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Il fascino discreto della guerra

di Nicoletta
Pirotta

Per provare a capire meglio i perché di questa ennesima guerra, che torna nel cuore dell’Europa, ho cercato di leggere il più possibile. In particolare testi che prendevano in esame gli aspetti politici e geo-politici,  sociali ed economici del conflitto in corso.

Eppure sentivo che mi mancava un aspetto, e cioè uno sguardo che cercasse di spiegare come è possibile che ancora oggi, dopo che si è ampiamente dimostrato quanto le guerre non siano in grado di risolvere i conflitti, l’essere umano (specialmente i maschi dominanti ma non solo) si sentano attratti dal “tintinnar di spade”.

E ancor di più mi sono chiesta,  in relazione alla scoperta che molte e molti amici pacifisti non sono contrari o addirittura sono favorevoli all’invio delle armi in Ucraina, se  e cosa cambia nella mente umana quando si finisce dentro un contesto di guerra.

Poi su uno dei  social che frequento ho trovato un post di Emilio Masina1, psicoanalista e psicoterapeuta, leggendo il quale qualche risposta ai miei dilemmi l’ho trovata.

Parto da quello che Masina, nel suo ragionamento, mette come secondo ma che io preferisco citare per primo.
E cioè come sia possibile che ancora si faccia la guerra.

“L’essere umano spesso non ha memoria- scrive Masina-  o meglio ha una memoria selettiva che cancella i momenti difficili della sua storia e di quella del mondo.  Cerca di buttare dietro le spalle quello che lo ha turbato per non faticare troppo a capirne il senso e le cause.

Se questo meccanismo rappresenta una sorta di scorciatoia esistenziale in parte fisiologica, un eccesso di dimenticanza impedisce di utilizzare il passato per prevedere e organizzare il futuro. Ad esempio, si dimentica che le guerre non solo hanno insanguinato il mondo, ma hanno traumatizzato gravemente chi è sopravvissuto e persino le generazioni successive.

Inoltre, hanno devastato l’ambiente in modo irreparabile (in Vietnam, a più di cinquanta anni di distanza dalla guerra nascono ancora bambini deformi per effetto del napalm usato per defoliare le foreste). Non si ricorda più che solo gli sforzi per costruire la pace sono riusciti a produrre una convivenza prospera e serena.

Vivere all’insaputa di una parte di sé stessi o della realtà esterna può provocare brutti scherzi: ciò che si pensava dimenticato ritorna in gioco in maniera improvvisa e destabilizzante, come in questo momento la minaccia nucleare.”

Sull’invio di armi all’Ucraina, ecco cosa scrive  Emilio Masina: “Trovarsi a prendere decisioni, come l’invio di armi a uno dei Paesi belligeranti, in condizioni di emergenza, quando la sollecitazione emozionale è massima non è mai un buon affare”.

In queste condizioni, la razionalità rischia di essere travolta e di non fare argine alla tensione angosciosa. Si tende infatti ad appiattire la complessità della realtà su dimensioni estreme, come nelle curve degli stadi: amico/nemico, eroe o disertore, arrendersi o combattere. Le differenze fra fatti e persone sono minimizzate e si procede per ampie generalizzazioni, il dialogo con l’altro, e fra parti di sé, viene interrotto; la mente entra in una modalità autoritaria.
Se non c’è tempo per pensare le emozioni, la scarica liberatoria e l’errore, più o meno grave, sono dietro l’angolo.

Anche il terzo aspetto citato da Masina mi pare degno di nota.  “La massima latina: ‘si vis pacem para bellum’- sostiene lo psicoanalista-  è palesemente falsa. Investire sulla probabilità che il nemico si spaventi della tua forza non fa altro che indurlo a pensare nello stesso modo, secondo il noto proverbio ‘chi la fa, l’aspetti’; e può provocare un’escalation di emozioni e azioni improvvide.
Già Freud, il fondatore della Psicoanalisi, ci aveva avvertito che il prezzo che l’uomo deve pagare per convivere serenamente con i suoi simili, protetto dalla civiltà, comporta un disagio: quello di rinunciare ad esprimere liberamente tutti i propri bisogni sessuali e aggressivi, lavorando costantemente per tenerli a bada. Perché la nostra libertà termina dove comincia quella dell’altro”.

Mi sembrano tre livelli di ragionamento utili non solo per comprendere la guerra.
Mi pare infatti che essi dimostrino quanto sia necessario, sopratutto per chi vuole mettere in discussione l’attuale modello di società e proporre un’alternativa ad esso, cambiare se stess* ed il proprio modo di stare al mondo,  “lavorando costantemente” sui propri  comportamenti, sentimenti, emozioni, bisogni, desideri.

Che in fondo, diciamolo, è quello che il meglio del femminismo invita a fare da secoli…..

Nicoletta Pirotta

  1. https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2134463323382600&id=100004568585559.[]
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