittorie parziali durano poco. Certamente non è oggi il tempo per la facile ricostruzione delle grandi narrazioni ma, in un certo senso, abbiamo bisogno di sintetizzare una mole di produzione culturale, di proposte e di prassi, spesso più convergenti di quanto non pensiamo, e questo è probabilmente l’inizio o perlomeno il primo passo nella direzione del “come fare”.

Fino a questo momento si è parlato di soggetti e non di soggettività e non a caso. In un’ipotesi di percorso di questo tipo quello che diventa centrale non è tanto il soggetto ma il progetto inteso come proposta ampia e organica dal quale declinare programmi ed azioni. In questa impostazione, però, il soggetto stesso è subordinato al progetto perché la sua natura e i suoi compiti sono determinati dalla forma e dalla sostanza della progettualità. È appunto per uscire dal cortocircuito per il quale è difficile immaginare un progetto antecedente alla formazione del soggetto che abbiamo bisogno della definizione e distinzione tra soggetto e soggettività.

La soggettività si definisce come la caratteristica del soggetto, la sua peculiarità. Noi oggi abbiamo una miriade di soggetti con soggettività definite e un panorama di proposte parziali o proposte più strutturate che però sono presentate da soggetti frazionati. Quello che una nuova progettualità dovrebbe delineare è sì un nuovo soggetto ma per il quale la funzione di collettore, contenitore e sintesi di soggettività già espresse definisca il carattere specifico della sua stessa soggettività, il cui compito sarebbe quello di dare vita e, soprattutto forza, alla nuova progettualità condivisa.

Volendo calare nella pratica e nel qui ed ora la questione, è sempre più pressante la richiesta all’interno delle soggettività politiche e di movimento di avere da un lato una visione generale della questione e dall’altro capire se qualcuno può tirare le fila dell’intero discorso. È difficile per esiguità delle forze e mole di responsabilità che un soggetto con caratteristiche e peculiarità già determinate e non certamente votate alla sintesi possa fare questo. Nell’impossibilità di utilizzare i soggetti esistenti, va creato, quindi, un luogo e una soggettività che abbia tale fine specifico.

Se è abbastanza chiaro che difficilmente tale ruolo auspicato da molti possa essere svolto da soggetti e soggettività definiti, si tratta di individuare se possono già esistere spazi e soggettività che già si potrebbero prestare a questa funzione. Le caratteristiche e le peculiarità di questo soggetto e ciò che ne determina la peculiare soggettività potrebbero essere così riassunte.

  • Essere uno spazio di ricerca politica aperto nel quale sia però definito lo spazio e l’orizzonte politico di riferimento.
  • Essere indipendente dalla tirannide della contingenza o meglio non sovrapporre autonomi condizionamenti e urgenze di risposta, anzi, porsi nell’ottica di armonizzare, nel possibile i tempi delle soggettività accolte.
  • Avere una vocazione transnazionale: sistemi storici e proposte di cambiamento antisistemico non possono essere condizionati da confini.
  • Essere in una posizione favorevole per accogliere soggetti politici di varia natura: da quella partitica a quella più specificatamente di movimento.
  • Richiedere a tutti, come condizione imprescindibile, fine e metodo di lavoro, la costruzione condivisa di un obiettivo progettuale ben definito, articolato, comune, volto al cambiamento sistemico e dei rapporti di forza in essere senza il quale nulla si può realizzare.

Solo alla fine di questo percorso si può parlare della costruzione di un soggetto funzionale e coerente alla realizzazione del progetto. Non si tratta, però, di costruire o replicare nemmeno un semplice forum: la consapevolezza delle condizioni descritte in premessa, dell’inevitabilità, l’originalità e l’asprezza dei futuri conflitti cambiano lo scenario storico futuro rispetto a quello che ci si è presentato nei decenni scorsi, e lo cambia, probabilmente, in peggio. È da questa consapevolezza che va costruita insieme la soggettività necessaria alla definizione del soggetto.

Se queste possono essere considerate le principali componenti della soggettività delineata viene naturale, in questa sede, chiedersi se Transform! non possa ricoprire tale ruolo. Certamente la prima obiezione che si può porre riguarda l’esiguità delle forze reali di Transform! ancor prima di capire se questo ruolo possa essere condiviso al suo interno. Sicuramente però, ad oggi non si delinea nessun soggetto organizzato all’orizzonte che, anche a prescindere dalle caratteristiche che abbiamo precedentemente delineato, abbia la forza di svolgere questa funzione. Eppure, sappiamo che dobbiamo partire da qualcosa e farlo in fretta.

Sappiamo anche che ad oggi nonostante la mole di produzione culturale di Transform! la conoscenza e la sua diffusione sono molto limitate. Le forze in campo in termini anche organizzativi e comunicativi andrebbero ampliate e, in generale oggi, nessun soggetto potrebbe iniziare questo tipo di percorso senza porsi il problema dell’ampliamento delle forze disponibili, della sua autorevolezza e della sua visibilità.  Il vantaggio però di Transform!, ad opinione di chi scrive, sta nelle sue caratteriste peculiari che ben si adatterebbero al progetto descritto. La domanda a questo punto è: ci si può perlomeno pensare e confrontarci?


[1] Rocco Ronchi, Come Fare. Per una resistenza filosofica, Feltrinelli editore Milano, 2012 pag. 9

[2] Ibidem, pag. 12

[3] https://www.youtube.com/watch?v=fjL_iRKAlLI

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