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Il dopo Brexit è un caos economico e occupazionale

di Enrico
Sartor

La situazione economica ed occupazionale del Regno Unito dopo la Brexit è scesa in quel caos che era stato previsto da diverse parti, anche dalla destra padronale.

Interi settori dell’economia – in particolare distribuzione, trasporti alimentari e accoglienza turistica – stanno incontrando serie difficoltà nel reperire il personale adatto ad assicurare il ritorno a una ‘normale’ attività commerciale, dopo l’eliminazione, nelle scorse settimane, della maggioranza delle restrizioni imposte a suo tempo per far fronte alla pandemia.

L’ONS, Istituto Nazionale di Statistica, stima che tra aprile e giugno ci sono state più di centomila offerte di lavoro senza risposta solo nel settore dell’accoglienza turistica, cioè il 20% in più dei livelli pre-pandemici in un settore che stava ancora funzionando solo al 50-70% dei livelli del 2019. Analogamente, nel settore logistico della distribuzione alimentare, che impiegava un largo numero di lavoratori dell’Europa dell’est, c’è una carenza attuale di autisti stimata fra le 85.000 e le centomila unità.

Nonostante il forte aumento delle prenotazioni, dovuto al fatto che la maggioranza dei sudditi britannici quest’anno trascorreranno le loro ferie in patria, molti ristoranti ed alberghi stanno al momento aprendo solo ad orari limitati o non aprendo affatto a causa della carenza di personale. Ugualmente, interi reparti dei supermercati delle grosse catene sono privi di prodotti, principalmente a causa di mancate consegne, mentre i prodotti agricoli marciscono nei campi per mancanza di braccianti stagionali. Esponenti governativi pensano che per la metà di agosto si possa assistere a un totale collasso del sistema distributivo alimentare.

Per gli illusi, soprattutto fra l’elettorato xenofobo del nord Inghilterra, che credevano che il blocco – in virtù della Brexit – dell’immigrazione di lavoro a basso costo dai paesi dell’Ue avrebbe arrestato il social dumping di quest’ultimo decennio, la realtà si sta rivelando un brusco risveglio. La risposta padronale alla scarsità di manodopera non è quasi mai un’offerta di migliori condizioni di lavoro o di retribuzione, ma si muove ancora una volta nell’ottica neo-liberistica.

Per esempio, nel settore dell’accoglienza turistica, le grandi catene di alberghi, pubs e ristoranti hanno rinunciato già da giugno 2021 al flexi-furlough, un meccanismo che permette al dipendente di lavorare part-time e percepire la cassa integrazione per le ore mancanti. Questo meccanismo – che resta in vigore in Gran Bretagna fino alla fine di settembre 2021 – è stato abbandonato anticipatamente da diverse compagnie con una retorica che accusa i lavoratori britannici di essere dei fannulloni, per forzarli a presentarsi sul posto di lavoro nonostante il crescente numero d’infezioni causate dalla variante Delta del Covid e il fatto che solo poco più 50% della popolazione è vaccinato. Il livello di mortalità per Covid fra i lavoratori manuali è stato cinque volte maggiore di quello fra i dipendenti che possono lavorare da casa. Allo stesso tempo, cresce la pressione sui dipendenti per un super lavoro (60 e oltre settimanali) sovente a parità di retribuzione. In molti settori, ma soprattutto nella produzione alimentare, vengono applicati turni lavorativi finalizzati alla massimizzazione dell’utilizzo della forza lavorativa disponibile, con conseguente difficoltà per i dipendenti di programmare la loro vita extra-lavorativa.

Similarmente, la prima mossa delle lobby padronali e del governo di Boris Johnson per affrontare la crisi dei trasporti logistici è stata quella di flessibilizzare i limiti legali alle ore di viaggio dei guidatori di camion. Limiti che l’Unione europea ha nel frattempo ridisciplinato con il c.d. “Mobility package”.

Anche i dipendenti del Sistema Sanitario (HNS), anch’esso colpito dall’esodo di lavoratori provenienti dall’Ue, hanno avuto risposte simili alla loro situazione. Dopo essere stati applauditi come degli eroi per aver coperto con sacrifici personali la carenza di personale durante i momenti più duri della pandemia, hanno avuto una riposta deludente alle loro richieste di aumenti salariali del 15%: la proposta del Governo è stata di un aumento dell’1% (l’inflazione corre attualmente al 2,5% annuo) poi elevata al 3%, ma con l’obbligo delle ULS di reperire parte dei fondi per finanziare l’aumento fra i finanziamenti già allocati e già considerati insufficienti per risolvere la crisi finanziaria del settore.

Sulla stessa linea di porre la salute e la sicurezza dei lavoratori dopo il profitto si muove la richiesta proveniente da quasi tutti i settori padronali di fermare – o profondamente modificare – il sistema di Test and Trace, che attraverso una App e Bluetooth riesce a “ping” persone che sono state vicine meno di due metri a qualcuno contagiato dal Covid e le invita ad auto isolarsi per 10 giorni. Il sistema – insieme alla campagna di vaccinazione – era uno dei due pilastri della risposta alla pandemia del governo Johnson. Al momento sembra che ci siano centinaia di migliaia di lavoratori che non si presentano al lavoro perché “pinged” dalla App. Diverse compagnie hanno già comunicato ai loro dipendenti di spegnere o cancellare l’App, in totale disprezzo dei rischi alla salute degli stessi.

E’ però importante notare come, dal punto di vista legale, l’essere “pizzicato” dall’App abbia un valore solo di consiglio, e l’auto-isolamento non sia obbligatorio. Solo il non rispettare la quarantena imposta direttamente da un ufficiale sanitario comporta sanzioni penali e amministrative. In più, molti lavoratori che decidono si starsene a casa una volta “pizzicati” dall’App ricevono un sostegno di soli € 90 settimanali dal sistema previdenziale, se non hanno accordi contrattuali migliorativi. Il fatto che centinaia di migliaia di lavoratori decidano nonostante questo di non presentarsi sul posto di lavoro è una chiara resistenza ad un sistema sociale di sfruttamento che viene sempre più percepito come intollerabile. E’ di questi giorni anche la notizia che i lavoratori della sanità e dei trasporti si stanno preparando ad azioni sindacali e scioperi per migliori condizioni lavorative e salariali.

Del resto, il Governo di Bo Jo sta sfruttando le conseguenze attribuite al Test and Trace (la cosiddetta pingdemia) per coprire alcuni dei crescenti danni causati dalla Brexit al Regno Unito. La carenza di lavoratori provenienti dall’Ue sta affliggendo in modo cruciale i settori della sanità, ospitalità, trasporti e agricoltura al punto tale che, ad esempio, Tim Martin – boss di una delle più grosse catene di pub e da sempre sostenitore e sponsorizzatore della Brexit – sta ora chiedendo al Governo di ridurre i controlli sull’immigrazione.

Gli agricoltori e i pescatori, storica base elettorale dei Tories, sono in fermento per la devastazione che la Brexit sta causando nel settore.

La Brexit e il conseguente cambio della normativa sul movimento di merci e sui controlli doganali sono anche riusciti per la prima volta a mettere assieme cattolici e protestanti irlandesi nel loro odio verso Westminster.

Finora l’unico, sbandierato successo della Brexit e della nuova ‘global GB’ è l’accordo commerciale bilaterale con l’Australia, ma che, al di là della retorica di Johnson, fonti del Ministero del Tesoro prevedono agevolerà un aumento del PIL dello 0.04% nei prossimi dieci anni.

In questa situazione caotica, il Governo Johnson si muove usando le tattiche introdotte nella politica e sviluppate da Trump oltre oceano: una totale assenza di strategia e direzione economica-sociale che apre agli speculatori del momento, coperta da iniziative autoritarie che fanno contenta la base xenofoba del partito e soprattutto da una montagna di bugie. Il video di Peter Stefanovic che denuncia la continua sequela di false informazioni date da Johnson ai parlamentari e ai cittadini ha avuto decine di milioni di views in poche ore.

Il braccio armato autoritario del Governo è la ministra degli Interni Priti Patel, al cui confronto uno come Salvini è un cucciolo di golden retriver. La sua legge sulle manifestazioni pubbliche, la sua politica sull’immigrazione e contro le minoranze etiche sono quanto di più autoritario il paese ha visto per decenni, al punto di causare persino la sfiducia di autorevoli esponenti della Polizia.

Da parte loro i laburisti di Starmer continuano a mantenere il loro vacuo silenzio e si caratterizzano per l’assenza d’iniziativa politica, a parte alcune eccezioni degne di nota come la parlamentare del mio seggio elettorale, Dawn Buttler, espulsa dal Parlamento per aver chiamato Johnson un bugiardo, sulla linea delle accuse di Peter Stefanovic. Starmer appare per lo più impegnato nell’opera di completamento della svolta a destra delle strutture del partito, con la recente decisione di espellere le ali di estrema sinistra, in maggioranza sostenitrici di Corbyn, e nominare a capo di gabinetto un funzionario che lavorò per Gordon Brown negli anni del New Labour di Tony Blair. L’espulsione delle ali di estrema sinistra ridurrà ancor di più la base di militanti del partito, che ha già perso circa millecinquecento iscritti dai tempi della grande mobilitazione corbinista.

 

* Dal nostro corrispondente da Londra, Enrico Sartor

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